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le contestazioni in dibattimento al teste reticente
Le contestazioni in dibattimento al teste reticente, una recente sentenza della Suprema Corte fa il punto sull'ammissibilità e utilizzabilità della dichiarazione predibattimentale confermata dal teste che non ricorda
 
In sede di esame e controesame testimoniale, un profilo particolarmente delicato è quello che riguarda la possibilità di procedere a contestazioni nei confronti del testimone reticente. Come noto la contestazione è prevista e disciplinata dall'art. 500 c.p.p. ed è espressamente prevista solo nel caso in cui il testimone abbia già deposto e, in tal caso, laddove la dichiarazione resa prima del dibattimento risulti difforme. Una volta effettuata la contestazione il teste potrà confermare la dichiarazione resa in dibattimento (ma la dichiarazione difforme rilasciata nel corso delle indagini ne minerà l'attendibilità) ovvero rettificarla in modo da renderla conforme a quella dibattimentale.
 
La giurisprudenza ha, a più riprese, avuto modo di occuparsi dell'ammissibilità e del valore della contestazione effettuata ad un testimone che risulti reticente in dibattimento e che dichiari di non ricordare. A fronte della lettura delle dichiarazioni predibattimentali, infatti, il teste potrebbe confermarle semplicemente ed in tal modo potrebbe alterarsi considerevolmente il principio dell'oralità che dovrebbe ispirare l'istruttoria dibattimentale.

La questione di diritto, in sostanza, è quella di comprendere, ove siano ammesse le contestazioni al testimone reticente, quale valore attribuire alla dichiarazione di conferma di quanto riferito in fase predibattimentale.
 
La Suprema Corte ha espresso principi estremamente elastici in tema di utilizzabilità delle dichiarazioni precedentemente rese dal testimone che affermi di non ricordare nel corso dell'esame dibattimentale.
 
In sintesi, ferma la valutazione sull'attendibilità del teste reticente, le dichiarazioni predibattimentale del testimone che non ricordi, dopo la contestazione e la conferma in dibattimento, risultano utilizzabili ai fini della decisione in quanto risultano, a tutti gli effetti, dichiarazioni orali formate nel contraddittorio delle parti.
 
Sulla questione di diritto la Suprema Corte con una recentissima pronuncia ha avuto modo di chiarire: "Il problema che pone l'art. 500 c.p.p. (e la censura dedotta dal ricorrente) consiste, sostanzialmente, nello stabilire (salvo le tre eccezioni previste nei commi quarto, sesto e settimo) se e quale valore debba darsi alle precedenti dichiarazioni utilizzate per la contestazione e deriva dal fatto che l'atteggiamento del teste può essere vario in quanto:
- può limitarsi a confermare quanto precedentemente dichiarato o a rettificare quanto affermato in dibattimento, conformandosi, quindi, alle precedenti dichiarazioni: in tale ipotesi, poichè il teste ha confermato, nel dibattimento, quanto precedentemente dichiarato (magari rettificando le dichiarazioni dibattimentali), nessuno dubita che il giudice - salva sempre ovviamente la valutazione di attendibilità - debba tenere conto delle suddette dichiarazioni proprio perchè si tratta di dichiarazioni conformi sulle quali non vi è contrasto alcuno;
- può rendere dichiarazioni contrastanti con quelle rese precedentemente: in tal caso, l'art. 500 c.p.p., comma 2 stabilisce, a chiare lettere, che le dichiarazioni lette per la contestazione possono essere valutate solo ai fini della credibilità del teste;
- infine, il teste, spesso a causa del lungo periodo di tempo dopo il quale viene chiamato a deporre, in dibattimento dichiara di non ricordare il fatto o la circostanza su cui viene esaminato ma, una volta effettuata la contestazione, afferma che, se quella circostanza o fatto che non ricorda, l'ha dichiarata in sede di indagini, allora essa è vera.
