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infortuni sul lavoro - appello penale

A cura di 

Dario Lombardi

Avvocato penalista del Foro di Firenze

dello stesso autore consulta anche i limiti della rilevanza penale nella responsabilità sportiva

 

 

 

 

TRIBUNALE DI ……………

in composizione monocratica

(Proc. Pen. n. ……… R.G.n.r. ; n. ………. R.G.dib.)

Per la

CORTE DI APPELLO DI …………..

 

 

Atto di Appello nell’interesse di

 

TIZIO

 

Avverso la sentenza n. …….. R.G.Sent. del ……… emessa dal Tribunale di ………, depositata il …………, con la quale TIZIO, imputato del reato di cui all’art. 590 c.p. poiché quale responsabile in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro della ditta XXXX, per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia e violazione dell’art. 35 comma 1 del D.L.vo 626/94 per avere messo a disposizione dei lavoratori la macchina trituratrice mod. PZ 190 G matricola n. CI1215 marca Pezzolato Officine costruzioni meccaniche s.p.a. con certificazione CE del marzo 1999, non idonea ai fini della sicurezza e della salute in quanto la zona di presa tra la catena mobile di alimentazione del trituratore e la struttura fissa del macchinario, in prossimità della postazione di lavoro dell’addetto all’inserimento del materiale da triturare, è accessibile e priva di idonea protezione atta ad impedire la presa e lo schiacciamento anche accidentale, delle dita della mano, non corrisponde cioè al D.P.R. 459/96, cagionava a MEVIO lesioni giudicate guaribili solo in data …………. poiché accidentalmente metteva la mano nella macchina di cui sopra priva di idonea protezione, veniva dichiarato colpevole del reato ascrittogli e, concesse le attenuanti generiche prevalenti, lo condanna alla pena di Euro 100 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

 

*****

 

I sottoscritti difensori, legittimati come da nomina in atti, dichiarano di impugnare mediante appello la sentenza n. ……….. R.G.Sent. emessa dal Tribunale di …………, deducendo i seguenti motivi.

 

 

Motivi di appello

 

Motivo Primo – Malgoverno delle risultanze processuali

 

Motivo Secondo – Mancanza del nesso di causalità materiale in relazione alla condotta dell’imputato e all’evento lesivo (artt. 40 secondo comma, 42 e 43 c.p.)

 

Motivo Terzo – Insufficienza degli elementi atti a fondare la condanna con conseguente obbligo di assoluzione quantomeno ex art. 530 secondo comma c.p.

 

Motivo Quarto – Mancata concessione dei benefici di legge

 

 

 

Preliminarmente, preme evidenziare a codesta difesa come il Giudice di Prime Cure, nel motivare in diritto la impugnata sentenza, prescinda del tutto dalle regole sostanziali di diritto codificate e poste dal nostro ordinamento a presidio di una corretta individuazione della responsabilità colposa.

 

Regole alle quali, viceversa, bisogna porre un’attenta e puntuale analisi.

 

Esauriente è la moderna concezione della duplice dimensione o misura dell’imputazione colposa: a) oggettiva, consistendo il primo elemento essenziale nella condotta violatrice della regola cautelare di condotta, volta a salvaguardare i beni giuridici; b) soggettiva, consistendo il secondo elemento essenziale nell’esigibilità dell’osservanza di tali regole da parte dell’agente (e, quindi, nell’attribuibilità al medesimo dell’inosservanza).

 

L’essenza unitaria della responsabilità colposa può, perciò, ravvisarsi nel rimprovero al soggetto per avere realizzato, involontariamente ma pur sempre attraverso la violazione delle regole cautelari di condotta, un fatto-reato, che egli poteva evitare mediante l’osservanza, esigibile, di tali regole.

 

Tre sono, pertanto, gli elementi costitutivi e qualificanti della colpa: 1) l’elemento negativo della mancanza della volontà del fatto materiale tipico; 2) l’elemento oggettivo della inosservanza delle regole di condotta, dirette a prevenire danni a beni giuridici; 3) l’elemento soggettivo della attribuibilità di tale inosservanza all’agente, dovendo avere egli la capacità di adeguarsi a tali regole e potendosi, pertanto, esigerne da lui l’osservanza.

