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art. 4 c.p.

Art. 4 Codice Penale. Cittadino italiano. Territorio dello Stato e giurisprudenza di legittimità e di merito.

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art. 4 c.p. Cittadino italiano. Territorio dello stato

Agli effetti della legge penale, sono considerati cittadini italiani [i cittadini delle colonie, i sudditi coloniali] (1), gli appartenenti per origine o per elezione ai luoghi soggetti alla sovranità dello Stato e gli apolidi residenti nel territorio dello Stato.
Agli effetti della legge penale, è territorio dello Stato il territorio della Repubblica [quello delle colonie] (1) e ogni altro luogo soggetto alla sovranità dello Stato [c. nav. 2, 3]. Le navi e gli aeromobili italiani sono considerati come territorio dello Stato, ovunque si trovino, salvo che siano soggetti, secondo il diritto internazionale, a una legge territoriale straniera [c. nav. 4] (2).

Note

(1) L'espressione in parentesi quadra non ha più alcun valore, perché con l'art. 23 del Trattato di pace, ratificato nel 1947, l'Italia ha rinunciato ad ogni diritto e titolo sui suoi possedimenti in Africa, mentre il 1°-7-1960 è venuta a cessare l'Amministrazione fiduciaria italiana sulla Somalia.

(2) Il territorio dello Stato è costituito dalla superficie terrestre compresa entro i confini politico-geografici dello Stato; dal mare territoriale (che si estende per dodici miglia marine dalla linea costiera e dalle linee rette che uniscono i promontori ex art. 2 cod. nav.); dallo spazio aereo sovrastante.
L'equiparazione delle navi e degli aeromobili al territorio dello Stato costituisce una finzione giuridica (c.d. principio della bandiera) che trova applicazione incondizionatamente per le navi e gli aeromobili dello Stato; per quelli privati (civili o mercantili) trova applicazione esclusivamente nelle ipotesi in cui si trovino in alto mare ovvero si tratti di fatti che non producano alcuna conseguenza nei confronti dello Stato rivierasco.

Cassazione penale sez. VI 14 dicembre 2012 n. 48777

Per l'applicazione della disposizione dettata dall'art. 19 comma 1 lett. c) legge n. 69 del 2005, secondo cui se il destinatario del mandato di arresto europeo processuale è un cittadino italiano o un soggetto residente in Italia, lo stesso ha diritto a che la consegna sia subordinata alla condizione che egli, dopo lo svolgimento all'estero del processo a suo carico, in ipotesi di condanna venga rinviato in Italia per scontare la relativa pena, nell'ipotesi in cui si tratti di soggetto straniero residente in Italia, tale disposizione impone una verifica sostanziale e non formale dei requisiti di radicamento con il territorio del nostro paese, nel senso che non è sufficiente il mero requisito dell'iscrizione anagrafica nel registro dei residenti, ma occorre rilevare l'esistenza di uno più indici concretamente sintomatici di reale e non estemporaneo radicamento dell'interessato con lo Stato italiano, nel quale ha stabilito la sede principale dei propri interessi affettivi ed economici, in maniera tale da assimilarne la posizione a quella del cittadino italiano (nella specie, relativa richiesta di consegna ad una corte inglese di un soggetto per il reato di spaccio di cocaina, il ricorrente, già dimorante in passato in Inghilterra, aveva allegato all'impugnazione documentazione da cui si evinceva che lo stesso risultava essersi trasferito in Italia nel febbraio del 2012, gli fosse stato rilasciato un regolare permesso di soggiorno nel giugno del 2012, fosse coniugato con una cittadina italiana dalla cui unione era nata anche una bambina, dimorasse stabilmente in Italia, dove la coniuge aveva un'attività commerciale e dove egli aveva indicato il proprio domicilio anche ai fini dell'assistenza da parte del medico di base del servizio sanitario nazionale; pertanto, a detta della Corte, l'interessato aveva dato dimostrazione di un effettivo e stabile radicamento con il territorio dello Stato italiano e, dunque, del suo diritto ad essere rinviato in Italia per espiarvi la pena eventualmente inflitta agli dall'autorità giudiziaria inglese).