Quest'ultima dichiarazione produce due effetti: a) il teste afferma e certifica la veridicità di quanto precedentemente affermato; b) di conseguenza, la suddetta dichiarazione, essendo stata effettuata in dibattimento, diviene pienamente utilizzabile, fatta salva, ovviamente, la prudente valutazione del giudice. In altri termini, il giudice si trova di fronte ad una duplice affermazione del teste che, da una parte, dichiara che quello che ha affermato precedentemente è vero e, dall'altra, che, in quel momento, stante il tempo trascorso (o per altri motivi), non è in grado di ricordare il fatto su cui è stato esaminato. In questa situazione di non contrasto fra le due dichiarazioni (il "non ricordo", infatti, ha una valenza neutra), non può trovare applicazione l'art. 500 c.p.p., comma 2 ma solo le regole generali in ordine alla valutazione dell'attendibilità del teste sulla dichiarazione precedente resa e dallo stesso teste veicolata nel dibattimento grazie al fatto che ha dichiarato che quello che dichiarè è vero.
Sulla base di quanto appena detto, la censura dedotta dal ricorrente, in via di stretto diritto, va, quindi, disattesa alla stregua del seguente principio di diritto: "nel corso dell'esame dibattimentale del testimone e delle parti private può procedersi alla contestazione delle dichiarazioni rese in precedenza tutte le volte in cui vi sia difformità con la dichiarazione dibattimentale, sia che con questa il soggetto sottoposto ad esame manifesti una conoscenza diversa, sia che riveli di non ricordare le vicende o i fatti su cui ha riferito in precedenza. Nell'ipotesi in cui il teste dichiari di non ricordare il fatto o la circostanza su cui viene esaminato ma, una volta effettuata la contestazione, affermi che, se quella circostanza o fatto che non ricorda, l'ha dichiarata in sede di indagini, allora essa è vera, non si applica l'art. 500 c.p.p., comma 2 ma solo le regole generali in ordine alla valutazione dell'attendibilità del teste sulla dichiarazione precedente resa e dallo stesso teste veicolata nel dibattimento grazie al fatto che ha dichiarato che quello che dichiarè è vero". Pertanto, poichè nella fattispecie in esame il teste, a seguito delle contestazioni del P.M., confermò quanto dichiarato in precedenza e, comunque, confermò anche quello che, al momento, non ricordava ma che aveva dichiarato, non c'è dubbio che, correttamente la Corte territoriale era legittimata ad utilizzare le suddette dichiarazioni.



Cassazione penale  sez. II 21 febbraio 2012 n. 10483


Nel corso dell'esame dibattimentale del testimone e delle parti private può procedersi alla contestazione delle dichiarazioni rese in precedenza dai soggetti esaminati tutte le volte in cui queste ultime presentino difformità con le dichiarazioni dibattimentali, sia che in dibattimento il soggetto esaminato manifesti una conoscenza diversa, sia che riveli di non ricordare le vicende o i fatti sui quali aveva riferito in precedenza. (La Corte Suprema ha precisato che, nel caso in cui il teste dichiari di non ricordare il fatto o la circostanza su cui viene esaminato, ma, a seguito della contestazione, affermi che, pur non avendone attuale ricordo , quanto dichiarato in precedenza è sicuramente vero, non si applica la disciplina in tema di utilizzabilità delle dichiarazioni acquisite a seguito di contestazioni, ma solo le regole generali in ordine alla valutazione dell'attendibilità del dichiarante).



FATTO
p. 1. Con sentenza resa in data 16.7.2007 la Corte di Assise di Foggia dichiarava l'imputato R.F. colpevole:
- del delitto di omicidio premeditato aggravato di D.L. F.;
- del delitto di tentato omicidio premeditato aggravato in danno di P.L.;
- dei delitti di ricettazione e di violazione della legge sulle armi, e lo condannava alla pena unica dell'ergastolo, con l'isolamento diurno per la durata di anni uno oltre accessori di legge.
p. 2. Avverso la suddetta sentenza, l'imputato proponeva appello e la Corte di Assise d'appello, in riforma della sentenza di primo grado, con sentenza resa in data 4.11.2008, lo assolveva da tutti i reati ascrittigli per non aver commesso il fatto e ne ordinava l'immediata scarcerazione se non detenuto per altra causa.