 

1.1. Mancanza di volontà del fatto materiale tipico.

 

Quanto all’elemento negativo, ovvero alla mancanza di volontà del fatto materiale tipico, senza dubbio appare corretta la riconducibilità, da parte del Giudice di Prime Cure, della ipotesi in concreto esaminata (colpa professionale del datore di lavoro) alla tipologia di colpa c.d. incosciente, che si ha quando l’evento non è voluto e nemmeno previsto dall’agente.

 

1.2. Inosservanza delle regole cautelari di condotta.

 

Quanto all’elemento oggettivo. Nella impugnata sentenza, il Giudice di Prime Cure, omette completamente di motivare la propria decisione in punto di elemento oggettivo. In effetti, il Giudice di Prime Cure, sulla base di un giudizio prognostico effettuato unicamente ex post, ritiene implicitamente raggiunta la prova in punto di elemento oggettivo, ovvero la asserita violazione dell’art. 35 comma 1 del D.L.vo 626/94, esclusivamente grazie all’unico dato certo di questo processo: la concreta verificazione dell’evento lesivo in capo al lavoratore.

 

Ciò appare evidentemente inaccettabile anche alla luce delle considerazioni in diritto appresso svolte.

 

Poiché l’agire umano può creare infinite situazioni di pericolo per gli altrui beni, l’esperienza comune e l’esperienza tecnico-scentifica elaborano, in continuità, regole cautelari di condotta, dirette a prevenire danni per i terzi o a circoscriverne il  rischio entro limiti socialmente accettabili. Esse non sono che la cristallizzazione dei giudizi di prevedibilità ed evitabilità delle conseguenze dell’agire umano, ripetuti nel tempo.

 

Quanto alla loro identificazione, le regole cautelari di condotta, scritte o non scritte, non possono non avere un carattere obbiettivo, stante la loro funzione preventiva. E, pertanto, vanno individuate – dai codificatori di esse in regole scritte e del giudice in caso di regole non scritte – sulla base di giudizi ex ante: 1) della prevedibilità dell’evento, con cui si individuano anzitutto le condotte pericolose, essendo tali le condotte tenendo le quali è prevedibile come probabile la verificazione di eventi lesivi; 2) dell’evitabilità dell’evento, con cui si individuano le regole cautelari, cioè prescrittive di modi comportamentali osservando i quali la pericolosità della condotta è esclusa o contenuta; 3) secondo la migliore scienza ed esperienza del momento storico negli specifici settori, non rilevando la successiva scoperta della pericolosità di certe attività o di più efficaci regole cautelari.

 

Possono pertanto dirsi regole di condotta preventive quelle che prescrivono comportamenti, attivi od omissivi, non tenendo i quali è prevedibile e tenendo i quali è evitabile (o contenibile il rischio di) un evento dannoso, secondo la miglior scienza ed esperienza specifica.

 

Il livello della migliore scienza ed esperienza è imposto da un diritto penale con funzione di tutela di beni giuridici (e dall’art.3/1, Dlgs 626/94, sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro), perché : 1) è l’unico idoneo ad individuare i comportamenti generatori di pericolo e le regole di condotta, impeditive o riduttive, delle stesse; 2) potenzia la funzione pedagogica (di orientamento) e protettiva (dei beni giuridici) delle regole cautelari di condotta. Sia perché permette, oltre che di bandire gli usi sociali scorretti, di comprendere in esse non solo le regole già entrate nella esperienza comune, negli usi sociali, ma anche quelle che, tali non essendo ancora divenute, vanno individuate ex novo secondo la superiore scienza ed esperienza degli specifici operatori. Sia perché comporta per i destinatari delle regole un continuo ed automatico adeguamento degli standards di sicurezza alle progressive conquiste della ricerca scientifica-tecnologica nei singoli settori (così anche l’art.4/5 del suddetto decreto); 3) evita di privilegiare i soggetti dotati di livelli di scienza ed esperienza superiori a quelli sopraindicati; 4) permette, di fronte a vuoti di positivizzazione delle regole cautelari, di meglio soddisfare pure nella colpa le esigenze di tassatività e certezza giuridica, riducendo il rischio che la intuizione del giudice si elevi a fonte di produzione di regole cautelari, scientificamente non confermate; 5) evita l’inaccettabile relativismo della pericolosità o meno della condotta e dell’inosservanza o meno della regola cautelare a seconda del modello di agente, cui l’agente è riconducibile.

