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Cass. Penale Sez. V n.41293/2008 su bancarotta per distrazione

Cassazione Penale  Sez. V del 25 settembre 2008 n. 41293
Integra il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione l'operazione di diminuzione patrimoniale senza apparente corrispettivo, ancorché effettuata a favore di società del medesimo gruppo, qualora gli ipotizzati benefici indiretti della fallita non risultino effettivamente connessi ad un vantaggio complessivo del gruppo e non siano idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi dell'operazione compiuta.


LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. FAZZIOLI   Edoardo      -  Presidente   -                     
Dott. CALABRESE  Renato Luigi -  Consigliere  -                     
Dott. FEDERICO   Raffaello    -  Consigliere  -                     
Dott. NAPPI      Aniello      -  Consigliere  -                     
Dott. OLDI       Paolo        -  Consigliere  -                     
ha pronunciato la seguente:                                         

sentenza

sul ricorso proposto da:
1) M.G. N. IL (OMISSIS);

avverso SENTENZA del 18/03/2008 CORTE APPELLO di ANCONA;
visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;
udita  in  PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere  Dott.  CALABRESE RENATO LUIGI;
Udito  il  Procuratore Generale in persona del Dr. Salzano  Francesco  che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito il difensore avv. Valori Federico.

OSSERVA

Con l'impugnata sentenza la Corte di appello di Ancona ha confermato la dichiarazione di colpevolezza di M.G. in ordine al delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale, contestatogli per avere, nella qualità di amministratore di diritto della (OMISSIS), fallita il (OMISSIS), partecipato all'attività distrattiva di attrezzature televisive, acquisite a rate negli anni (OMISSIS) dalla (OMISSIS) per circa L. 2.500 milioni e rivendute il (OMISSIS) alla (OMISSIS) e alla (OMISSIS), società facenti parte del medesimo gruppo di imprese, riconducibili a L.E. (coimputato, giudicato separatamente) al prezzo notevolmente inferiore di L. 1.227, peraltro mai conseguito.
Propone ricorso per cassazione il difensore dell'imputato, affidato a quattro motivi.
I primi due attengono all'elemento oggettivo del reato.
Si sostiene (1^ mot.) che la (OMISSIS) ha utilizzato per i pagamenti dovuti alla (OMISSIS) denari provenienti dal socio di maggioranza (OMISSIS), la quale perseguiva, come tutte le altre società del gruppo, il fine di conservazione del maggior numero di "mass media", strumenti indispensabili per la produzione del reddito; la scelta operata consentiva perciò al gruppo stesso di continuare l'esercizio della attività televisiva che altrimenti si sarebbe perduta; la cessione d'azienda non fu gratuita, ma comportava un esborso a carico delle società acquirenti non indifferente, per quanto inferiore al prezzo di acquisto; sicchè, in definitiva, anche alla luce della giurisprudenza formatasi in tema di società di gruppo e della disposizione di cui all'art. 2634 c.c., poteva affermarsi che il contegno tenuto dalla (OMISSIS) non aveva pregiudicato in alcun modo la garanzia generica offerta ai propri creditori, rappresentati in gran maggioranza da società del medesimo gruppo. Mentre la Corte di merito (2 mot.) ponendosi fuori dal pur legittimo ambito del ricorso alla motivazione per relationem, si era limitata ad affermare l'avvenuto depauperamento della (OMISSIS) in favore di altre società consorelle, senza tener nella giusta considerazione le argomentazioni difensive riguardanti la congruità economica dell'operazione posta in essere tra le società del gruppo L., puntualmente esposte nei motivi di appello.
Gli altri due motivi riguardano l'elemento soggettivo del reato.
Sotto la denuncia di analoghi vizi di inosservanza della legge penale (3 mot.) e di mancanza/manifesta illogicità della motivazione (4 mot.) si imputa al giudice d'appello di avere svolto considerazioni insufficienti e inficiate da error in iudicando, avuto riguardo al ruolo di semplice spettatore inerte e di amministratore soltanto apparente ricoperto dal M.; desunto la sua consapevolezza in ordine ai fatti distrattivi commessi dall'amministratore di fatto della società in accordo con il L. da elementi privi di valenza dimostrativa, non aventi valore neppure presuntivo;
agganciato la responsabilità personale al dato formale della qualifica di amministratore e non, dunque, a fatti specifici e all'esercizio concreto delle funzioni inerenti a tale qualifica, in spregio al rispetto dell'assioma che tutti i documenti del processo siano oggetto di corretta lettura da parte del giudice di merito.
Il ricorso non merita accoglimento.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, "il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione sussiste anche nel caso di imprese collegate tra loro, qualora gli atti di disposizione patrimoniale, privi di seria contropartita, siano eseguiti a favore di una società del medesimo gruppo, poichè il collegamento societario ha natura meramente economica e non scalfisce il principio di autonomia della singola persona giuridica (sez. 5^, 17 novembre 2005, Dequigiovanni;
