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il concorso nel reato di usura
Il concorso nel reato di usura del soggetto incaricato di riscuotere il credito usuraio, la configurazione del delitto come reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata
 
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Come noto la configurazione del reato di usura è stata ampiamente innovata dal legislatore del 1996 che, con la L. n 108 del 1996, ha unificato, sotto un unico nome, tre diverse figure di usura: a) l'usura presunta; b) l'usura in concreto; c) la mediazione usuraria. L'usura presunta è individuata dal 1à comma dell'art. 644 cp nel superamento di un calmiere stabilito dallo Stato al livello massimo degli interessi. L'usura in concreto viene definita nel terzo comma dell'art. 644 cp e ricorre quando i vantaggi usurari sono comunque sproporzionati quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economiche o finanziarie. La mediazione usuraria consiste nel pretendere per l'opera mediatoria vantaggi usurari (superiori cioè al limite) ovvero sproporzionati se ottenuti da persona in difficoltà economiche o finanziarie.
 
Con riferimento al reato di usura ed in particolare alla configurazione del concorso nel reato di usura, una peculiare questione attiene alla configurabilità di tale forma di concorso a carico di colui che si adoperi per riscuotere il credito usurario successivamente alla promessa del soggetto passivo. La questione della configurabilità del concorso nel reato di usura in tale fase esecutiva si interseca naturalmente con quella che concerne la qualificazione giuridica della strttura del reato. Si pone, cioè, la questione se la riscossione del credito usurario si collochi dopo che il reato si è consumato con la conseguenza che la condotta del soggetto che provveda solo alla riscossione si caratterizzerà come un post factum non punibile, ovvero se essa integri una delle possibili fasi della consumazione del reato. 
 
Al riguardo, la Suprema Corte ha, da tempo, abbandonato l'orientamento che attribuiva all'usura la natura di reato istantaneo, sia pure con effetti permanenti, e ha affermato che "in tema di usura, qualora alla promessa segua - mediante la rateizzazione degli interessi convenuti - la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un post factum penalmente non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell'originaria pattuizione usuraria, il momento consumativo "sostanziale" del reato, realizzandosi, così, una situazione non necessariamente assimilabile alla categoria del reato eventualmente permanente, ma configurabile secondo il duplice e alternativo schema della fattispecie tipica del reato, che pure mantiene intatta la sua natura unitaria e istantanea, ovvero con riferimento alla struttura dei delitti cosiddetti a condotta frazionata o a consumazione prolungata". (n. 11055 del 1998, rv. 211610, n. 41045/05; n. 34910 del 2008, rv. 241818).

Ne consgue che sarà configurabile il concorso nel reato di usura anche a carico di chi si adoperi solo per la riscossione del credito usurario successivamente alla sua pattuizione illecita.
 
Così ha, di recente, concluso nuovamente la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n 17157 del 9 marzo 2011
 