 

Ebbene, nella questione di cui è processo, la regola cautelare scritta individuata e che si assume violata è l’art. 35 del D.L.vo 626/94, recante gli “obblighi del lavoratore” nell’ “uso delle attrezzature da lavoro”, ed in particolare il comma 1 che statuisce : “Il datore di lavoro mette a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate al lavoro da svolgere ovvero adattate a tali scopi e idonee ai fini della sicurezza e della salute.”.

 

Invero, secondo il giudizio prognostico, valutato correttamente ex ante dai codificatori di tale regola cautelare, il datore di lavoro, osservando pedissequamente le prescrizioni ivi sancite avrebbe inevitabilmente escluso o quanto meno contenuto la possibilità di verificazione di eventi lesivi senza che nessuna forma di responsabilità possa essergli ricondotta qualora, pur correttamente osservando tali prescrizioni, si verifichi ugualmente un evento lesivo, ovvero senza oltrepassare i limiti di una responsabilità oggettiva.

 

Le prescrizioni comportamentali sono precise: deve mettere a disposizione attrezzature adeguate al lavoro da svolgere ed idonee ai fini della sicurezza e della salute.

 

Ebbene, l’imputato, nell’acquisto del macchinario, in piena rispondenza delle prescrizioni comportamentali codificate, si rivolge non a qualsiasi azienda di costruzioni meccaniche (magari pensando ad un eventuale risparmio sui costi fissi), ma alla azienda leader nel settore per la costruzione di quel tipo di macchinario per quel tipo di lavoro, assicurandosi in tal modo, un’attrezzatura assolutamente all’avanguardia rispetto alle moderne concezioni tecnologiche sia in tema di funzionalità che in tema di sicurezza e salute.

 

Infatti, il nuovo modello acquistato dall’imputato era stato progettato, rispetto agli altri modelli esistenti sul mercato, con maggiori funzionalità ma soprattutto con maggiori sicurezze per gli utenti che vi avrebbero lavorato, predisponendo tutte una serie di sistemi di sicurezza, prima inesistenti, tra le quali uno, fondamentale, costituito da una barra che circoscrive tutta la parte anteriore del macchinario, ovvero tutta la postazione di lavoro, non solo quindi con la funzione di allontanare ulteriormente l’operaio dalle parti meccaniche ma che, se sottoposta ad una leggera pressione (con le gambe, con il braccio, o con altra parte del corpo, ad es. con una caduta accidentale) avrebbe immediatamente cessato il funzionamento della macchina. In buona sostanza, il rapporto diretto tra l’operatore e la macchina era tale per cui quest’ultima era strutturata in maniera da evitare il verificarsi di situazioni di pericolo che potessero in qualche modo produrre eventi lesivi.

 

Appare quindi ulteriormente censurabile la impugnata sentenza nella parte in cui lascia intendere che la ditta XXX avrebbe predisposto un sistema di sicurezza, costituente in una barra che allo stesso tempo avrebbe allontanato il lavoratore dalle parti in movimento ed avrebbe bloccato il funzionamento della macchina se sottoposto a pressione, solo al termine della procedura amministrativa instaurata a seguito dell’incidente occorso.

 

Ciò non risponde a verità. Questo è un meccanismo di sicurezza che preesisteva all’infortunio, era un meccanismo di sicurezza che la macchina possedeva sin dal suo acquisto ed era perfettamente funzionante al momento dell’infortunio come del resto è risultato sia nelle indagini preliminari che dall’istruttoria dibattimentale.

 

La ditta XXX, infatti, aveva messo a disposizione dei lavoratori una macchina non solo costruita dalla migliore impresa sul mercato, quindi tecnologicamente all’avanguardia, ma anche dotata dei migliori sistemi di sicurezza esistenti sul mercato per quel dato settore.

