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La diffida ad adempiere contenuto, funzione ed effetti

Approfondimento

a cura di

Silvia Papadia

abogado stabilito presso il Foro di Pavia

 

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La diffida ad adempiere – art. 1454 c.c.

Un breve excursus sulla diffida ad adempiere (disciplinata dall’art. 1454 del codice civile) e sulle problematiche ad essa connesse.
La diffida ad adempiere costituisce uno strumento di risoluzione contrattuale di diritto, al pari della clausola risolutiva espressa e del termine essenziale. Tali modalità di scioglimento del contratto rientrano nella più ampia species di risoluzione per inadempimento.

Funzione e natura
 
La diffida ad adempiere è prevista per i rapporti con obbligazioni corrispettive e, come dicevamo poc’anzi, rappresenta un valido strumento di autotutela privata, senza ricorrere al Giudice.
L’anzidetta diffida produce, infatti, non solo i risultati propri di qualsiasi intimazione all’adempimento, ma altresì determina l’insorgere di una nuova situazione giuridica, per effetto della quale, se il debitore non adempie nel congruo termine fissato dal creditore, il rapporto si risolve di diritto.
La proposizione di una preventiva diffida ad adempiere costituisce per la parte adempiente soltanto una facoltà (non un obbligo). La stessa può, infatti, proporre direttamente la domanda tendente alla risoluzione del rapporto attraverso una pronunzia costitutiva del Giudice sulla base del solo fatto obiettivo dell’inadempimento di non scarsa importanza (tra le tante, Cassazione civile, Sez. II, 27.01.1996, n. 639).  Diversamente, qualora venga inviata una diffida e sorgano contestazioni, l’eventuale pronuncia del Giudicante sarà di mero accertamento e non costitutiva.
È bene sottolineare che il diffidante deve essere adempiente ovvero deve aver offerto di adempiere, altrimenti l’effetto risolutorio non si realizza (Cassazione civile, Sez. II, 04.05.1994, n. 4275). Infatti, allorquando anche il diffidante sia inadempiente, dalla diffida rimasta infruttuosa non scaturisce la risoluzione del contratto, poiché in tal caso perde rilevanza giuridica l’inadempimento del diffidato, per il principio “inademplenti non est adimplendum”, sancito dall’art. 1460 c.c.
L’opinione prevalente, in dottrina e in giurisprudenza, qualifica la diffida ad adempiere come un negozio giuridico unilaterale recettizio, espressione dell’esercizio di un diritto potestativo del creditore che ha la possibilità di provocare immediatamente e unilateralmente una modifica del rapporto, introducendo un termine di adempimento. Pertanto dovrà essere portata a conoscenza del destinatario perché produca i suoi effetti.
In dottrina, si discute se si tratti di un atto negoziale oppure di un atto giuridico in senso stretto.

Contenuto della diffida
 
L’intimazione ex art. 1454 c.c., che deve necessariamente essere fatta per iscritto, deve contenere:
 
1) l’invito ad adempiere;
 
2) la determinazione di un termine congruo (di regola 15 giorni; un termine inferiore può risultare congruo solo laddove sia frutto di un patto delle parti ovvero discenda dalla natura del contratto o dagli usi);
 
3) l’avvertimento che l’inadempimento, oltre il termine stabilito dal creditore, comporta la risoluzione di diritto del contratto.
 
Sebbene non siano richieste formule sacramentali, il diffidante non può limitarsi ad espressioni vaghe e generiche. Invero, è stata ritenuta priva di effetto la diffida ad adempiere “entro brevissimo tempo” (Cass. 29.12.1952 n. 3276) e lo stesso dicasi per l’espressione “ci si riserva di agire nelle sedi opportune”, senza specificare ulteriormente se si intenda ottenere l’adempimento ovvero la risoluzione del contratto.
E’ da ritenersi, invece, superato il precedente orientamento (Cass. civ., 13.2.1976, n. 466) che riteneva priva di effetto la diffida, inviata per la stipula di un contratto definitivo di compravendita di immobile, in caso di mancata indicazione in essa del notaio rogante, del luogo e del tempo della stipula. La Suprema Corte, Sez. II, con sentenza n. 8910 del 09.09.1998, ha ritenuto detta indicazione ultronea rispetto al meccanismo normativo configurato dall’art. 1454 c.c., in forza del quale l’unico onere gravante sull’intimante è quello di fissare un termine entro il quale l’altra parte dovrà adempiere la propria prestazione.