 
Cassazione penale  Sez. II 9 marzo 2011  (dep. 3 maggio 2011) n. 17157



MOTIVI DELLA DECISIONE
 
Con ordinanza in data 20 ottobre 2010 il Tribunale del riesame di Napoli confermava l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.i.p. presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere nei confronti di De Martino Emanuele e Zunico Paolo per concorso in estorsione aggravata e continuata, tentata estorsione ed usura in danno di Cristofaro Candida.
Il Tribunale riteneva dovessero essere confermati i gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati desumibili dalle sommarie informazioni rese alla P.G. dalla persona offesa, dalle individuazioni fotografiche effettuate dalla stessa parte offesa e dal "formidabile" riscontro proveniente dall'arresto in flagranza del 15 agosto 2010 di De Martino e Zunico, dai conseguenti accertamenti che hanno consentito di verificare lo stretto rapporto fra il De Martino e il Mari, rimasto terminale di tutta la vicenda nonostante il suo sopravvenuto stato di detenzione. Rilevava che il provvedimento aveva per oggetto una lunga vicenda di cui era stata vittima Cristofaro Candida, titolare di uno stabilimento balneare in Baia Verde, incappata in una vicenda usuraria che si è trasformata in un vero e proprio incubo. La donna è stata costretta nel tempo con minacce di vario tipo ad una dipendenza di natura economica da parte di una compagine di soggetti nell'ambito della quale sono stati individuati gli attuali indagati. Il Tribunale sottolineava come lo stato di soggezione trasparisse dalle stesse dichiarazioni della donna che solo alla fine di settembre svelava agli inquirenti completamente la vicenda di cui era vittima da tempo rompendo l'iniziale reticenza, legata ad un comprensibile stato di paura.
Con riguardo alla qualificazione dei fatti evidenziava il giudice del riesame come gli indagati avevano agito nell'ambito di uno stesso illecito progetto, di cui era protagonista principale Mari Luigi che dal carcere continuava a gestire il manipolo di malavitosi di cui si era sempre servito per vessare la Cristofaro. Con riguardo alla partecipazione al delitto di usura sottolineava come il momento consumativo di tale delitto, in caso di rateizzazione nella corresponsione del capitale e degli interessi pattuiti, deve individuarsi nella dazione effettiva dei singoli ratei e non nella illecita pattuizione.
Ricorre per cassazione il difensore degli indagati (omissis)
Resta però il problema di verificare se l'attività estorsiva svolta dai suddetti indagati e volta a ottenere il pagamento del credito e degli interessi usurari da parte del debitore integri a loro carico il concorso nel delitto di usura.
Per risolvere tale problema è necessario partire dalla natura giuridica di tale delitto.
Questa Corte ha ormai abbandonato l'orientamento che attribuiva all'usura la natura di reato istantaneo, sia pure con effetti permanenti, e ha affermato che "in tema di usura, qualora alla promessa segua - mediante la rateizzazione degli interessi convenuti - la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un post factum penalmente non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell'originaria pattuizione usuraria, il momento consumativo "sostanziale" del reato, realizzandosi, così, una situazione non necessariamente assimilabile alla categoria del reato eventualmente permanente, ma configurabile secondo il duplice e alternativo schema della fattispecie tipica del reato, che pure mantiene intatta la sua natura unitaria e istantanea, ovvero con riferimento alla struttura dei delitti cosiddetti a condotta frazionata o a consumazione prolungata". (n. 11055 del 1998, rv. 211610, n. 41045/05; n. 34910 del 2008, rv. 241818).
Aderendo allo schema giuridico dell'usura intesa appunto quale delitto a consumazione prolungata o - come sostiene autorevole dottrina - a condotta frazionata, ne deriva che effettivamente colui il quale riceve l'incarico di recuperare il credito usurario e riesce ad ottenerne il pagamento concorre nel reato punito dall'art. 644 c.p., in quanto con la sua azione volontaria fornisce un contributo causale alla verificazione dell'elemento oggettivo di quel delitto. L'ipotesi accusatoria seguita dal g.i.p. e confermata dal tribunale del riesame con motivazione coerente e priva di vizi logici configura proprio più interventi estorsivi dei ricorrenti, finalizzati ad onorare gli impegni relativi ad un rapporto usurario in corso da anni fra la parte offesa e Mari Luigi su incarico di quest'ultimo, pagamenti effettivamente avvenuti, come indicato dalla Cristofaro (alle minacce conseguivano le solite dazioni di denaro in cassa ...). Deve aggiungersi che in tema di misure cautelari personali, la valutazione del peso probatorio degli indizi è compito riservato al giudice di merito e, in sede di legittimità, tale valutazione può essere contestata unicamente sotto il profilo della sussistenza, adeguatezza, completezza e logicità della motivazione, mentre sono inammissibili, viceversa, le censure, che, pur investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze già esaminate da detto decidente. Il ricorso deve essere respinto.
Poiché dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà dei ricorrenti, deve disporsi - ai sensi dell'art. 94, comma 1-ter, disp. att. c.p.p., - che copia della stessa sia trasmessa al direttore dell'istituto penitenziario in cui l'indagato trovasi ristretto perché provveda a quanto stabilito dal citato art. 94, comma 1-bis.
 
 
 




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