 

Così facendo appare davvero difficile, a parere di codesta difesa, ravvisare una violazione dell’art. 35 del D.L.vo 626/94 da parte della ditta XXX, la quale, viceversa, non solo ha osservato le prescrizioni impostegli ex lege, ma addirittura ha fatto di più. Si è servita della migliore impresa esistente sul mercato per possedere, nella propria azienda, il meglio che il mercato le potesse offrire in quel dato momento storico.

 

Ma vi è di più. Quanto al contenuto, positivo o negativo, le regole cautelari possono prescrivere: 1) la previa assunzioni delle informazioni, necessarie per la conoscenza delle regole cautelari relative all’attività che si intende svolgere (es. sulle norme antinfortunistiche delle attività industriali); 2) la comunicazione ad altri delle informazioni sulle norma cautelari riguardanti le attività da essi svolte (es. lavoratori subordinanti la normativa antinfortunistica: art.4 dpr n. 547/55); 3) l’idonea scelta dei propri collaboratori o delegati e l’adeguato controllo sul loro operato, avendo le presenti regole cautelari la funzione di contenimento della pericolosità delle condotte non del soggetto gravato dall’obbligo di diligenza ma di detti soggetti, e potendo l’inosservanza delle stesse dare luogo a culpa in eligendo o in vigilando.

 

Ed infatti. Emerge chiaramente dalle dichiarazioni rese dall’imputato in sede dibattimentale un’ulteriore dato certo ed incontrastabile.

 

Trattasi di persona altamente qualificata, la quale rivestiva al momento dei fatti la qualifica di consigliere della società consortile Geus specializzata in formazione e informazione e sicurezza sul luogo di lavoro, che possedeva, inoltre, competenze specifiche sulla sicurezza grazie anche ad ulteriori corsi di formazione seguiti con profitto.

Emerge, altresì, chiaramente dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa in sede dibattimentale che ella è stata adeguatamente formata all’utilizzo di quello specifico macchinario, acquistando così le competenze specifiche necessarie.

 

Ed ancora. Quanto ai rapporti tra colpa specifica e colpa generica, essi vanno così precisati: in caso di osservanza della regola cautelare scritta, la possibilità di una residua colpa generica va esclusa quando trattasi di regole scritte esaustive delle cautele esigibili rispetto a quella specifica attività pericolosa; resta ammissibile solo quando trattasi di norme scritte non esaustive delle cautele esigibili, onde l’agente è tenuto all’osservanza anche di regole non scritte.

 

1.3. Esigibilità da parte dell’agente delle regole cautelari di condotta.

 

Quanto all’elemento soggettivo. Nella impugnata sentenza si afferma: “ parimenti provata è la pericolosità della macchina e la sua mancata rispondenza alla norme tecniche di buona costruzione e sicurezza per gli addetti..” in quanto, “…si evidenzia chiaramente come vi fosse una luce importante tra la parte posteriore destra del nastro trasportatore e la parte fissa sovrastante, tale cioè da creare una situazione di estremo pericolo di traumi da schiacciamento nell’operatore, qualora una parte del corpo fosse rimasta incastrata in quello spazio, come poi è effettivamente accaduto…”.

 

Nella colpa il fatto è rimproverabile all’autore, in quanto, pur non avendolo voluto, doveva – perché poteva – impedirlo. E in tanto poteva impedirlo in quanto da lui poteva pretendersi l’osservanza delle regole di condotta, impeditive del fatto. Può agire imprudentemente o negligentemente solo chi è in grado di agire prudentemente o diligentemente. La mancanza di volontà del fatto differenzia la colpa dal dolo, la esigibilità dell’osservanza di tali regole dalla responsabilità oggettiva.

 

La colpa incosciente, che, mancando anche della previsione dell’evento, è concetto soltanto normativo e rispetto alla quale il rimprovero è di non avere osservato certe regole cautelari per non avere previsto l’evento, prevedibile ed evitabile.

 

Ma prevedibilità ed evitabilità secondo quale parametro: da parte di quale tipo di soggetto?

