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art 1 cp
Articolo 1 del codice penale, il principio di legalità del reato e della pena annotato con la giurisprudenza di legittimità
 
 
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ART 1 CP
Reati e pene: disposizione espressa di legge.

[I]. Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite [25 2 Cost.].
 
 
Cassazione penale  sez. III 13 giugno 2012 n. 25170

La circolare interpretativa proveniente da un ufficio della pubblica amministrazione è un atto interno che si risolve in un mero ausilio interpretativo e non esplica alcun effetto vincolante non solo per il giudice penale, ma anche per gli stessi destinatari, poiché non può comunque porsi in contrasto con l'evidenza del dato normativo. La circolare, pertanto, nemmeno vincola gli uffici gerarchicamente sottordinati della stessa amministrazione, ai quali non è vietato disattenderla, senza che per questo il provvedimento concreto adottato dall'ufficio possa essere ritenuto illegittimo «per violazione della circolare»: infatti, se l'interpretazione contenuta nella circolare è errata, l'atto emanato sarà legittimo, perché conforme alla legge; mentre, se l'interpretazione contenuta nella circolare è corretta, l'atto emanato sarà illegittimo per violazione di legge. (Fattispecie in tema di reati edilizi e di apprezzamento della legittimità di provvedimenti di sanatoria o condono).



Cassazione penale  sez. un. 25 giugno 2009 n. 38691


L'obbligo del giudice di interpretare il diritto nazionale conformemente al contenuto delle decisioni quadro adottate nell'ambito del titolo VI del Trattato sull'Unione europea non può legittimare l'integrazione della norma penale interna quando una simile operazione si traduca in una interpretazione in "malam partem". (In applicazione di tale principio, la Corte ha escluso che la disciplina in tema di confisca contenuta nella decisione-quadro del Consiglio dell'Unione Europea 2005/212/GAI del 24 febbraio 2005 possa essere utilizzata per estendere la confisca per equivalente di cui all'art. 322 ter primo comma cod. pen. anche al profitto del reato).


Cassazione penale  sez. I 03 marzo 2009 n. 12453



L'irrogazione di una pena illegale con sentenza ormai irrevocabile può essere oggetto di correzione in sede esecutiva se è frutto di un errore macroscopico non giustificabile, e non quando è conseguenza di una argomentata valutazione pur discutibile. (Nel caso di specie, la Corte ha annullato l'ordinanza del giudice dell'esecuzione che aveva rideterminato la pena inflitta con la sentenza di merito, passata in giudicato, valutandola come illegale sulla base di un successivo orientamento giurisprudenziale che aveva riconosciuto la possibilità del giudizio di bilanciamento tra l'attenuante di cui all'art. 8 del D.L. n. 152 del 1991, conv. in L. n. 203 del 1991, e le aggravanti diverse da quella di cui al precedente art. 7).


Cassazione penale  sez. II 16 maggio 2007 n. 35257


L'art. 6, comma 2, del trattato istitutivo dell'Unione Europea assicura il rispetto, in quanto principio generale del diritto comunitario, dei diritti fondamentali dell'uomo garantiti dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri; tra essi, non rientra, peraltro, la retroattività della legge penale più favorevole, poiché il valore da essa tutelato può essere sacrificato da una legge ordinaria in favore di interessi di analogo rilievo (quali, ad esempio, quelli dell'efficienza del processo e della salvaguardia dei diritti dei soggetti che in vario modo sono destinatari della funzione giurisdizionale, e quelli che coinvolgono interessi od esigenze dell'intera collettività nazionale connessi a valori costituzionali di rilievo primario). (In applicazione del principio, la S.C. ha rigettato una richiesta "ex" art. 234 trattato UE, di rimessione della questione alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea).




Cassazione penale  sez. I 25 febbraio 2005 n. 9456


Il principio di legalità della pena e quello di applicazione, in caso di successione di leggi penali, della legge più favorevole, operano anche con riguardo alle pene accessorie, per cui anche l'eventuale applicazione illegale di tali pene avvenuta in sede di cognizione può essere rilevata, così come si verifica per le altre, in sede di esecuzione, con adozione dei conseguenti provvedimenti (nella specie, alla luce di tali principi, la Corte, ritenuta illegale l'applicazione dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici disposta dal giudice di cognizione ai sensi dell'art. 317 bis c.p. nonostante che il fatto risalisse ad epoca anteriore all'entrata in vigore di tale norma e fosse quindi soggetto alla più favorevole disciplina all'epoca vigente, ha annullato senza rinvio, disponendo essa stessa la sostituzione dell'interdizione perpetua con quella temporanea, l'ordinanza con la quale il giudice dell'esecuzione, richiamandosi all'irrevocabilità del giudicato, aveva respinto la richiesta del condannato volta ad ottenere detta sostituzione).