Sez. 5^, luglio 2002, Arienti). Nè l'introduzione nel nostro ordinamento dell'art. 2634 c.c., comma 3, permette di affermare - come, invece, sembra presupporre il ricorrente - che la presenza di un gruppo societario legittimi per ciò solo qualsiasi condotta di asservimento all'interesse delle partecipi al novero del gruppo.
Anche dopo la riforma - soprattutto nel contesto concorsuale - l'autonomia soggettiva e patrimoniale che contraddistingue ogni singola società impone all'amministratore di perseguire prioritariamente l'interesse della specifica società a cui egli è preposto, non essendogli consentito di sacrificare l'interesse in nome di un diverso interesse anche se riconducibile a quello di chi è collocato al vertice del gruppo, e che non procurerebbe riflesso alcuno a favore dei terzi creditori dell'organismo impoverito (cfr.
Cass. Civ. Sez. 1^, 24 agosto 2004, n. 16707; Cass. Sez. 5^, 22 febbraio 2007, Pollice).
In questa ottica, è evidente che non è sufficiente, al fine di escludere la riconducibilità di un'operazione di diminuzione patrimoniale senza apparente corrispettivo ai fatti di distrazione o dissipazione incriminabili, la mera ipotesi della sussistenza di vantaggi compensativi, ma occorre che gli ipotizzati benefici indiretti della fallita risultino non solo effettivamente connessi ad un vantaggio complessivo del gruppo ma altresì idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi dell'operazione compiuta, in guisa tale da non renderla capace d'incidere sulle ragioni dei creditori della società fallita (Cass. Sez. 5^, 24 maggio 2006, Bevilacqua ed altri).
Nel caso concreto si è di certo fuori da tale ambito, come mostra chiaramente la circostanza che non si è neppure indicato dal ricorrente quali siano stati, accanto al vantaggio asseritamente attenuto dal gruppo di imprese per effetto dell'operazione economica incriminata, benefici, sia pure indiretti, tali da incidere positivamente sulle ragioni dei creditori della (OMISSIS), conseguiti da questa società, che, a seguito di quella operazione, ha cessato ogni attività, restando debitrice nei confronti della (OMISSIS) e totalmente insoddisfatta dei crediti vantati verso le società cui erano state rivendute le attrezzature televisive. E in questo contesto non ha alcuna efficace incidenza che l'attività televisiva sia stata continuata da altre società, come pure la deduzione che i pagamenti dovuti alla (OMISSIS) fossero stati finanziati dalla (OMISSIS), socia della (OMISSIS).
Ai principi giuridici ed ai risultati processuali come innanzi riportati si sono attenuti sostanzialmente le decisioni dei giudici del merito, sicchè vanno disattesi, in quanto infondati, i primi due motivi di impugnazione.
Le censure vertenti sull'effettivo ruolo svolto dall'imputato e sulla consapevolezza degli atti di disposizione da altri posti in essere sono deduzioni attinenti al fatto. Il ricorso trascura la motivazione della sentenza d'appello, fondata su dati fattuali più che eloquenti, siccome per se stessi dimostrativi che la responsabilità dell'imputato non è stata affermata in base al semplice dato di avere il M. acconsentito a ricoprire formalmente la carica di amministratore: pur non avendo egli personalmente stipulato i contratti di rivendita delle attrezzature televisive, inspiegabilmente sottoscritti dall'amministratore precedente quando era già dimissionario, la vicenda relativa al trapasso dei beni era a lui ben nota, per aver dato atto della cessione dei rami d'azienda nella relazione (OMISSIS) da lui redatta per l'esercizio (OMISSIS), e in nessun modo si adoperò per rimediare ad una situazione che contestualmente contemplava la cessazione di ogni attività da parte della società amministrata e il persistente esborso di denaro per far fronte agli impegni assunti nei confronti della (OMISSIS). E va ricordato che, in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, l'amministratore di diritto risponde penalmente dei reati commessi dall'amministratore di fatto, sia se abbia agito di comune accordo con questi, sia in virtù dei principi generali che regolano la responsabilità penale. Da un lato, infatti, l'art. 40 c.p., comma 2, stabilisce che "non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo"; dall'altro, è obbligo dell'amministratore vigilare sul generale andamento della gestione, nonchè di fare quanto in suo potere per impedire il compimento di atti pregiudizievoli, ovvero di eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose (Cass. Sez. 5^, 3 giugno 2005, n. 44279, Ambrosin).
Sicchè sono inammissibili i motivi sub 3) e 4).
Il ricorso va pertanto respinto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
Così deciso in Roma, il 25 settembre 2008.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2008





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