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decreto legislativo 231/2001
Articolo di
 
penalista in Roma
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Applicazione soggettiva del Decreto Legislativo n. 231/2001 
 
L’incremento ragguardevole dei reati dei “colletti bianchi” e di forme di criminalità a questa assimilabili, ha di fatto prodotto un sopravanzamento della illegalità di impresa sulle illegalità individuali.
Da tale assunto e dalla consequenziale necessità di arginare tale situazione prende vita il d.lgs. 231/2001.
Il decreto in parola, nato sotto l’impulso europeistico e dietro esplicito invito dell’Unione europea a tutti gli Stati membri ad “adottare misure finalizzate a rendere le imprese responsabili per i reati commessi nell’esercizio della loro attività” ha introdotto, come noto, la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato.
Si parla del c.d. tertium genus di responsabilità. 
Una responsabilità che “coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia”.
La disciplina applicabile agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica  ha comportato il superamento del principio “societas delinquere non potest” con quello più recente “societas delinquere et puniri potest”.
In questa sede ci occuperemo di evidenziare l’applicabilità soggettiva della disciplina de qua.
Preliminarmente, al fine di comprendere al meglio i vari mutamenti giurisprudenziali che nel tempo si sono susseguiti, appare opportuno soffermarsi, almeno brevemente, su un aspetto fondamentale. 
È infatti necessario capire i principi ispiratori della materia, ovvero quei principi utilizzati, prima dal Legislatore, per sviluppare la normativa, e successivamente dalla Giurisprudenza, per orientarne l’applicazione.
La normativa nasce dall’esigenza di responsabilizzare soggetti giuridici in precedenza privi di “idonea” disciplina e dalla presa di coscienza che “le principali e più pericolose manifestazioni di reato sono poste in essere da soggetti a struttura organizzata e complessa”.
Ecco spiegato perché le imprese individuali non sono annoverate tra i soggetti interessati ed il perché anche la giurisprudenza abbia stabilito, salvo un recente pronunciamento (di seguito meglio analizzato, la Sentenza della Corte di Cassazione n.15657/2011) che tale disciplina non trovi, per tali soggetti, applicazione.
Infatti, ripercorrendo l’iter di una nota sentenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 18941/2004) è possibile comprendere la ratio seguita dagli Ermellini.
Il ricorrente, nella fattispecie in oggetto il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, sosteneva come “malgrado la normativa in esame conosca un notevole ambito di applicazione, potendo il giudice applicare sanzioni nei confronti di società di capitali, società cooperative, fondazioni, enti privati e pubblici economici, società di persone, consorzi e associazioni non riconosciute … non è contenuto nel decreto legislativo alcun accenno alle imprese individuali … e che secondo "una interpretazione sistematica e razionale del decreto” … il legislatore abbia inteso ricomprendere nell'ambito di applicazione delle nuova disciplina proprio quei soggetti economici che, dotati di strutture più "agili" e prive di qualsiasi forma di controllo, costituiscono con tutta evidenza un terreno fertile per il compimento di attività illecite”, affermando ancora che “l'esclusione delle ditte individuali dall'ambito di applicazione della normativa in esame contribuirebbe, infatti, a realizzare una disparità di trattamento tra coloro che decidono di utilizzare forme semplici ed agili di impresa e coloro che, al contrario, stipulano un contratto di società con altre persone per conferire beni o servizi per l'esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili (art. 2047 c.c.)”.
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma terminava concludendo che “le ditte individuali spesso hanno una organizzazione interna piuttosto complessa, che prescinde nel suo funzionamento da un sistematico intervento del titolare della ditta per la risoluzione di ogni questione, sicché sarebbero evidenti i rischi di comportamenti "devianti" da parte dei dipendenti della ditta stessa”.
Tuttavia, e contrariamente alla tesi sostenuta dal Procuratore della Repubblica, la Corte di Cassazione, rigettando il ricorso, riteneva che le situazioni poste a raffronto dal ricorrente -imprese individuali ed enti collettivi- presentassero spiccati caratteri di diversità, tali da non poter neppure ipotizzare una disparità di trattamento con violazione dell'art. 3 Cost, e che la responsabilità di cui al dettato normativo è riferita, in via esclusiva, agli «enti» “termine che evoca l'intero spettro dei soggetti di diritto metaindividuali”. 
