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demansionamento danni e oneri di allegazione e prova
Il demansionamento nella giurisprudenza, la prova del danno e la ripartizione dell'onere probatorio; l'ammissibilità della prova per presunzioni 
 
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E’ noto che il demansionamento non comporta necessariamente il verifi-carsi di danni risarcibili.
Infatti l’inadempimento del datore di lavoro all’obbligo su di lui gravante ai sensi dell’art. 2103 c.c. è certo fonte di potenziali danni che, tuttavia, devono essere specificamente allegati e provati dal lavoratore.
Invero, secondo un primo orientamento giurisprudenziale, la sola viola-zione dell’art. 2103 c.c. non comporta automaticamente il diritto al risarcimento del danno in quanto il prestatore di lavoro deve fornire specificamente la prova del danno derivante dal demansionamento, la quale costituisce presupposto indispensabile per una sua valutazione equitativa. Tale danno non si porrebbe infatti quale conseguenza indefettibile di ogni comportamento illegittimo del datore di lavoro, sicché non sarebbe sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, facendo carico al lavoratore che denunzi il danno subito fornirne la prova in base alla regola generale dell’art. 2697 cod. civ. (Cass. 11.8.1998, n. 7905; Id., 4.2.1997, n. 1026; Id. 14.5.2002, n. 6992; Id., 4.6.3003, n. 8904; Id., 28.5.2004, n. 10361).
Secondo, invece, un altro orientamento giurisprudenziale, che ha riconfer-mato l’opinione espressa con la sentenza 16.12.1992, n. 13299, “il demansiona-mento professionale di un lavoratore non solo viola lo specifico divieto di cui all’art. 2103 cod. civ. ma ridonda in lesione del diritto fondamentale, da riconoscere al lavoratore anche in quanto cittadino, alla libera esplicazione della sua personalità nel luogo di lavoro con la conseguenza che il pregiudizio correlato a siffatta lesione, spiegandosi nella vita professionale e di relazione dell’interessato ha una indubbia dimensione patrimoniale che lo rende suscettibile di risarcimento e di valutazione anche equitativa, secondo quanto previsto dall’art. 1226 cod. civ. (Nel caso di specie la sentenza impugnata – cassata dalla S.C. – aveva respinto la domanda di risarcimento del danno proposta dal lavoratore demansionato sull’assunto del mancato assolvimento, da parte dello stesso, dell’onere probatorio relativo alla sussistenza di un danno patrimoniale in qualche modo risarcibile)” (Cass. 18.10.1999, n. 11727; in senso conforme v. sent. 6.11.2000, n. 14443, 7.7.2001, n. 9228; 2.11.2001, n. 13580; 2.1.2002, n. 10; 1.6.2002, n. 7967, 12.11.2002, n. 15869; 27.8.2003, n. 12553; 16.8.2004, n. 15955).
In particolare, con la sentenza 27.4.2004, n. 7980, la S.C. ha affermato che “la negazione o l’impedimento allo svolgimento delle mansioni, al pari del de-mansionamento professionale integrano una lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore anche nel luogo di lavoro, determinando un pregiudizio che incide sulla vita professionale e di relazione dell’interessato, con una indubbia dimensione sia patrimoniale sia – a prescindere dalla configurabilità di un reato – non patrimoniale, che rende il pregiudizio medesimo suscettibile di risarcimento”.
In base a tale secondo orientamento, quindi, il demansionamento o addirit-tura l’impedimento dell’esercizio delle mansioni può dar luogo ad una pluralità di pregiudizi, solo in parte incidenti sulla potenzialità economica del lavoratore, giacché tale particolare inadempimento del datore di lavoro non viola soltanto il diritto alle mansioni sancito dagli art. 2103 c.c. per il lavoro privato e dall’art. 52 d.lgs. n. 165/01 per l’impiego pubblico, ma si traduce anche in una lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore nel luogo di lavoro, determinando un pregiudizio che incide sulla vita professionale e di relazione dell’interessato, con una indubbia dimensione patrimoniale che lo rende suscettibile di risarcimento e di valutazione anche in via equitativa.
Le Sezioni unite sono intervenute su tale complessa questione con sen-tenza 24.3.2006, n. 6572 (successivamente ripresa tra le altre anche da Cass. civ., sez. lav., 2.10.2006, n. 21282 e da Cass. civ., sez. lav., 15.9.2006, n. 19965) per dirimere il contrasto ed hanno ritenuto preferibile il primo e più rigoroso orientamento evidenziando che il demansionamento costituisce l’inadempimento del datore di lavoro, dal quale però non deriva immancabilmente il danno, sicché spetta al lavoratore innanzi tutto allegare specificamente circostanze di fatto idonee a dimostrare che tale danno si è verificato e di quale natura esso sia (professionale, biologico ed esistenziale).
Secondo le Sezioni Unite, in altre parole, per affermare la fondatezza della domanda risarcitoria per violazione dell’art. 2103 c.c. non può ritenersi sufficiente la prova del demansionamento, essendo invece necessario che sia offerta la prova, eventualmente anche mediante presunzioni, della sussistenza di circostanze di fatto dalle quali possa desumersi l’esistenza dei danni conseguenti all’inadempimento datoriale: “la forma rimediale del risarcimento del danno”, in altri termini, “opera solo in funzione di neutralizzare la perdita sofferta, concretamente, dalla vittima, mentre l’attribuzione ad essa di un somma di denaro in considerazione del mero accertamento della lesione fini-rebbe con il configurarsi come somma-castigo, come una sanzione civile punitiva, inflitta sulla base del solo inadempimento, ma questo istituto non ha vigenza nel nostro ordinamento”.
Il danno professionale, di contenuto patrimoniale, può consistere sia nel pregiudizio derivante dall’impoverimento della capacità professionale acquisita e dalla mancata acquisizione di nuove capacità, sia nella perdita di chance e cioè di maggiori e nuove possibilità di guadagno.
Quello biologico consiste, secondo definizione di legge, in una lesione all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale (v. art. 13 d.lgs. n. 38/2000 e art. 138, comma 2, d.lgs. n. 209/2005).
Quello non patrimoniale, con specifico riferimento alla persona del lavoratore, consiste nella lesione dell’identità professionale, dell’immagine, della vita di relazione ovvero della libera esplicazione della personalità sul luogo di lavoro (c.d. danno esistenziale).
Il danno esistenziale, frutto di un’elaborazione dottrinale e giurispruden-ziale relativamente recente, è individuabile in un peggioramento non tempora-neo della qualità della vita del danneggiato con un conseguente mutamento radicale delle sue abitudini, e dei suoi rapporti personali e familiari (v. Cass. pen. IV Sez., 25.11.2003, in Giur. it. 2004, 1025) e, secondo la definizione offerta dalla citata sentenza delle Sezioni unite n. 6572/06, in un “pregiudizio che l’illecito datoriale provoca sul fare areddituale del soggetto, alterando le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua quotidianità e privandolo di occasioni per la espressione e la realizzazione della sua personalità nel mondo esterno” (v. anche, da ultimo, Cass. Sez. lav., 30 dicembre 2011, n. 30668).
Le medesime Sezioni Unite, con la sentenza n. 26972 del 2008, nel negare autonoma rilevanza al danno esistenziale ed affermando che, come previsto dal codice civile, sono unicamente due le categorie di danni risarcibili e, cioè, quelli patrimoniali (art. 2043 c.c.) e quelli non patrimoniali (art. 2059 c.c.), non hanno però negato che, accertata la lesione di un determinato diritto di rilevanza costituzionale, possa derivarne il diritto al risarcimento di danni (non patrimoniali) che appunto si sostanziano, ai fini meramente descrittivi e non di categorie, nella lesione di abitudini di vita e di assetti relazionali.
Si legge infatti nella motivazione della pronuncia n. 26972 che “le menzio-nate sentenze [cioè quella n. 6572/06 delle stesse Sezioni Unite e le successive conformi] individuano specifici pregiudizi di tipo esistenziale da violazioni di obblighi contrattuali nell’ambito del rapporto di lavoro. In particolare, dalla violazione dell’obbligo dell’imprenditore di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore (art. 2087 c.c.). Vengono in considerazione diritti della persona del lavoratore che, già tutelati dal codice del 1942, sono assurti in virtù della Costituzione, grazie all’art. 32 Cost., quanto alla tutela dell’integrità fisica, ed agli art. 1, 2, 4 e 35, quanto alla tutela della dignità personale del lavoratore, a diritti inviolabili, la cui lesione dà luogo a risarcimento dei pregiudizi non patrimoniali, di tipo esistenziale, da inadempimento contrattuale. Si verte, in sostanza, in una ipotesi di risarcimento danni non patrimoniali in ambito contrattuale legislativamente prevista”.