In particolare, la Corte riteneva che:
a) la principale fonte di prova era costituita dalle propalazioni dei collaboratori di giustizia che, integrando chiamate in reità "de relato", non potevano riscontrarsi reciprocamente, nè potevano essere confermate dalla fonte primaria (imputato o soggetti deceduti);
b) i riscontri indicati dalla Corte foggiana erano privi di idonea valenza confermativa, poichè anche le dichiarazioni di C. E. avevano natura di chiamata in reità "de relato", mentre quelle dei testimoni oculari riscontravano solo il fatto e non anche la riferibilità della condotta all'imputato;
c) le dichiarazioni di G.A. (titolare di un bar vicino all'agenzia "(OMISSIS)", gestita da S. A.) - che secondo la Corte di primo grado, aveva riscontrato l'importante circostanza, riferita dal D.N., il quale non poteva che averla appresa dallo stesso R., secondo cui il D. L., poco prima dell'agguato, era stato nel predetto bar - erano state in realtà travisate dalla Corte di primo grado;
d) le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia presentavano gravi discrasie, interne ed esterne, oltre a mostrare un progressivo e sospetto allineamento reciproco;
e) l'archiviazione della posizione di S.F., indicato indissolubilmente come complico del R. dal collaboratore D. N., minava in radice l'attendibilità del suddetto collaboratore.
p. 3. Avverso la decisione della prima Corte di Assise d'Appello, il Procuratore Generale proponeva ricorso per cassazione e la Corte di Cassazione, con sentenza resa in data 22.10.2009, annullava con rinvio la sentenza impugnata per nuovo esame. In particolare la Suprema Corte, riservando all'ambito cognitivo del giudice di rinvio la questione della concreta portata dell'accoglimento dei motivi di ricorso sulla complessiva valutazione delle risultanze processuali, ritenne viziato il ragionamento della prima Corte di Assise di appello:
1. per la errata interpretazione della testimonianza della G.;
2. per la errata qualificazione di C.E. "come chiamante in reità, non essendoci ragione per non attribuirgli la qualità di testimone, con quanto ne consegue in ordine all'apprezzamento delle sue dichiarazioni";
3. per aver considerato, inoltre, "le versioni (conseguentemente svalutate) della Ca. e del Ca.An. come progressivamente allineate a quella del D.N.", senza porsi il problema della compatibilità di tale assunto con la sequenza cronologica dei rispettivi esami;
4. per aver omesso di svolgere "qualsiasi considerazione sulla smentita dell'alibi fornito dal R., alla quale il primo giudice aveva attribuito specifica e argomentata rilevanza";
5. quanto, infine, all'archiviazione disposta nei confronti del S., indicato da vari dichiaranti come il correo del R., la Corte di Cassazione rilevava che "è giuridicamente inaccettabile l'assunto che essa integra un giudicato implicito sull'inattendibilità del collaborante D.N.. Il giudicato, invero, non può per principio derivare da un'archiviazione e non si forma mai sulle prove, e tanto meno su una prova singola, la valutazione della cui consistenza ed efficacia, in relazione in particolare all'estensione soggettiva di una specifica ipotesi accusatorie, risente evidentemente del complessivo contesto delle risultanze in cui è inserita" (fogli 7-8 della stessa sentenza)".
p. 4. Con sentenza in data 20/01/2011, la seconda Corte di Assise di Appello di Bari, pronunciando in sede di rinvio, confermava le statuizioni della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Foggia in data 16/07/2007, rilevando che la responsabilità dell'imputato per i reati per i quali si procede, compiuti come risposta all'omicidio di Q.M., commesso la mattina del (OMISSIS), si fondava: a) sulle dichiarazioni, attendibili e sostanzialmente convergenti, dei collaboratori D.N.A. e Ca.Ge., ai quali lo stesso imputato aveva rivelato di aver fatto parte del commando di fuoco, indicando altresì l'identità del complice, il movente e le modalità dell'agguato; b) sui riscontri acquisiti, costituiti: b1) dalle dichiarazioni rese da Ca.An., anch'egli intraneo al clan Sinesi-Francavilla; b2) dalla testimonianza di G. A., che aveva confermato la dinamica dei fatti come riferita dal collaboratore D.N.A.; b3) dalla testimonianza resa da C.E., che aveva ricevuto in carcere le confidenze di S.F., probabile complice del R., anche se la sua posizione era stata archiviata; c) dal fallimento dell'alibi fornito dall'imputato.