Inadempimento di non scarsa importanza
 
Alla diffida ad adempiere deve essere comunque applicato l’art. 1455 c.c., pertanto la risoluzione del contratto opera solo se l’inadempimento è di non scarsa importanza. Tuttavia non è mancato chi ha criticato tale interpretazione considerandola poco fedele allo spirito della legge.

L’intimazione, da parte del creditore, della diffida di cui all’art. 1454 c.c. e l’inutile decorso del termine fissato per l’adempimento non eliminano la necessità, ai sensi dell’art. 1455 del c.c., dell’accertamento giudiziale della gravità dell’adempimento in relazione alla situazione verificatasi alla scadenza del termine (Cass. civile, Sez. II, 18.04.2007, n. 9314).
 
In tali casi, il Giudice sarà tenuto comunque a valutare la sussistenza degli estremi, soggettivi e oggettivi, dell’inadempimento; in particolare, dovrà verificare sotto il profilo oggettivo che l’inadempimento sia non di scarsa importanza, alla stregua del criterio indicato dall’art. 1455 c.c., e, sotto il profilo soggettivo, l’operatività della presunzione di responsabilità del debitore inadempiente fissata dall’art. 1218 c.c., la quale, pur dettata in riferimento alla responsabilità per il risarcimento del danno, rappresenta un principio di carattere generale (Cass. civile, Sez. II, 13.03.2006 n. 5407).
 
Ne consegue che, nella ipotesi di diffida ad adempiere, quanto al rilievo della gravità dell’inadempimento, si afferma in giurisprudenza che il giudice è tenuto comunque a valutare la sussistenza degli estremi, soggettivi e oggettivi, dell’inadempimento (Cass. civile, Sez. II, 17.11.2010, n. 23207).


Rinuncia agli effetti della diffida
 
La giurisprudenza consolidata della Cassazione sino al 2009 era ferma nell’ammettere la rinuncia agli effetti della diffida (giurisprudenza consolidata, da Cass. 1530/1977 a Cass. 11967/2004; da ultimo, di recente, Cass. n. 23315 del 2007) mentre la dottrina pressoché unanime era di segno opposto.
 
Il filone giurisprudenziale favorevole alla rinuncia sosteneva che, essendo la diffida ad adempiere stabilita nell’interesse della parte adempiente e non costituente un obbligo, bensì una facoltà, questa facoltà si poteva esprimere “a priori” nella libertà di scegliere questo mezzo di risoluzione del contratto a preferenza di altri ed “a posteriori” nella possibilità di rinunciare agli effetti risolutori già prodottisi (Cass. civile, Sez. III, 08.11.2007, n. 23315).
 
La dottrina, fortemente critica, afferma con chiarezza che l’effetto risolutorio conseguente alla diffida non rientrerebbe, viceversa, nella disponibilità dell’intimante. La diffida ad adempiere si configura, invero, come negozio giuridico unilaterale recettizio con il quale il diffidante manifesta la volontà di risolvere il contratto con l’esercizio irrevocabile della facoltà di scelta tra risoluzione ed adempimento e con la consapevolezza di non potere impedire la risoluzione dal momento in cui la diffida giunge a conoscenza del diffidato. In questo modo, si tutela l’interesse dell’inadempiente a non rimanere indefinitamente esposto all’arbitrio della parte adempiente.
 