Corte giustizia CE grande sezione 22 maggio 2012 n. 348

L'articolo 28, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, dev'essere interpretato nel senso che gli Stati membri possono considerare che reati come quelli di cui all'articolo 83, paragrafo 1, secondo comma, TFUE costituiscono un attentato particolarmente grave a un interesse fondamentale della società, tale da rappresentare una minaccia diretta per la tranquillità e la sicurezza fisica della popolazione, e, pertanto, possono rientrare nella nozione di «motivi imperativi di pubblica sicurezza» atti a giustificare un provvedimento di allontanamento in forza di detto articolo 28, paragrafo 3, a condizione che le modalità con le quali tali reati sono stati commessi presentino caratteristiche particolarmente gravi, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare sulla base di un esame individuale della fattispecie su cui esso è chiamato a pronunciarsi. Qualsiasi provvedimento di allontanamento è subordinato alla circostanza che il comportamento della persona di cui trattasi rappresenti una minaccia reale e attuale per un interesse fondamentale della società o dello Stato membro ospitante, accertamento che implica, in generale, in capo all'interessato, l'esistenza di una tendenza a ripetere in futuro tale comportamento. Prima di adottare una decisione di allontanamento, lo Stato membro ospitante deve tenere conto, in particolare, della durata del soggiorno dell'interessato nel suo territorio, della sua età, del suo stato di salute, della sua situazione familiare ed economica, della sua integrazione sociale e culturale in tale Stato e dell'importanza dei suoi legami con il paese d'origine (nella specie, un cittadino italiano, condannato per il reato di violenza sessuale ai danni di un minore, era stato allontanato dal territorio tedesco anche se vi aveva soggiornato per più di 10 anni).

Corte assise Bari 12 dicembre 2010 n. 7

Per l'integrazione del delitto di arruolamento od armamento non autorizzato a servizio di uno Stato estero sono necessarie le seguenti condizioni: a) che la condotta delittuosa si svolga, almeno parzialmente, nel territorio dello Stato o nei luoghi che si considerano territorio statale ai sensi dell'art. 4, comma 2, c.p.; b) che riguardi cittadini italiani, c) che vi sia la mancanza di delega e controllo da parte del Governo.

Cassazione penale sez. I 05 maggio 2010 n. 32960

In tema di reati consumati in acque internazionali, per i quali vi sia un rapporto di connessione con reati commessi nel mare territoriale, il diritto di inseguimento e il principio della cosiddetta "presenza costruttiva" consentono - in virtù dell'art. 23 della "Convenzione di Ginevra sull'alto mare del 29 aprile 1958", ratificata con legge 8 dicembre 1961, n. 1658 - di inseguire una nave straniera che abbia violato le leggi dello Stato rivierasco, purchè l'inseguimento stesso sia iniziato nel mare territoriale, o nella zona contigua, e sia proseguito ininterrottamente nelle acque internazionali, fino all'intercettamento dell'imbarcazione inseguita. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha escluso la giurisdizione dell'autorità giudiziaria italiana in relazione al reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, rilevando che l'inseguimento di una motonave turca utilizzata per il trasporto dei cittadini extracomunitari è avvenuto oltre lo spazio delle acque territoriali, e che la Turchia, quale Stato di bandiera della predetta motonave, non ha mai aderito alla Convenzione di Montego Bay del 10 dicembre 1982, ratificata con legge 2 dicembre 1994, n. 689).

Cassazione penale sez. IV 02 maggio 2000 n. 7409

È perseguibile in base alla legislazione italiana e davanti al giudice italiano la violazione di norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro accertata a bordo di una nave battente bandiera straniera, attraccata in un porto italiano, quando detta violazione, ed i conseguenti effetti lesivi, non abbiano interessato soggetti appartenenti alla c.d. "comunità navale" sottoposta, come tale, alla giurisdizione dello Stato cui la nave appartiene, ma bensì soggetti estranei alla detta comunità quali, nella specie, lavoratori italiani addetti alle operazioni di carico. (Fattispecie in cui delle lesioni colpose di un lavoratore, socio di una cooperativa, caduto dall'alto durante lo stivaggio di una nave, è stato ritenuto responsabile il presidente della cooperativa).

Cassazione penale sez. un. 26 gennaio 1990

Il principio della obbligatorietà della legge penale nei confronti di chiunque si trovi nel territorio dello Stato, nel quale va ricompreso il mare territoriale (art. 3, comma 1 e 4 comma 2 c.p.), ammette possibilità di deroga, in base all'art. 3 c.p., nei casi stabiliti dal diritto internazionale sia convenzionale che consuetudinario.

Cassazione penale sez. un. 16 novembre 1989

Il giudice italiano difetta di giurisdizione nel caso di detenzione a bordo di una nave mercantile straniera, nel nostro mare territoriale, di armi da guerra costituenti dotazione della nave stessa e che risultino regolarmente annotate nei libri di bordo e denunciate alle competenti autorità.

Cassazione penale sez. I 29 giugno 1981

Le strutture ove si esercita il controllo di frontiera e dove si manifesta la potestà di imperio dello stato italiano con la presenza dei suoi militari armati è già territorio della Repubblica italiana. (Fattispecie in tema di contrabbando ed altro commessi al valico di frontiera da cittadino straniero).





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