p. 5. Avverso la suddetta sentenza, l'imputato, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:
1. violazione dell'art. 603 c.p.p. per non avere la Corte territoriale disposto la rinnovazione dell'istruttoria con il nuovo esame della teste G.;
2. illogicità e CONTRADDITTORIETA' della MOTIVAZIONE in ordine alla valutazione:
2.1. delle dichiarazioni rese G.A.: sostiene il ricorrente che la Corte aveva estrapolato dalle dichiarazioni rese dalla teste la frase "per esempio loro sono usciti dal mio locale probabilmente pochi minuti prima di essere sparati" per attribuire ad essa un significato che non aveva e, comunque, contrario agli stessi dati oggettivi desumibili da altri riscontri probatori. Secondo il ricorrente, infatti, la teste, che non era stata neppure citata a deporre su quello specifico punto, "si abbandona alla possibilità di avere ritenuto che la vittima (da lei non vista) si identificasse proprio nel D.L., sul presupposto che alcuni presenti (che ne gridavano il nome) erano dipendenti dell'agenzia che si erano allontanati poco prima dal bar. Ma, questa dichiarazione non prova, in termini di rigorosa certezza storica, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il D.L. si sia effettivamente recato al bar poco prima della sortita di fuoco (...) sotto altro profilo, la Corte di Assise di Appello stravolge il contenuto delle dichiarazioni di tutti i testi presenti all'interno de "(OMISSIS)" (e cioè D.N.G., S.A. e P.L., tutti escussi all'udienza del 10/04/2007) i quali non hanno, mai, evidenziato il dato della visita al bar";
2.2. delle dichiarazioni rese D.N.A.: sostiene il ricorrente che le dichiarazioni rese da costui sarebbero, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di Assise di Appello, del tutto inattendibili perchè: a) frutto dell'allineamento postumo alla testimonianza resa dalla G. nonchè della rielaborazione di notizie pubblicate sui quotidiani locali; b) la ricostruzione della dinamica della sparatoria sarebbe contrastata dalle dichiarazioni rese dai testi oculari che, contrariamente a quanto riferito dal D.N., avevano dichiarato che il killer era entrato nel locale e non che si era fermato all'entrata della porta d'ingresso; c) la circostanza secondo la quale il killer era in possesso di due pistole di cui una s'inceppò durante la sparatoria, non era compatibile con i rilievi eseguiti subito dopo dalla Polizia, sulla base dei quali si poteva desumere che, in realtà, la pistola che si era inceppata era in possesso di qualcuna delle persone che si trovavano all'interno dell'Agenzia Funebre e che, vistasi aggredita, reagì cercando di sparare; d) non era credibile il movente descritto (reazione all'omicidio di un affiliato, Q.M., che faceva parte del clan del R.) perchè lo stesso D.N. aveva precedentemente dichiarato che l'antefatto era costituito "dalla circostanza che il D.L. avrebbe riferito a tale Ca.
(contiguo all'organizzazione dei Francavilla - Sinesi), di un progetto omicidiario concepito da P.S. ai danni di V.F.". Inoltre, il D.N., nell'ambito del processo (OMISSIS) aveva reso dichiarazioni contrastanti con quello in corso; e) infine, tutta l'indagine era minata alla base perchè, avendo il D.N. reso dichiarazioni accusatorie nei confronti sia del R. che del S., non si comprendeva il motivo per cui, sulla base delle stesse dichiarazioni, la posizione di quest'ultimo era stata archiviata, mentre il R. era stato condannato.