Secondo le S.U. (sent. 14.01.2009 n. 553) gli argomenti addotti in dottrina appaiono meritevoli di accoglimento. A fondamento di tale revirement osservano:
 
«- che il tenore strettamente letterale della norma di cui all’art. 1454 collega alla inutile scadenza del termine contenuto nella diffida un effetto automatico, verificandosi la risoluzione al momento stesso dello spirare del dies ad quem indicato dal diffidante. Gli stessi meccanismi operativi previsti per le altre fattispecie di risoluzione legale confortano tale conclusione, poiché la clausola risolutiva espressa e il termine essenziale partecipano, sincronicamente, del medesimo aspetto genetico della convenzione negoziale, postulando, per loro stessa natura, la necessità (clausola risolutiva) o la possibilità (termine essenziale) di una ulteriore manifestazione di volontà da parte del non inadempiente che, alla luce dei diacronici sviluppi del rapporto contrattuale, potrebbe farsi portatore di un interesse diverso, rispetto alla risoluzione, nel tempo del verificatosi inadempimento. La diffida, coevamente comunicata alla controparte già nel momento patologicamente funzionale del rapporto, contiene invece in sé già tutti gli elementi di valutazione di una situazione attuale e attualizzata, in termini di interesse, in capo al diffidante;
- che il collegamento tra la essenzialità del termine contenuto nella diffida e la esclusività dell’interesse dell’intimante (peraltro non pacifica) attiene, in realtà, all’atto di diffida ma non all’effetto risolutorio, che la norma ex art. 1454 c.c. mostra di considerare automatico, perseguendo la non discutibile funzione di bilanciamento di interessi contrapposti, a tutela anche della parte che, allo spirare del termine, abbia posto un affidamento legittimo nell’avvenuta cessazione degli effetti del negozio;
- che la perdurante disponibilità dell’effetto risolutorio in capo alla parte non inadempiente risulterebbe, in assenza di qualsivoglia disposizione normativa “limitativa” (quale quella dettata, ad esempio, in tema di remissione del debito), operante sine die, in evidente contrasto con gli analoghi meccanismi di risoluzione legale collegati al termine essenziale e al relativo adempimento tardivo, così generandosi, sotto altro profilo, una ingiustificata e sproporzionata lesione all’interesse del debitore, il cui ormai definitivo affidamento nella risoluzione (e nelle relative conseguenze) del contratto inadempiuto potrebbe indurlo, non illegittimamente, ad un conseguente riassetto della propria complessiva situazione patrimoniale;
- che la stessa ratio legis sottesa al più generale meccanismo della risoluzione giudiziale (art. 1453 c.c.) appare principio di portata assai più ampia (e dunque legittimamente esportabile anche nel parallelo sottosistema della risoluzione legale) dacché permeato dell’evidente funzione di accordare (moderata) tutela anche alla parte non adempiente che, assoggettata ad un’iniziativa volta alla caducazione del contratto, non può più essere, ex lege, destinataria di una successiva richiesta di adempimento (in una vicenda in cui, si badi, la definizione dell’effetto risolutorio è ancora in itinere, destinata com’è a formare oggetto di accertamento processuale in contraddittorio), onde porsi volontariamente (ma del tutto legittimamente) in condizione di non poter più adempiere. o Se la proposizione di una domanda giudiziale di risoluzione implica l’assenza di interesse del creditore all’adempimento e il conseguente acquisto, da parte del debitore, di una sorta di “diritto a non adempiere”, non v’è ragione di escludere che la stessa ratio (di cui è d’altronde traccia dalla stessa relazione al codice) non debba informare anche la speculare vicenda della diffida ad adempiere, in entrambi i casi risultando espressa inequivocabilmente la mancanza di interesse all’adempimento intempestivo;
- che la natura di negozio unilaterale recettizio della diffida non pare utile a legittimare la (non conferente) conseguenza della disponibilità dell’effetto risolutivo. Soccorrono, al riguardo, disposizioni normative, come quelle di cui all’art. 1723 c.c. in tema di irrevocabilità del mandato (anche) in rem propriam, che lasciano chiaramente intendere come la più generale filosofia ispiratrice del codice del 42, quella, cioè, della tutela dell’affidamento incolpevole, trovi necessario spazio e puntuale attuazione tutte le volte in cui l’unilateralità dell’atto incida significativamente anche sugli interessi del destinatario;
- che, in definitiva, la concezione dell’effetto risolutivo disponibile in capo al creditore pare figlia di una ideologia fortemente punitiva per l’inadempiente, si atteggia a mo’ di sanzione punitiva senza tempo, assume forme di (ingiustificata) “ipertutela” del contraente adempiente, del quale si legittima ogni mutevole e repentino cambiamento di “umore” negoziale”.
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