 

In proposito, non può non considerarsi che il legislatore non ha prescritto che il datore di lavoro debba valutare, e quindi prevenire, tutti i rischi per la salute esistenti sul luogo di lavoro, ed è questa, per di più, la motivazione della condanna della Repubblica Italiana da parte della Corte di Giustizia CE (Corte di Giustizia CE, sez. V, 15/11/2001 n.49, in Cass. Pen. 2002, 3211 e Foro It. 2002, IV, 432 e in Mass. Gius. Lav. 2002, 256).

 

Orbene, il D.L.vo 626/94 in esame, stante la sua vaghezza, non individua attraverso prescrizioni specifiche ciò che il datore di lavoro deve porre in essere ed in quali limiti: essa si limita soltanto a dichiarare un generico dovere di diligenza a carico del datore di lavoro, che certo però, si ripete, non può assolutamente trasformarsi in responsabilità oggettiva.

 

Nella c.d. colpa specifica, anzitutto non vi è, rispetto alla misura oggettiva, differenza di essenza con la colpa generica: entrambe richiedono l’inosservanza della regola cautelare.

 

Circa la misura soggettiva, ai fini dell’accertamento della prevedibilità ed evitabilità dell’evento da parte dell’agente-modello, si ritiene sia sufficiente accertare la inosservanza della regola cautelare scritta (sempre che sia sorretta dalla suitas), in quanto queste, essendo rivolte a specifiche categorie di soggetti esercenti determinati tipi di attività, sarebbero già state concepite e costruite in rapporto alla prevedibilità ed evitabilità dell’evento da parte dell’uomo giudizioso della stessa professione e condizione.

 

E’ pur vero però che la loro osservanza non è esigibile quando la loro esistenza non era, neppure dall’agente-modello, conoscibile ed esse non corrispondevano a regole cautelari di comune prudenza.

 

L’agente, pertanto risponderà per colpa, solo degli eventi dall’agente-modello prevedibili, ma prevedibili mediante l’osservanza delle legis artis. Ma non di quelle prevedibili, ma verificatisi nonostante la fedele osservanza di tali regole tecniche, trattandosi di rischio consentito ed accollatosi dall’ordinamento nello stesso momento in cui si autorizza l’attività rischiosa.

 

Il progettista e il costruttore di una macchina industriale devono poter confidare nella non manomissione e manutenzione dei dispositivi di sicurezza da parte dell’utente, così come questi deve potere confidare nella corretta progettazione e costruzione degli stessi.

 

In effetti, non si capisce come il Giudice di Prime Cure possa essere giunto ad una affermazione di penale responsabilità dalle risultanze processuali effettivamente esistenti.

 

Dalle foto prodotte in giudizio, si evince, invero, la presenza di una piccolissima fessura (45 mm.) tra la parte fissa della macchina e la catena mobile avente una funzione ben specifica tale da non poter essere  certo eliminata. Infatti, il nastro trasportatore è corredato sulla sua superficie da alcuni ganci predisposti per poter aggrappare e trascinare al suo interno le frasche che venivano appoggiate dagli operatori.

 

Ciò, evidentemente, è stato correttamente predisposto dai costruttori per evitare che gli operatori si avvicinassero in alcun modo all’imboccatura della macchina trituratrice (ulteriore meccanismo di sicurezza, questo, che, nelle precedenti versioni era inesistente).

 

In sostanza, la fessura “pericolosa” secondo il Giudice di Prime Cure e che sarebbe la causa principale dell’inosservanza delle regole cautelari poste dal datore di lavoro, altro non è se non la sede – non modificabile da parte dell’utente, pena una illegittima manomissione - della catena mobile del macchinario costruita nella misura minima necessaria per consentire il corretto passaggio dei ganci predisposti sulla stessa, peraltro ben protetta da una sbarra di sicurezza che avrebbe bloccato il funzionamento della macchina se premuto e che teneva a debita distanza l’operatore (oltre 1 metro).

 

Sulla base di tale presupposto appare davvero assurdo ipotizzare che il datore di lavoro avrebbe dovuto ostruire quella luce (ancorché già adeguatamente protetta dalla sbarra di bloccaggio predisposta anteriormente) perché possibile fonte di pericolo quando, se così avesse fatto, avrebbe non solo illecitamente manomesso il macchinario ma addirittura impedito il corretto funzionamento della macchina. Senza considerare poi, che quel meccanismo di traino era già predisposto come ulteriore mezzo di sicurezza della macchina.