2.3. delle dichiarazioni rese C.E.: lamenta il ricorrente che la Corte avrebbe travisato il contenuto ed i limiti oggettivi della dichiarazione del suddetto teste, nella parte in cui aveva riferito che il S. gli aveva confidato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che aveva ucciso il R.. Infatti, secondo il ricorrente "è certo che in nessun passaggio della testimonianza il C. indica, in termini certi e positivi, il componente del gruppo di fuoco insieme al S.F. (anzi non ne ricorda neppure il nome)". La Corte, quindi, aveva violato l'art. 191 cod. proc. pen. perchè, in realtà, aveva tratto "dalla contestazione e non dall'esame a dibattimento le premesse fattuali e dichiarative per l'asserita conferma del contributo del D. N.", tanto più che il C. aveva mostrato "di non ricordare neppure il nome del R., nè la sua partecipazione all'omicidio D.L. e ad altri episodi".
2.4. delle dichiarazioni rese Ca.Ge.: sostiene il ricorrente che le dichiarazioni da costei rese, oltre che "povere" ed infarcite di "non ricordo", sarebbero contraddittorie e dimostrerebbero che, in realtà, non solo non sapeva nulla dell'omicidio ma era anche inattendibile perchè, solo al dibattimento aveva introdotto il nome e la partecipazione di S. F. all'omicidio con ciò dimostrando il suo allineamento alla ricostruzione del D.N.. Inoltre la teste era stata smentita in un punto del suo narrato e cioè nella parte in cui aveva dichiarato che, nella sua abitazione, era presente V. F. che, invece, in quel periodo, era convalescente avendo subito gravi lesioni nel corso di un agguato.
2.5. delle dichiarazioni rese Ca.An.: sostiene il ricorrente che il contributo reso da costui non supera la soglia della attendibilità intrinseca non peraltro perchè il suo riferimento all'omicidio D.L. rimanda a fonti insuscettibili di verifica, incongrue e che riecheggiano le notizie comparse diffuse sui giornali;
2.6. dell'alibi: infine il ricorrente si duole del fatto che la Corte aveva tratto un indizio a suo carico dalla circostanza che l'alibi che egli aveva fornito si era mostrato falso, In realtà, non era ravvisabile alcuna falsità perchè il ricorrente aveva cercato di ricordare dove si trovava al momento dell'omicidio solo dopo diversi anni e, quindi, il ricordo in alcuni dettagli poteva essere sfocato o confuso ma, nelle sue linee portanti, in realtà, quanto dichiarato si era rivelato esatto.
3. violazione degli artt. 56-575 c.p.: sostiene il ricorrente che, erroneamente, gli è stato contestato ed addebitato anche il tentato omicidio del P.. Infatti, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, gli elementi acquisiti (localizzazione delle ferite; Ct dott.ssa T.) deponevano tutti nel senso che il killer aveva intenzione di uccidere il solo D.L. e non anche il P. che, quindi, fu attinto dai colpi di pistola solo accidentalmente;
4. aggravante della premeditazione: il ricorrente sostiene che, nel caso di specie, non vi sarebbero elementi che consentano di stabilire la sussistenza di un lasso di tempo necessario tra il momento in cui gli esecutori materiali avrebbero ricevuto il mandato omicidiario e l'attuazione del medesimo. Anzi vi sarebbe la prova contraria perchè, secondo la stessa prospettazione accusatoria, la risoluzione dell'omicidio fu adottata illico et immediato quale reazione all'agguato, avvenuto poche ore prima, ai danni di Q.M., tant'è che, secondo la ricostruzione di Ca.An. e D. N., il bersaglio era M.P. e, solo per una circostanza fortuita, gli esecutori ripiegarono, in maniera estemporanea, sul D.L..
