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Art 18 la manifesta insussistenza del fatto per la reintegra


La Cassazione fa il punto sulla reintegra in caso di licenziamento per GMO illegittimo delimitando il concetto di manifesta insussistenza del fatto
 
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L’art. 18, c. 7 della Legge n. 300/1970, novellato dalla Legge n. 92/2012 prevede testualmente quanto segue: “il giudice…può applicare la predetta disciplina (n.d.r. tutela reintegratoria di cui al quarto comma) nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma”.

La questione giuridica oggetto della pronuncia concerne la relazione giuridica intercorrente tra le differenti ipotesi di cui ai commi 4 e 5 del nuovo art. 18, relative ai casi di licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo illegittimo e concretantesi rispettivamente nella previsione di una tutela reintegratoria attenuata ovvero di una tutela meramente indennitaria.

In particolare, il punto controverso sottoposto all’esame dei Giudici di cassazione riguarda l’esatta determinazione della linea di confine fra le due differenti tutele, alla luce della nozione di manifesta insussistenza del fatto introdotta nel successivo comma 7.

Tra i primi commentatori, una parte elaborò una linea di interpretazione della norma favorevole a ricomprendere nella nozione di manifesta insussistenza esclusivamente il fatto materiale addotto a base del licenziamento, mentre altra parte ha più estensivamente incluso, nella predetta nozione, i singoli elementi costitutivi della fattispecie di giustificato motivo oggettivo ossia: a) la ragione organizzativa o produttiva; b) il nesso di causalità fra la predetta ed il conseguente recesso; c) l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altre mansioni (c.d. repechage).


Fra le due impostazioni ha prevalso la lettura più restrittiva della norma che ha consentito coerentemente di confinare i casi di applicazione della tutela reintegratoria a mere e residuali eccezioni, e tanto al fine di attuare l’obiettivo di politica espressamente perseguito dal legislatore tecnico e volto alla c.d. marginalizzazione della reintegra rispetto all’ordinaria tutela indennitaria.   

Secondo tale impostazione, in particolare, la scelta lessicale di affidare all'aggettivo “manifesta” la valenza qualificante dell’”insussistenza del fatto rivelerebbe l’intento legislativo di contenere la tutela reintegratoria ai casi di recesso fondati su ragioni organizzative ovvero tecnico-produttive del tutto fittizie e la cui consistenza, oltre a non giustificare sul piano oggettivo l’impugnato licenziamento (ipotesi di mera insussistenza “del giustificato motivo oggettivo”) risulti apertamente smentita sul piano ontologico (ipotesi di “manifesta insussistenza del fatto”).

Su tale tracciato interpretativo si colloca anche la recente sentenza n. 1373 del 2018 della Suprema Corte. La fattispecie sottoposta al suo vaglio riguardava  un licenziamento intimato da una società di servizi ad un dipendente per motivazioni riconducibili a giustificato motivo oggettivo e correlate ad una riorganizzazione aziendale provocata da un provvedimento amministrativo ritenuto ostativo alla prosecuzione dell’attività. La società aveva proposto ricorso al TAR avverso il provvedimento amministrativo ma, nel contempo, aveva avviato una riorganizzazione aziendale senza attendere l'esito del ricorso amministrativo, poi accolto. I giudici del merito hanno ritenuto l'illegittimità del licenziamento somministrando però la sola tutela indennitaria.

Cassazione civile, sez. lav., 19/01/2018  n. 1373

In tema di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, il regime sanzionatorio introdotto dalla legge n.92 del 2012 riserva la c.d. tutela reintegratoria attenuata ad ipotesi residuali, limitando il ripristino del rapporto di lavoro, con un risarcimento fino ad un massimo di dodici mensilità, ai soli casi, che fungono da eccezione, in cui l'insussistenza del fatto posto a base del licenziamento sia connotata, ai sensi del comma 7 dell’art. 18 St. lav., da una particolare evidenza, qualificandosi come manifesta.

Invero la L. n. 92 del 2012, graduando le tutele in caso di licenziamento illegittimo, ha previsto al nuovo art. 18, comma 4 una tutela reintegratoria definita "attenuata" (per distinguerla da quella più incisiva di cui al comma 1), in base alla quale il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore ed al pagamento di una indennità risarcitoria dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, in misura comunque non superiore a 12 mensilità; al comma 5 stesso articolo è prevista, invece, una tutela meramente indennitaria per la quale il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore al pagamento di una indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di 12 mensilità e un massimo di 24, tenuto conto di vari parametri contenuti nella disposizione medesima.

La linea di confine tra le due tutele, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo illegittimo, è disegnata dall'art. 18, comma 7 novellato secondo la seguente formulazione testuale per cui il giudice: "Può altresì applicare la predetta disciplina (ndr. quella di cui al comma 4) nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al comma 5".

Da più parti è stata segnalata l'incertezza di portata applicativa cui può dar luogo la norma citata che ricollega alla nozione di "manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo" conseguenze rilevanti quali il riconoscimento di una tutela di tipo reintegratorio in luogo di una mera compensazione economica.

Secondo la pronuncia di questa Corte già citata - che qui si condivide - poichè il giudice "può" attribuire la cd. tutela reintegratoria attenuata, tra tutte le "ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi" del giustificato motivo oggettivo, esclusivamente nel caso in cui il "fatto posto a base del licenziamento" non solo non sussista, ma anche a condizione che detta "insussistenza" sia "manifesta", non pare dubitabile che l'intenzione del legislatore, pur tradottasi in un incerto testo normativo, sia quella di riservare il ripristino del rapporto di lavoro ad ipotesi residuali che fungono da eccezione alla regola della tutela indennitaria in materia di licenziamento individuale per motivi economici.

Ciò detto nella specie non è in dubbio l'esistenza, al momento del licenziamento, dell'interdittiva prefettizia, afferente anche la posizione del lavoratore in controversia, potenzialmente idonea ad incidere sul regolare funzionamento dell'organizzazione del lavoro dell'impresa datrice ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 3; l'illegittimità del recesso sta piuttosto nel non avere la società dimostrato le ragioni che rendevano intollerabile attendere la rimozione dell'impedimento alle normali funzioni del lavoratore, impedimento che poteva avere una durata temporanea tenuto conto che l'azienda - come accertato dalla Corte territoriale - aveva "tempestivamente ritenuto illegittimo" il provvedimento e lo aveva "impugnato dinanzi agli organi della giustizia amministrativa" (cfr. Cass. n. 7904 del 1998, con cui questa Corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito che aveva ritenuto sorretto da un giustificato motivo oggettivo il licenziamento intimato da una società appaltatrice del servizio di nettezza urbana di un Comune siciliano commissariato ad un proprio dipendente che, da una comunicazione del Commissario straordinario del Comune stesso, risultava in una condizione di "incompatibilità ambientale" ad operare nel territorio comunale perchè "affiliato" ad organizzazioni malavitose).

Pertanto tale ipotesi è riconducibile non a quella peculiare che postula un connotato di particolare evidenza nell'insussistenza del fatto posto a fondamento del recesso, bensì è sussumibile nell'alveo di quella di portata generale per la quale è sufficiente che "non ricorrano gli estremi del predetto giustificato motivo" oggettivo.
 




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