Cassazione penale  sez. II 15 febbraio 2003


L'interpretazione estensiva è un criterio ermeneutico con il quale si attribuisce il più ampio significato fra quelli possibili, ai termini che definiscono la norma, che trova, però, il proprio limite invalicabile nella stessa lettera della legge. L'analogia, invece, è un procedimento di astrazione logica, attraverso il quale viene risolto un caso non previsto dalla legge, applicando la disciplina espressamente prevista per un caso diverso, ma collegato a quello in esame da un rapporto di similitudine. In applicazione di questo principio, è da escludere che l'introduzione nel territorio dello Stato, per farne commercio, di beni con marchi genuini, ma senza il consenso del titolare del marchio, integri il reato previsto nell'art. 474 c.p., il quale richiede che i beni rechino un marchio o un altro segno distintivo contraffatto o alterato.


Cassazione penale  sez. V 15 febbraio 2000 n. 771



In tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, ove il giudice abbia inflitto una pena in contrasto con la previsione di legge, ma in senso favorevole all'imputato, si ha un errore al quale la Corte di cassazione, in difetto di specifico motivo di gravame da parte del p.m., non può porre riparo, nè con le formalità di cui agli art. 130, 619 c.p.p., perché si versa in ipotesi di errore di giudizio e non di errore materiale del computo aritmetico della pena; nè in osservanza all'art. 1 c.p. ed in forza del compito istituzionale proprio della Corte di cassazione di correggere le deviazioni da tale disposizione: ciò in quanto la possibilità di correggere in sede di legittimità la illegalità della pena, nella specie o nella quantità, è limitata all'ipotesi in cui l'errore sia avvenuto a danno e non in vantaggio dell'imputato, essendo anche in detta sede non superabile il limite del divieto della "reformatio in peius" (enunciato per il giudizio di appello, ma espressione di un principio generale, valevole anche per il giudizio di cassazione).


Cassazione penale  sez. VI 03 febbraio 1999 n. 2824



L'art. 12 sexies della l. n. 898/70, che in materia di divorzio prevede l'applicazione delle pene di cui all'art. 570 c.p. per il coniuge che si sottrae all'obbligo di corresponsione dell'assegno dovuto a norma degli art. 5 e 6 della stessa legge, non è suscettibile di applicazioni analogiche, ostandovi il disposto dell'art. 1 c.p. Ne consegue che la sanzione predetta non è applicabile all'inosservanza dell'ordinanza emessa, a norma dell'art. 4 della legge citata, dal presidente del tribunale in via temporanea e urgente nell'interesse dei coniugi e della prole, ma soltanto al mancato rispetto delle prescrizioni in materia disposte dal tribunale con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Cassazione penale  sez. I 27 gennaio 1997 n. 480


Nel caso in cui sia stata riconosciuta la continuazione tra un reato più grave punito con la pena della reclusione e della multa e un reato meno grave punito con la sola multa, l'aumento per la continuazione deve riguardare entrambe le pene congiuntamente previste e inflitte per il reato più grave, come risulta dalla lettera dell'art. 81 c.p., secondo il quale, sia in caso di concorso formale, sia in caso di continuazione, l'autore dei reati è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per il reato più grave aumentata fino al triplo. (In motivazione, la S.C. ha escluso che tale modalità di determinazione della pena violi il principio di legalità di cui all'art. 25 comma 2 cost., in quanto espressamente prevista dall'art. 81 c.p.).


Cassazione penale  sez. V 24 aprile 1996 n. 1953



In caso di condanna per più reati uniti dal vincolo della continuazione, quando il reato base sia punito con la pena della reclusione e quello satellite con la pena della reclusione o della multa è possibile irrogare la pena prevista per la continuazione nella forma della pena pecuniaria e non necessariamente con quella detentiva. L'ammissibilità della continuazione anche tra reati puniti con pena eterogenea consente infatti l'unificazione delle pene appartenenti allo stesso "genus" reclusione/arresto o multa/ammenda, ma, per il rispetto del principio di legalità, non tra quelle appartenenti a "genus" differenti: l'aumento di pena dovrà essere commisurato al reato più grave ed il rispetto del limite massimo fissato per l'aumento, che può arrivare sino al triplo, è garantito dal sistema del ragguaglio fissato all'art. 135 c.p. (Fattispecie in tema di concorso tra il reato di lesioni volontarie, punito con la sola pena della reclusione, e quello di ingiurie, punito con pena alternativa).

Cassazione penale  sez. VI 25 marzo 1994


Il principio di legalità della pena è vincolante non solo quando venga applicata una pena non prevista o diversa da quella contemplata dalla legge, ma anche quando venga applicata una pena che esula dalle singole fattispecie legali penali perché pena legale è anche quella risultante dalle varie disposizioni incidenti sul trattamento sanzionatorio, tra le quali rientrano le norme sulle circostanze aggravanti. (Affermando tale principio la Cassazione ha eliminato la pena della multa inflitta per il reato di corruzione ai sensi dell'art. 24 comma 2 c.p. che consente l'aggiunta della pena della multa per i delitti determinati da motivi di lucro puniti con la sola reclusione: all'uopo ha considerato che il reato ascritto all'epoca dei fatti era punito con la pena congiunta della reclusione e della multa e che pertanto, per il principio di legalità della pena, esso rimaneva fuori della previsione aggravatoria di cui al suddetto articolo).




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