D'altronde, ad una più attenta analisi, una divergente applicazione avrebbe comportato la violazione del principio del ne bis in idem (la persona fisica, titolare dell’impresa sarebbe soggetta sia alla sanzione penale che a quelle previste dal decreto).
Invero, nel decreto che ci occupa non è stata inserita nessuna classificazione dei soggetti destinatari della disciplina e ciò è stato certamente dovuto a motivi di ordine pragmatico (si è cercato di evitare, per quanto possibile, e considerato, altresì, il bacino e l’attività dei destinatari, di dover intervenire sul testo del decreto con varianti e modifiche). 
Tuttavia è stata comunque inserita una sorta di ripartizione, per quanto ampia, dei soggetti, e precisamente oltre al termine più generico e pluricomprensivo di “enti” è stato, altresì, aggiunto quello di “società e associazioni prive di responsabilità giuridica”. 
Ciò detto, e sempre tenendo a mente il principio già delineato in precedenza secondo cui la disciplina muove come necessaria risposta alle condotte tenute da soggetti aventi struttura organizzata e complessa, apparirebbe, non doversi applicare il decreto in parole alle cc.dd. piccole medie imprese, ovvero al tessuto imprenditoriale - commerciale che costituisce larga parte del sistema economico del nostro Paese. 
Viceversa, forse perché mossa da un differente presupposto, la Corte di Cassazione ha sancito, con una recentissima pronuncia (sentenza n. 4703/2012) l’applicazione del decreto anche ad uno studio professionale organizzato in S.a.S. 
La portata innovativa della predetta sentenza è stata repentinamente recepita dagli addetti ai lavori e con essa anche i suoi effetti. Società e studi professionali dovranno prestare particolare attenzione in futuro. 
La disciplina ex d.lgs. 231/2001 potrebbe-dovrebbe però, come accennato in apertura richiamando una sentenza che ha stravolto il precedente intervento della stessa Corte di Cassazione che si è già analizzato, essere rispettata anche dalle imprese individuali. 
Invero, gli Ermellini, ma a sommesso parere dello scrivente per motivi attinenti a scelte di repressione della criminalità organizzata, hanno conferito all’art. 1 co. 2 del d.lgs. in parola una portata più ampia rispetto a quella descritta in apertura (che si ricorda, considerava le imprese individuali essere al di fuori della cerchia dei soggetti destinatari della normativa). 
Infatti, sempre secondo chi scrive, la chiave di lettura della suddetta pronuncia potrebbe rintracciarsi nella struttura organizzativa della impresa individuale soggetta al giudizio. 
La Corte di Cassazione ha sottolineato infatti come “molte imprese individuali spesso ricorrono ad una organizzazione interna complessa che prescinde dal sistematico intervento del titolare della impresa per la soluzione di determinate problematiche e che può spesso involgere la responsabilità di soggetti diversi dall’imprenditore ma che operano nell’interesse della stessa impresa individuale. Una struttura del genere condurrebbe ad una sola ed unica definizione tale da “conferire al disposto di cui al comma 2 dell’art. 1 del D. L.vo una portata maggiore, tanto più che, non cogliendosi nel testo alcun cenno riguardante le imprese individuali, la loro mancata indicazione non equivale ad esclusione, ma, semmai ad una implicita inclusione dell’area dei destinatari della norma. Una loro esclusione potrebbe infatti porsi in conflitto con norme costituzionali - oltre che sotto il riferito aspetto della disparità di trattamento -anche in termini di irragionevolezza del sistema”.
La sopra ricordata decisione sembrerebbe, quindi, essere fortemente ancorata al caso di specie, ovvero ad una impresa individuale caratterizzata da un sistema organizzativo complesso in cui operavano differenti soggetti.
Il decreto, infatti, oltre a quanto già detto, è stato, altresì, sviluppato per essere uno strumento di semplice ed efficace utilizzo volto a collegare i soggetti, operanti all’interno degli “enti”, alle singole azioni poste in essere dallo stesso ed essere così strumento di ausilio per delineare e applicare, di volta in volta, le giuste responsabilità.
In tale ottica, il decreto (considerato, altresì, quale strumento di agevolazione nella lettura di realtà organizzative complesse ed articolate) potrebbe trovare giusta applicazione anche in realtà quali quelle delle imprese individuali, ove queste avessero una struttura interna organizzativa peculiare e complessa. 
 
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