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giusta causa e giustificato motivo di licenziamento
Giusta causa e giustificato motivo soggettivo, il giudice deve riqualificare il licenziamento passando dal licenziamento in tronco al licenziamento con preavviso 
 
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Le due sentenze della Suprema Corte di cui si riportano dapprima le massime e poi i brani dei motivi della decisione pertinenti, si occupano della questione della riqualificazione del licenziamento per giusta causa in licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
 
Entrambe le pronunce partono dal comune presupposto giuriudico per cui la giusta causa comprende il giustificato motivo sicchè il giudice, onde accertare la legittimità del licenziamento in tronco impugnato dal lavoratore, dovrà, anche d'ufficio, valutare se l'atto di recesso del datore di lavoro, pur non legittimato da una giusta causa, sia, tuttavia, stato emanato in presenza di un giustificato motivo soggettivo, con la conseguenza che il datore dovrà corrispondere solo l'indennità di mancato preavviso e non sarà tenuto alle conseguenze di cui all'art. 18 della l. n. 300 del 1970.
 
Entrambe le pronunce ritengono che tale riqualificazione debba essere effettuata dal giudice di prime cure d'ufficio sicchè la decisione che abbia motivato l'accoglimento sul mero rilievo dell'insussistenza della giusta causa sarà affetta da vizio di motivazione e come tale impugnabile in appello laddove il fatto contestato, pur inidoneo ad integrare la giusta causa, sia però tale da potersi qualificare come un giustificato motivo di licenziamento.
 
Le decisioni, invece, divergono sulle conseguenze della mancata impugnazione della sentenza di prime cure sotto il profilo del mancato assolvimento dell'onere di riqualificare il licenziamento. 
 
Secondo la più recente pronuncia del 2008, infatti, anche il giudice di appello sarebbe chiamato, d'ufficio, a riqualificare il provvedimento espulsivo a prescindere dai motivi di appello.
 
Secondo la sentenza del 2001 invece, il giudice di appello è chiamato ad una decisione sul vizio della sentenza di primo grado che abbia omesso di riqualificare il provvedimento espulsivo solo se investito con uno specifico motivo di gravame. 
 
Naturlmente i due differenti approdi si riflettono sull'ammissibilità o meno degli eventuali motivi di ricorso per Cassazione.


Sez. L, Sentenza n. 7185 del 26/05/2001


In riferimento all'inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro, la fattispecie del licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo sono in rapporto di specialità, e unico è il potere di recesso da esse determinato, regolato nei suoi effetti dalla legge e non dalla volontà del recedente, con la conseguenza che, sussistendo i presupposti del licenziamento per giustificato motivo ma non anche quelli del licenziamento per giusta causa, l'intimato licenziamento in tronco non è invalido, ma produce i suoi effetti alla scadenza del periodo di preavviso, e la possibilità della sua relativa riqualificazione quale licenziamento per giustificato motivo va verificata dal giudice anche d'ufficio - pena il difetto di motivazione - nel momento in cui esclude la configurabilità di una giusta causa. Tuttavia in appello tale difetto di motivazione va rilevato dal giudice solo se denunciato con i motivi di impugnazione e di conseguenza non può essere fatto valere successivamente in cassazione.

Sez. L, Sentenza n. 837 del 17/01/2008


Poiché la giusta causa ed il giustificato motivo soggettivo di licenziamento costituiscono mere qualificazioni giuridiche, devolute al giudice, dei fatti che il datore di lavoro ha posto a base del recesso, la impugnazione della sentenza di primo grado che ha dichiarato la legittimità o illegittimità del licenziamento per sussistenza o insussistenza della giusta causa comprende la minor domanda relativa alla declaratoria della legittimità del licenziamento per giustificato motivo soggettivo, ed abilita il giudice di appello a pronunciarsi in tal senso anche in mancanza di espressa richiesta della parte, senza che vi sia lesione dell'art. 112 cod. proc. civ..