5. aggravante della L. n. 203 del 1991, art. 7: secondo il ricorrente neppure la suddetta aggravante sarebbe configurabile atteso che la "reazione" all'omicidio Q. non era stata consumata avvalendosi di un metodo mafioso;
6. trattamento sanzionatorio: il ricorrente censura la sentenza nella parte in cui la Corte territoriale non gli aveva concesso le attenuanti generiche avendo svilito tutta una serie di circostanze meritevoli (leale comportamento processuale; situazione ambientale) in concreto, di favorire la richiesta delle suddette attenuanti e, quindi, mitigare il trattamento sanzionatorio.
 
DIRITTO
 
p. 1. violazione dell'art. 603 c.p.p.: la doglianza è infondata per te ragioni di seguito indicate.
La Corte territoriale, ha disatteso la richiesta istruttoria, perchè, oltre che essere stata formulata solo nel giudizio di rinvio, la medesima non appariva "sulla base dei dati disponibili, (....) assolutamente rilevante per la decisione. Le circostanze utili ad accertare la responsabilità dell'imputato risultano, infatti, compiutamente acquisite al processo e, pertanto, sussistendo sufficienti elementi, sia di natura generica che specifica, per pervenire alla decisione, deve escludersi che l'invocato supplemento di istruzione possa addurre alcun utile apporto al giudizio (...) Nel caso di specie, l'annullamento della Corte di Cassazione - come già evidenziato - non comporta affatto l'obbligo di procedere alla rinnovazione, non risultando fondato su una ritenuta lacuna dell'istruttoria (ipotesi in cui il giudice di rinvio avrebbe dovuto procedere alla rinnovazione: cfr. ancora Cass., Sez. 2A, 31 gennaio 2005, Giliberti), ma solo sulla interpretazione della testimonianza della G., effettuata dai primi giudici di appello, ritenuta erronea". In punto di diritto, va osservato che l'art. 603 c.p.p., in ordine alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in grado di appello, prevede tre ipotesi:
- la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l'assunzione di nuove prove: tale fattispecie, prevista nel primo comma, è subordinata alla circostanza che il giudice ritenga "di non essere in grado di decidere allo stato degli atti", situazione questa che si verifica quando i dati probatori già acquisiti siano incerti ovvero quando l'incombente richiesto rivesta carattere di decisività, nel senso che è idoneo ad eliminare le eventuali incertezze ovvero ad inficiare ogni altra risultanza. Il primo comma, poi, riguarda prove preesistenti o prove già note alla parte. Infatti, da un esame comparativo fra il comma 1 ed il comma 2, si evince, che il comma 1, nella parte in cui disciplina tout court, senza alcuna limitazione "l'assunzione di nuove prove" si riferisce proprio alle prove preesistenti o prove già note alla parte, tant'è che la diversa ipotesi delle "prove sopravvenute" è disciplinata al secondo comma: ex plurimis Cass. 3348/2003 riv 227494;
- l'assunzione di prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado: tale fattispecie, prevista dal comma 2, va disposta nei limiti previsti dall'art. 495 c.p.p., comma 1 norma che, a sua volta, richiama l'art. 190 c.p.p., comma 1 e art. 190 bis c.p.p. relativi, rispettivamente, al diritto alla prova ed ai requisiti della prova nei procedimenti per taluno dei delitti indicati nell'art. 51 c.p., comma 3 bis. In conseguenza di tale doppio richiamo, deve ritenersi che - nel caso previsto dall'art. 603 c.p.p., comma 2 - il Giudice è tenuto si a disporre la rinnovazione del dibattimento, ma con il limite costituito dalle ipotesi di richieste concernenti prove vietate dalla legge o manifestamente superflue o irrilevanti: ex plurimis Cass. 8382/2008 riv 239341;
- l'assunzione disposta d'ufficio: questa terza ipotesi di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale prevista dall'art. 603 c.p.p., comma 3, ricorre solo se se il giudice "la ritiene assolutamente necessaria", dovendosi intendere con tale espressione, il caso in cui ritenga che non gli sia possibile decidere se non dopo l'assunzione di una determinata prova.