 

Un’ulteriore considerazione in merito alla prevedibilità dell’evento lesivo appare davvero essenziale.

 

Il moto rotatorio della catena mobile, che ruota verso l’interno della macchina, ovvero in senso opposto rispetto alla parte fissa della stessa, rende davvero improbabile, quanto meno imprevedibile con un giudizio ex anterectius, l’unico effettuabile – ipotizzare la possibilità che da quel movimento ne possa derivare uno schiacciamento tra la parte mobile e la parte fissa, proprio perché il moto è di espulsione e non di attrito!

 

In effetti, il dato davvero allarmante, a parere di codesta difesa, che rende ancor più aleatorio il fragile impianto accusatorio, deriva proprio dalle confuse e spesso contraddittorie testimonianze assunte in giudizio, in particolare da parte della stessa persona offesa, dove, non si raggiunge certezza alcuna sulla dinamica dell’evento lesivo che, viceversa, appare davvero controversa, quanto meno sulla base delle risultanze processuali raggiunte dal Giudice di Prime Cure.

 

Si è verificato uno schiacciamento, ma per quale dinamica e per effetto di cosa non è dato capirlo!

 

Quindi, in sostanza, l’imputato, uomo di riconosciuta ed apprezzata professionalità, acquista una macchina dal migliore rivenditore sulla piazza, con regolare conformità CE, in perfetto stato di funzionamento e assolutamente corredata di tutti gli indispensabili apparati di sicurezza; è presente sul nastro trasportatore della stessa una “piccola” fessura all’evidenza indispensabile al passaggio degli ingranaggi del nastro che, oltre ad essere opportunamente preceduta da un’ulteriore strumento di sicurezza predisposto nella postazione di lavoro per il bloccaggio completo della macchina in caso di leggera pressione, peraltro ruota in senso inverso rispetto alla parte fissa della macchina (con effetto di espulsione, quindi): da tali dati, come può presumersi da parte dell’ homo ejusdem professionis et condicionis, con un giudizio prognostico ex ante, che quella fessura possa arrecare danno alcuno all’operatore?

 

Infatti, il danno lesivo, non si è verificato per colui che operava materialmente e singolarmente alla macchina ma ad altro soggetto che prestava attività di supporto e collaborazione al primo (collaborazione che si concretizzava esclusivamente nel raccogliere il materiale da triturare e porgerlo al collega addetto al posizionamento sul macchinario) che di per se sola non poteva subire in astratto fatti lesivi per l’utilizzo della macchina medesima.

 

Si vuole dire cioè, che tutto quanto fin qui evidenziato non può ritenersi un mero sofisma difensivo laddove si debba considerare in via principale la responsabilità per colpa e non oggettiva in rapporto all’evento prevedibile nell’utilizzo concreto della macchina con l’operatore.

 

Quanto è avvenuto, in conclusione, è accaduto in via del tutto accidentale ma soprattutto in modo del tutto imprevedibile senza che, quindi, all’imputato possa muoversi rimprovero alcuno, pena l’accoglimento di una concezione meramente formale della colpevolezza – rectius della responsabilità oggettiva – e dunque all’assai poco rimpianto diritto penale d’autore.

p.q.m.

 

Si insiste affinché la Corte di Appello di Firenze Voglia riformare la impugnata sentenza assolvendo TIZIO dal reato a lui ascritto con la formula più ampiamente liberatoria perché il fatto non sussiste ex art. 530 c.p.p. primo comma; In subordine, assolvere l’imputato ai sensi e per gli effetti dell’art. 530 c.p.p. secondo comma con la formula ritenuta di giustizia; In ulteriore subordine, concedere, la ove concedibili, tutti i benefici di legge

 

Con Ossequio.

 

A cura di 

Dario Lombardi

Avvocato penalista del Foro di Firenze

dello stesso autore consulta anche i limiti della rilevanza penale nella responsabilità sportiva

 

 





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