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la protezione sussidiaria: condizioni e requisiti

La protezione sussidiaria nell'ambito del quadro delle misure di protezione internazionale offerte dall'ordinamento italiano

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In assenza delle condizioni legittimanti il riconoscimento della qualifica di rifugiato, il cittadino straniero è ammesso a beneficiare dello status di protezione sussidiaria qualora “sussistano fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale correrebbe un rischio effettivo di subire un danno grave (…) e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese” (art. 2, comma 1, l. g) d.lgs. 251/2007).

Il significato da ascrivere alla locuzione “danno grave” è declinato dal legislatore nel senso di ricomprendere: a) la condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; b) la tortura o altra forma di trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile, derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto interno o internazionale (art. 14, comma 1, d.lgs. 251/2007).

In conformità all’orientamento espresso dalla giurisprudenza comunitaria, “i termini «la condanna a morte», «l’esecuzione» nonché́ «la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente» (…) riguardano situazioni in cui il richiedente della protezione sussidiaria è esposto in modo specifico al rischio di un danno di un tipo particolare” (C.GUE c. 465/07 Elgafaji c. Paesi Bassi, §32).

Al contrario,  l’elemento caratterizzante la fattispecie di cui alla lett. c) risiede nella circostanza per cui la minaccia grave incombente sul richiedente, eziologicamente riconducibile alla violenza indiscriminata perpetrata in un contesto caratterizzato da un elevato tasso di conflittualità interna o internazionale, sia potenzialmente idonea ad incidere sulla generalità del gruppo sociale interessato dal conflitto e non si esaurisca nella sfera personale di quel determinato soggetto.
Su queste premesse, la Corte di Giustizia ha chiarito come sebbene di regola  (come peraltro evidenziato nel considerando n. 35 della dir. 95/2011 UE, a tenore della quale “i rischi a cui è esposta in generale la popolazione o una parte della popolazione di un pa ese di norma non co-stituiscono di per sé una minaccia individuale da definirsi come danno grave”) per integrare il presupposto della “minaccia grave”  si rende necessaria la rappresentazione di elementi peculiari qualificanti la posizione individuale del richiedente in rapporto alla situazione complessiva in cui versa il Paese di origine, la personalizzazione del rischio può risultare recessiva a fronte di “una situazione eccezionale, che sia caratterizzata da un grado di rischio a tal punto elevato che sussisterebbero fondati motivi di ritenere che tale persona subisca individualmente il rischio in questione” (C.GUE c. 465/07 Elgafaji c. Paesi Bassi, §37).Con la conseguenza che eccezionalmente gli elementi collettivi possono fondare una prognosi positiva di concessione della misura in parola anche in mancanza di specifici elementi idonei a delineare una condizione di peculiare e differenziata esposizione a pericolo.In questa prospettiva, quanto più la domanda del richiedente risulti circostanziata e fornisca elementi probatoriamente significativi ai fini dell’effettiva individualizzazione della relativa posizione, tanto meno il coefficiente di violenza imperversante nel Paese di origine dovrà risultare elevato onde giustificare la concessione della misura.

Quanto alla nozione di “conflitto armato”, cui va ricondotto l’uso massivo della violenza, questo va inteso nell’accezione assunta nel lessico comune, procedendo ad un’interpretazione sistematica e teleologica  del sintagma nello specifico contesto normativo in cui si iscrive,  a prescindere dalle definizioni coniate in materia di diritto internazionale umanitario.

A questo riguardo, la Corte di Giustizia ha evidenziato come possa ritenersi sussistente un conflitto armato quando le forze governative di uno Stato si scontrino con uno o più gruppi armati o due o più gruppi armati si scontrino tra loro, “senza che l’intensità degli scontri armati, il livello di organizzazione delle forze armate presenti o la durata del conflitto siano oggetto di una valutazione distinta da quella relativa al livello di violenza che imperversa nel territorio in questione”. (C.GUE c. 285/12 Diakitè c. Commissaire général aux réfugiés et aux apatrides, §35).

Ne deriva che la violazione sistematica e generalizzata dei diritti umani, in assenza dei menzionati presupposti integranti fattispecie di conflitto armato, non vale di per sé a giustificare la concessione della misura della protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, comma 1, l. c).

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