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La diffamazione nei reality
Si occupa della vicenda relativa ad un lamentato fatto diffamatorio accaduto durante un reality show. Nella specie la Suprema Corte ha escluso la configurabilità del reato di diffamazione sul rilievo del contesto peculiare nel quale l'offesa all'onore era stata perpetrata, la Suprema Corte richiama, nella parte motiva, il principio costantemente affermato secondo il quale, al fine di verificare la concreta ricorrenza dell'offesa all'onore integrante il delitto di diffamazione occorre necessariamente contestualizzare il fatto presuntivamente lesivo.


Cassazione Penale  Sez. V del 12 maggio 2009 n. 37105
In tema di diffamazione, nel valutare la portata offensiva di un'espressione verbale occorre avere riguardo al contesto nel quale essa è inserita. Ne consegue che non è punibile chi, nel corso di un reality, riferendosi a un avversario di gioco lo definisca "pedofilo" dal momento che quel tipo di programma televisivo ha la caratteristica di sollecitare il contrasto verbale tra i partecipanti, secondo uno schema oggi abusato, che non può sfuggire ai soggetti direttamente coinvolti.



LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. AMATO         Alfonso    -  Presidente   -
Dott. RAFFAELLO     Federico   -  Consigliere  -
Dott. MARASCA       Gennaro    -  Consigliere  -
Dott. OLDI          Paolo      -  Consigliere  -
Dott. DE BERARDINIS Silvana    -  Consigliere  -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
1) M.F., (P.C.) N. IL (OMISSIS);

nei confronti di:
2) S.S., N. IL (OMISSIS);
3) MA.ST., N. IL (OMISSIS);
4) RETI TELEVISIVE ITALIA S.P.A. (Resp. Civ.);
avverso la SENTENZA del 23/06/2008 CORTE DI APPELLO di ROMA;
Visti gli atti, la sentenza denunziata e il ricorso;
Udita  in  pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere  Dott.  PAOLO OLDI;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Giuseppe Febbraro,  che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso;
Udito, per la parte civile, l'Avv. Falivene Filippo;
Uditi  i  difensori Avv. Toma Roberta per S. e Avv. Salvatore  Pino  per  Ma. e per la responsabile civile  Reti  Televisive Italia s.p.a..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza in data 23 giugno 2008 la Corte d'Appello di Roma, confermando la decisione assunta dal Tribunale di Rieti in composizione monocratica e impugnata dalla parte civile, ha escluso anche agli effetti civili la responsabilità di S.S. e Ma.St. in ordine al reato di diffamazione, col mezzo televisivo, in danno di M.F..
In fatto era accaduto che, durante un programma televisivo trasmesso dalla (OMISSIS) sotto il controllo del Ma., intitolato "(OMISSIS)", il concorrente S., riferendosi ad un avversario nel gioco, cioè al M., lo definisse "pedofilo" a motivo delle attenzioni da lui rivolte ad un'altra concorrente molto più giovane di lui.
Ha ritenuto il giudice di merito che l'espressione adottata, nel contesto di una trasmissione votatamente indirizzata alla rissa verbale fra i partecipanti, costituisse una impropria e scherzosa iperbole, priva dell'attitudine a ledere effettivamente la reputazione altrui. Anche le conseguenze derivatene al M. dopo il suo ritorno a casa, costituite da battute, scherni e molestie telefoniche, sono state viste dalla Corte d'Appello come conseguenza, più che della condotta degli imputati, della notorietà volontariamente acquisita dal querelante con la partecipazione a una trasmissione televisiva di quel tipo.
Ha proposto ricorso per cassazione il M., nella sua qualità di parte civile, deducendo censure riconducibili a un solo motivo.
Con esso il ricorrente si duole: che si sia omesso di tener conto della carica intrinsecamente offensiva dell'epiteto "pedofilo", quand'anche pronunciato scherzosamente; che si sia erratamente giudicato usuale quel comportamento, in programmi televisivi come "(OMISSIS)", senza considerare che quello era stato il primo reality show trasmesso in Italia; che, trattandosi di programma registrato, sarebbe stato possibile il taglio della sequenza incriminata, come era accaduto per altre espressioni offensive pronunciate durante la discussione; che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte territoriale, le conseguenze riversatesi sulla reputazione del ricorrente a seguito della trasmissione erano dipese dall'epiteto pubblicamente rivoltogli, che aveva fatto sentire altre persone legittimate a offendere, o quantomeno a ridicolizzare, il deducente.
Il ricorso è privo di fondamento e va disatteso.
Alla stregua di molteplici enunciazioni giurisprudenziali di questa Corte Suprema, nel valutare la portata offensiva di un'espressione verbale occorre avere riguardo al contesto nel quale essa è inserita (vedansi ex multis Cass. 14 febbraio 2008 n. 11632; Cass. 15 novembre 2007 n. 10420; Cass. 5 marzo 2004 n. 17664).
A tale principio si è correttamente attenuto il giudice di merito, il quale infatti si è interrogato sulla valenza lesiva della frase pronunciata dal S. e indirizzata al M., pervenendo a un giudizio negativo in considerazione del fatto che il dialogo si era svolto nel corso di un programma televisivo la cui caratteristica era quella di sollecitare il contrasto verbale tra i partecipanti, secondo uno schema oggi abusato, ma che anche a quell'epoca non poteva sfuggire ai soggetti direttamente coinvolti. Ha osservato altresì la Corte territoriale che l'uso della parola "pedofilo" era stato scherzoso, come evidenziato anche dal fatto che il S. aveva inteso riferirsi alle "attenzioni" rivolte dal M. a una donna molto più giovane di lui, ma pur sempre adulta.
La conclusione così raggiunta, oltre che sorretta da motivazione logicamente ineccepibile, è pienamente conforme ai principi giuridici che regolano la materia, valorizzando la necessità di "contestualizzare" l'espressione usata, e cioè di rapportarla al contesto spazio-temporale nel quale è stata pronunciata.
Il fatto che si sia trattato di un programma registrato e trasmesso in un secondo momento non modifica minimamente i termini della questione: è infatti irrilevante il mancato esercizio della facoltà di "tagliare" la sequenza di cui si discute, volta che se ne escluda la portata offensiva alla luce del principio suesposto.
Del pari non influisce sul giudizio di penale irrilevanza del fatto la doglianza mossa dal M. in riferimento alle conseguenze riversatesi su di lui dopo l'episodio teletrasmesso, e tradottesi - secondo l'assunto del ricorrente - in pesanti sfottò da lui subiti Si è infatti trattato, come esattamente osservato dal giudice di merito, di una conseguenza della notorietà volontariamente acquisita dal M. con la partecipazione a quella trasmissione televisiva, nonchè - è il caso di aggiungere - della naturale tendenza del pubblico all'imitazione di quanto apparso in televisione.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 12 maggio 2009.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2009




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