Sez. L, Sentenza n. 7185 del 26/05/2001


motivi della decisione

In riferimento all'inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro, le fattispecie del licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo sono in rapporto, di specialità, e unico è il potere di recesso da esse determinato, regolato nei suoi effetti dalla legge e non dalla volontà del recedente, con la conseguenza che, sussistendo i presupposti del licenziamento per giustificato motivo ma non anche quelli del licenziamento in tronco, l'intimato licenziamento in tronco non è invalido, ma produce i suoi effetti alla scadenza del periodo di preavviso, e la possibilità della sua relativa riqualificazione (non conversione in senso proprio) quale licenziamento per giustificato motivo va verificata dal giudice anche d'ufficio - pena il difetto di motivazione - nel momento in cui esclude la configurabilità di una giusta causa. Tuttavia in appello tale difetto di motivazione non va rilevato dal giudice se non denunciato con i motivi di impugnazione e conseguentemente non può essere fatto valere successivamente in cassazione (Cass., 9 ottobre 1996, n.8836; Cass., 2 aprile 1996, n. 3048; Cass., 2 marzo: 1995 n. 2414; Cass., 24 agosto 1991, n. 9102). Siffatti principi sono stati applicati dal Tribunale che, proprio su gravame della società la quale aveva impugnato per difetto di motivazione la sentenza del giudice di primo che non aveva verificato d'ufficio la riqualificabilità del licenziamento intimato in recesso per giustificato motivo soggettivo, ha proceduto ad esaminare e decidere nel merito le questioni sollevate.
La giusta causa e il giustificato motivo soggettivo, quest'ultimo implicante comunque un notevole inadempimento del lavoratore, anche se caratterizzato da una gravità minore di quella che giustifica la risoluzione in tronco del rapporto, sono qualificazioni giuridiche di comportamenti ugualmente idonei a legittimare la cessazione del rapporto di lavoro, l'uno con effetto immediato e l'altro con preavviso (vedi Cass., 2 marzo 1995, n. 2414 cit.).

Sez. L, Sentenza n. 837 del 17/01/2008


Questo profilo deve essere esaminato congiuntamente al secondo motivo, con il quale, deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., il ricorrente censura la sentenza impugnata perché ha proceduto alla riqualificazione del licenziamento in mancanza di specifico motivo di impugnazione della Telecom sul punto. Le censure non sono fondate.
La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nel ritenere che la giusta causa e il giustificato motivo soggettivo di licenziamento costituiscono mere qualificazioni giuridiche di comportamenti ugualmente idonei a legittimare la cessazione del rapporto di lavoro, l'uno con effetto immediato e l'altro con preavviso, con il conseguente potere del giudice - e senza violazione del principio generale di cui all'art. 112 cod. proc. civ. - di valutare un licenziamento intimato per giusta causa come licenziamento per giustificato motivo soggettivo (fermo restando il principio dell'immutabilità della contestazione e persistendo la volontà del datore di risolvere il rapporto), attribuendo al fatto addebitato al lavoratore la minore gravita propria di quest'ultimo tipo di licenziamento. Da questo principio consegue che nelle più ampie pretese economiche, collegate dal lavoratore all'annullamento del licenziamento, asserito come ingiustificato, ben può ritenersi compresa quella, di minore entità, derivante da un licenziamento che, pur qualificandosi come giustificato, preveda il diritto del lavoratore al preavviso (Cass. 19 dicembre 2006 n. 27104). Lo stesso principio questa Corte ha applicato all'ipotesi di qualificazione del licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo oggettivo (Cass. 14 giugno 2005 n. 12781).
Più delicata è la questione se tale potere officioso del giudice di qualificazione del fatto soggiaccia al principio devolutivo, e richieda pertanto, per essere valutato in sede di legittimità, che abbia formato oggetto di specifico motivo di appello. In questo secondo senso si è pronunciata la giurisprudenza di legittimità meno recente (Cass. 9 ottobre 1996 n. 8836, seguita da Cass. 26 maggio 2001 n. 7185 e Cass. 14 dicembre 2002 n. 17932). Si deve osservare in contrario che proprio il carattere meramente qualificatorio della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo, e la differenza meramente quantitativa tra le due qualificazioni (Cass. 25 settembre 1990 n. 7520, Cass. 26 gennaio 1991 n. 765) comporta che, ove il datore di lavoro impugni globalmente la sentenza di primo grado che ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento, nella sua domanda al giudice d'appello di dichiarare la legittimità della risoluzione del rapporto per giusta causa è compresa la minor domanda di dichiarare la risoluzione dello stesso rapporto per la sussistenza di giustificato motivo soggettivo (in tali termini, specularmente per il lavoratore, Cass. 27104/2006 cit.).
Quanto al profilo attinente alla gravità della condotta, è sufficiente notare che questa Corte, con sentenza 9 luglio 2007 n. 15334, ha dichiarato legittimo il licenziamento per giusta causa di altro dipendente della medesima società per fatti della stessa natura.
Il ricorso principale va pertanto respinto, sulla base del seguente principio di diritto: "Poiché la giusta causa e il giustificato motivo soggettivo di licenziamento costituiscono mere qualificazioni giuridiche, devolute al giudice, dei fatti che il datore di lavoro ha posto a base del recesso, la impugnazione della sentenza di primo grado che ha dichiarato la legittimità o la illegittimità del licenziamento per sussistenza o insussistenza della giusta causa, comprende la minor domanda di declaratoria della legittimità del licenziamento per giustificato motivo soggettivo, ed abilita il giudice di appello a pronunciarsi in tal senso, senza che vi sia lesione dell'art. 112 c.p.c., in mancanza di espressa richiesta della parte".
 
 
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