La diversità delle tipologie previste in ordine alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in sede di appello, refluisce anche in ordine alla motivazione ed ai motivi di impugnazione. Infatti, avendo la rinnovazione, ancorchè parziale, del dibattimento carattere eccezionale e potendo essere disposta solo qualora il giudice ritenga di non poter decidere allo stato degli atti, ne deriva che, mentre la rinnovazione dev'essere specificamente motivata, occorrendo dare conto dell'uso del potere discrezionale derivante dalla acquisita consapevolezza di non potere decidere allo stato degli atti, nel caso, viceversa, di rigetto, la relativa motivazione può essere anche implicita nella stessa struttura argomentativa posta a base della pronuncia di merito, che evidenzi la sussistenza di elementi sufficienti per una valutazione in senso positivo o negativo sulla responsabilità, con la conseguente mancanza di necessità di rinnovare il dibattimento: ex plurimis Cass. 15320/2009 riv 246859 - Cass. 47095/2009 riv 245996.
Parallelamente, in tema di impugnazione della decisione del giudice, la mancata assunzione di una prova decisiva può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 606 c.p.p., lett. d) solo quando si tratti di prove sopravvenute o scoperte dopo la pronuncia di primo grado, che avrebbero dovuto essere ammesse secondo il disposto dell'art. 603 c.p.p., comma 2.
Negli altri casi, la decisione istruttoria è ricorribile, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., lett. e), sotto il solo profilo della mancanza o manifesta illogicità della motivazione come risultante dal testo del provvedimento impugnato e sempre che la prova negata, confrontata con le ragioni addotte a sostegno della decisione, sia di natura tale da poter determinare una diversa conclusione del processo: ex plurimis Cass. 34643/2008 riv 240995 - Cass. 4675/2006 riv 235654.
Ora, applicando i suddetti principi di diritto al caso in esame, deve rilevarsi che:
- la fattispecie rientra nell'ipotesi di cui all'art. 603 c.p.p., comma 1 in quanto il ricorrente aveva chiesto la rinnovazione relativamente ad una prova di cui aveva certamente la disponibilità, prova, però, della quale non aveva ritenuto di chiedere la riassunzione in sede di appello;
- la Corte d'Appello, quindi, nel rigettare la richiesta di rinnovazione del dibattimento, non aveva neppure la necessità di motivare avendo ritenuto che il compendio probatorio in atti era sufficiente a ritenere la colpevolezza dell'imputato;
- di conseguenza, l'ampia motivazione addotta dalla Corte sul punto, non si presta ad alcuna censura in sede di legittimità.
p. 2. illogicità e contraddittorietà della motivazione: la complessa censura dedotta dal ricorrente (che si snoda dalla pag. 4 a pag. 113 del ricorso) va disattesa per le ragioni di seguito indicate.
p. 2.1 Prima però di iniziare la disamina delle singole doglianze, s'impone una breve premessa al fine della migliore comprensione non solo di tutta la vicenda ma anche del fine ultimo delle suddette doglianze.
L'imputato, come si è detto, è stato condannato per l'omicidio di D.L.F. e per il tentato omicidio di P.L. (oltre ai reati di ricettazione e violazione della legge sulle armi).
La fonte principale di accusa è rappresentata da vari testi ( D. N. - C. - Ca. - Ca.An.) che hanno dichiarato di aver saputo dallo stesso imputato ( D.N. - Ca.) o da altri ( C. - Ca.An.) che a commettere, appunto, l'omicidio, era stato il R..
Tutto il processo, quindi, è ruotato, sostanzialmente, sulle dichiarazioni rese dai suddetti testi e sulla verifica della loro attendibilità intrinseca ed estrinseca. Uno dei riscontri estrinseci alla attendibilità del D.N. è stato rinvenuto, dalla Corte, nella testimonianza di G.A..
