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la conversione giudiziale del part time in tempo pieno
Gli effetti dell'accertamento in giudizio di un rapporto a tempo pieno formalizzato con contratto a tempo parziale, gli effetti sulla retribuzione spettante e sul rapporto di lavoro 
 
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Una questione che sovente si pone, sotto molteplici profili, nelle aule dei tribunali del lavoro è quella degli effetti che conseguono all'accertamento giudiziale che un rapporto di lavoro formalmente instaurato con contratto a tempo parziale si sia, nei fatti, svolto con un orario a tempo pieno o addirittura superiore.
 
Da una parte, infatti, tale accertamento potrebbe consolidare il diritto del lavoratore (o del datore di lavoro) a mantenere il diverso regime di orario concretamente realizzato, dall'altra, sotto il profilo della retribuzione spettante, il trattamento retributivo delle maggiori ore di lavoro svolte rispetto all'orario contrattualmente pattuito, varia sensibilmente a seconda che tali ore eccedenti siano considerate come lavoro supplementare o come orario normale.
 
I principi desumibili dalla giurisprudenza di legittimità sono che un contratto di lavoro a tempo parziale si converte in un contratto di lavoro a tempo pieno o per effetto di una simulazione relativa (che deve però essere oggetto di prova) ovvero quale conseguenza dell'effettivo svolgimento di un rapporto lavorativo a tempo pieno. In tale ultimo caso si realizza la conversione del rapporto senza alcuna necessità di atti formali.


Cassazione civile    sez. lav. 18/03/2004 n 5520

Un rapporto di lavoro a tempo parziale può trasformarsi in rapporto di lavoro a tempo pieno per fatti concludenti, nonostante la difforme pattuizione iniziale, a causa della continua prestazione di un orario di lavoro pari a quello previsto per il lavoro a tempo pieno, non occorrendo a tal fine alcun requisito formale.

Cassazione civile    sez. lav. 28/10/2008 n 25891

Ai fini della determinazione della natura, a tempo parziale o a tempo pieno, del rapporto di lavoro non rileva il negozio costitutivo del rapporto medesimo e l'iniziale manifestazione di volontà delle parti, ma la concreta attuazione del contratto di lavoro stipulato tra le parti. Ne consegue che, ove sia stata dimostrata la costante effettuazione di un orario di lavoro prossimo (o anche superiore) a quello stabilito per il lavoro a tempo pieno, il contratto va qualificato come a tempo pieno, restando privo di rilievo il richiamo alla disciplina codicistica in tema di conversione del contratto nullo e la ricerca di una volontà novativa delle parti.