Peraltro, sempre in tema, la Suprema Corte, con la sentenza n 22585 del 3 ottobre 2013 ha sancito definitivamente la rinascita, quale autonoma voce di danno, del danno esistenziale, portando al definitivo compimento il percorso che, a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite del 2008, aveva condotto alla rinascita delle autonome voci risarcitorie del danno morale e del danno esistenziale dopo che le stesse erano state tendenzialmente assorbite dall'unica voce del danno non patrimoniale da liquidarsi come danno biologico in caso di lesioni apprezzabili di diritti della persona costituzionalmente tutelati.

In argomento, deve poi evidenziarsi come l’evoluzione giurisprudenziale successiva alla sopra richiamata pronuncia della Sezioni Unite n. 6572/06, abbia in più occasioni evidenziato il ruolo particolarmente pregnante, nella materia in esame, della prova per presunzioni: in particolare la S.C. ha ad esempio affermato (in materia di pubblico impiego privatizzato) che “ove sia stato accertato il demansionamento professionale del lavoratore, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico - giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, alla natura della professionalità coinvolta, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto” (in questi termini, testualmente, si veda Cass. civ., sez. lav., 26.11.2008, n. 28274).
Sono ulteriormente intervenute in argomento le S.U., le quali, con la sentenza n. 4063 del 22.2.2010, hanno avuto modo di confermare (ancora in un caso di pubblico impiego privatizzato) che “il danno conseguente al demansionamento va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo per altro precipuo rilievo la prova per presun-zioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, frustrazione professionale) si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove”.





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