Cassazione civile  sez. lav.  30/05/2011 n 11905


MOTIVI DELLA DECISIONE
 
5. Primo motivo: le ricorrenti lamentano violazione della L. n. 863 del 1984, art. 5, anche in relazione all'art. 3, comma 7 del C.C.N.L. 4 aprile 1995 e all'art. 3.6 del C.C.N.L. 16 febbraio 2000, nonchè vizio di motivazione, deducendo che, pure alla luce delle richiamate disposizioni collettive, sussisteva piena compatibilità tra la prestazione ad orario ridotto e lo svolgimento di un'eventuale ulteriore attività da parte del lavoratore e che, comunque, all'eventuale violazione della L. n. 863 cit. e delle disposizioni collettive sul contratto a tempo parziale non poteva conseguire la conversione del contratto da tempo parziale a tempo pieno.
6. Secondo motivo: si denuncia vizio di motivazione, lamentando che la decisione impugnata non abbia considerato che lo svolgimento del lavoro supplementare non poteva comportare l'esistenza di un rapporto a tempo pieno, in assenza degli ulteriori elementi distintivi di tale rapporto, in particolare l'obbligo di reperibilità del lavoratore al di fuori dei turni programmati, ben potendo egli rifiutare le prestazioni supplementari, di volta in volta concordate; nè poteva configurarsi alcuna novazione del rapporto, in mancanza degli elementi costitutivi della fattispecie novativa e in presenza della mera modifica di modalità accessorie della prestazione.
7. Osserva il Collegio che, nel censurare la violazione e falsa applicazione delle disposizioni collettive di settore, le ricorrenti non hanno adempiuto l'onere, prescritto dall'art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, a pena di improcedibilità del ricorso, di depositare i contratti o accordi collettivi di diritto privato sui quali il ricorso si fonda, onde va dichiarata l'improcedibilità, in parte qua, del ricorso.
8. Le restanti censure, congiuntamente esaminate per l'intima connessione, non sono fondate alla stregua dei precedenti specifici di questa Corte, resi in controversie simili alla presente, cui il Collegio intende dare continuità (v., ex multis, Cass. 21160/2010).
9. Il rapporto a tempo parziale si trasforma in rapporto a tempo pieno per fatti concludenti, in relazione alla prestazione lavorativa resa, costantemente, secondo l'orario normale, o addirittura con orario superiore. Il comportamento negoziale concludente, nel senso di modificare stabilmente l'orario di lavoro, è conseguente all'accertamento che la prestazione eccedente quella inizialmente concordata - resa in modo continuativo secondo modalità orarie proprie del lavoro a tempo pieno, o addirittura con il superamento dell'orario normale - non risponda ad alcuna specifica esigenza di organizzazione del servizio, idonea a giustificare, secondo le previsioni della contrattazione collettiva, l'assegnazione di ore ulteriori rispetto a quelle negozialmente pattuite.
10. La libertà del lavoratore di rifiutare la prestazione oltre l'orario dei part-time è ininfluente, posto che, come rilevato dalla Corte di merito, l'effettuazione, in concreto, delle prestazioni richieste, con la continuità risultante dalle buste paga, ha evidenziato l'accettazione della nuova regolamentazione, con ogni conseguente effetto obbligatorio, risultandone una modifica non accessoria dei contenuti del sinallagma negoziale.
11. Il ricorso è respinto e le ricorrenti vanno condannate, secondo soccombenza, al pagamento delle spese di giudizio, liquidate come in dispositivo.

Cassazione civile    sez. lav. 28/10/2008 n 25891

Ai fini della determinazione della natura, a tempo parziale o a tempo pieno, del rapporto di lavoro non rileva il negozio costitutivo del rapporto medesimo e l'iniziale manifestazione di volontà delle parti, ma la concreta attuazione del contratto di lavoro stipulato tra le parti. Ne consegue che, ove sia stata dimostrata la costante effettuazione di un orario di lavoro prossimo (o anche superiore) a quello stabilito per il lavoro a tempo pieno, il contratto va qualificato come a tempo pieno, restando privo di rilievo il richiamo alla disciplina codicistica in tema di conversione del contratto nullo e la ricerca di una volontà novativa delle parti.


MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Preliminarmente va disposta la riunione dei ricorsi siccome proposti avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c.).
2. Con il primo motivo la ricorrente principale lamenta violazione della L. n. 863 del 1984, art. 5, nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), deducendo che, alla luce delle richiamate disposizione della contrattazione collettiva, sussisteva piena compatibilità tra la prestazione ad orario ridotto e lo svolgimento di un'eventuale ulteriore attività da parte dei lavoratori, che, comunque, avrebbero potuto rifiutare lo svolgimento del lavoro supplementare loro richiesto; inoltre, l'eventuale violazione della L. n. 863 del 1984, art. 5, non poteva avere come conseguenza la conversione del contratto da tempo parziale a tempo determinato. Nè, nella fattispecie, era ravvisabile un'ipotesi di novazione soggettiva, difettando l'animus novandi e l'aliquid novi (non sussistendo una modifica dell'oggetto del contratto integrante una nuova obbligazione incompatibile con il persistere di quella originaria).
Con il secondo motivo la ricorrente principale lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1230 c.c., nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), deducendo che, contraddittoriamente, la Corte territoriale, pur avendo ritenuto che dalla eventuale inosservanza della L. n. 863 del 1984, art. 5, non consegue automaticamente la conversione del rapporto, non aveva poi spiegato in base a quali principi aveva ritenuto che l'applicazione di tale sanzione dovesse derivare dal superamento, anche ripetuto, del tetto orario contrattualmente previsto; nè la Corte territoriale, in difetto di ammissione da parte del primo Giudice dei richiesti mezzi istruttori, aveva valutato che tutti i lavoratori conoscevano i rispettivi turni di lavoro ad inizio mese per il 60% della prestazione lavorativa e che la restante parte veniva richiesta con un preavviso di almeno 5 - 7 giorni.
Sotto il profilo probatorio la Corte territoriale aveva inoltre ritenuto provato lo svolgimento del lavoro supplementare quale dedotto nel ricorso introduttivo nonostante la contestazione svolta sul punto nella memoria difensiva.
Nè la ritenuta novazione soggettiva poteva essere desunta unicamente sulla base della durata della prestazione lavorativa effettuata, non essendo sol per questo riscontrabili l'animus novandi e l'aliquid novi.
Per contro doveva ritenersi che, in caso di violazione della L. n. 863 del 1984, art. 6, il contenuto negoziale poteva essere integrato, ricorrendone i presupposti, attraverso il riconoscimento di una maggiorazione retribuiva, nel mentre la conversione del contratto di lavoro a tempo parziale in ordinario rapporto di lavoro a tempo pieno vincolerebbe le parti ad effetti diversi da quelli voluti, in violazione della regola di cui all'art. 1424 c.c..
I due motivi, tra loro strettamente connessi, vanno esaminati congiuntamente.
3. Osserva il Collegio come risultino inammissibili le doglianze relative alla pretesa violazione della L. n. 863 del 1984, art. 5, posto che la Corte territoriale, dichiarando di non condividere le ragioni poste dal primo Giudice a sostegno della sua decisione, ha espressamente disconosciuto che dalla violazione di una disposizione finalizzata a tutelare la gestione del tempo libero del lavoratore a part-time potesse farsi derivare la disomogenea conseguenza del riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo pieno (derivandone che risultano irrilevanti i profili di doglianza relativi alla mancata considerazione delle modalità attraverso le quali i lavoratori erano portati a conoscenza del lavoro supplementare loro richiesto e all'incidenza della possibilità di rifiutare tale lavoro supplementare).
3.1 La Corte territoriale ha invece chiaramente esplicitato che le ragioni del decisum andavano individuate in relazione alla concreta esecuzione del contratto di lavoro stipulato tra le parti, facendo quindi applicazione del principio secondo cui, in relazione ai diritti spettanti al lavoratore per la sua attività lavorativa, non è decisivo il negozio costitutivo del rapporto, ma il rapporto nella sua concreta attuazione (cfr, Cass., n. 8904/1996).
La giurisprudenza di questa Corte ammette infatti che, "...in base alla continua prestazione di un orario di lavoro pari a quello previsto per il lavoro a tempo pieno, un rapporto di lavoro nato come a tempo parziale possa trasformarsi in un rapporto di lavoro a tempo pieno, nonostante la difforme, iniziale, manifestazione di volontà delle parti, non occorrendo alcun requisito formale per la trasformazione di un rapporto a tempo parziale in rapporto di lavoro a tempo pieno� (cfr, Cass., n. 5520/2004), cosicchè risulta del tutto inutile ogni discussione in ordine alla possibilità di riscontrare o meno una volontà novativa delle parti, una volta che sia stata dimostrata la costante effettuazione di un orario di lavoro prossimo (o, come nel caso che ne occupa, addirittura superiore) a quello stabilito per il lavoro a tempo pieno e del pari inconferente il richiamo alla disciplina codicistica in tema di conversione del contratto nullo.
3.2 Nessuna violazione della regola di cui all'art. 2697 c.c., è infine ravvisatale nella fattispecie, avendo la Corte territoriale, con valutazione di fatto incensurabile in questa sede, desunto le concrete modalità di espletamento dell'attività lavorativa da fonti documentali di cui non è stata affatto contestata la rituale acquisizione al giudizio.
4. Sulla base delle considerazioni che precedono il ricorso principale va quindi respinto, restando assorbita la disamina di quello incidentale condizionato.
Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo seguono la soccombenza.
 
 
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