Di conseguenza, tutta la complessa censura dedotta dal ricorrente, si sviluppa, proprio nella confutazione delle dichiarazioni rese dai vari testi al fine di dimostrare che la motivazione addotta, sul punto, dalla Corte, è illogica, contraddittoria o carente. Sul punto, in via di diritto, va osservato che, relativamente alle dichiarazioni rese da D.N. - C. - Ca. si deve applicare quella consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la confessione stragiudiziale dell'imputato o coimputato segue, invero, il valore probatorio del mezzo di prova, documentale od orale, cui inerisce, dovendosi distinguere, in quest'ultimo caso, tra la confessione stragiudiziale riferita da un testimone nel processo, soggetta alla valutazione di attendibilità propria della prova testimoniale ai sensi dell'art. 192 c.p.p., comma 1, e la confessione stragiudiziale riportata nella chiamata in reità o correità, soggetta, come tutte le dichiarazioni del coimputato del medesimo reato o dell'imputato in procedimento connesso o collegato, alla verifica esterna imposta dall'art. 192 c.p.p., comma 3: ex plurimis Cass. 17240/2011 riv 249960.
p. 2.2. Dichiarazioni rese da G.A.: la Corte territoriale (pag. 18 della sentenza impugnata) ha ricostruito la testimonianza nei seguenti termini: " G.A. nel corso delle informazioni rese in data (OMISSIS), alle ore 22.30, circa tre ore dopo i fatti, aveva riferito - tra l'altro - che dopo la sparatoria si era avvicinata all'agenzia ed aveva visto a terra il corpo del D.L. ("... Mi sono avvicinata ed ho visto un corpo a terra all'interno dell'agenzia citata che mi sembra appartenere in vita ad un mio cliente di nome F..."). Nel corso della sua testimonianza all'udienza dibattimentale del 10.4.2007 - a distanza di quattro anni dai fatti - la teste non ha immediatamente ricordato la circostanza indicata. Dopo aver focalizzato la situazione che si era creata subito dopo la sparatoria, la teste ha comunque rievocato i ricordi, spiegando quello che era avvenuto e precisando quando si era avvicinata all'agenzia. Procedendo in tale racconto, ha indicato le ragioni che l'avevano indotta ad associare il nome della vittima al D.L., precisando che lo stesso al pari degli altri soggetti che lavoravano all'interno dell'agenzia erano usciti dal bar "probabilmente pochi minuti prima di essere sparati". La teste, infatti, ha riferito che, istintivamente, appena aveva sentito gridare che avevano sparato, era corsa a prelevare i suoi bambini, che erano con le biciclette sul marciapiedi all'esterno del bar. Era, quindi, rientrata nel bar e, solo dopo, aveva notato una confusione dinanzi all'impresa di pompe funebri, il cui ingresso non aveva avuto modo di vedere immediatamente, essendo situato a fianco del suo locale "due o tre serrande più in là". Si era avvicinata all'agenzia successivamente, quando era già intervenuta la Polizia e aveva associato il nome della vittima - il cui corpo aveva visto per terra, prima che fosse caricato sull'ambulanza - al D.L. perchè aveva sentito gridare che avevano ucciso F.. Rendendo più esplicito il concetto, nel rispondere alle sollecitazioni del P.M., che l'aveva invitata a riferire cosa avesse sentito, la teste ha dichiarato testualmente: "...Allora i commenti che si sentono in quelle circostanze, in quelle occasioni, credo che siano... credo, ripeto, forse sempre gli stessi, cioè voglio dire, più che dire:
"Hanno ucciso", per esempio ricordo che dicevano: "Hanno ucciso F.", quindi cioè se dovessi dirle che ricordo di aver visto lui e di averlo riconosciuto perchè visto con i miei occhi no.
Probabilmente la figura della persona che era a terra l'ho associata al nome che comunque tutti urlano, anche perchè "poi c'erano altre persone all'interno" che lavoravano (...)... Per esempio "loro" sono usciti dal mio locale probabilmente pochi minuti prima di essere sparati" (...)".
Ora, il punto controverso della suddetta testimonianza sta proprio nell'ultima frase riferita dalla teste ("loro" sono usciti dal mio locale probabilmente pochi minuti prima di essere sparati").
Secondo l'ipotesi accusatoria, con la suddetta frase, la teste aveva semplicemente inteso dire che il D.L., poco prima di essere ammazzato, era uscito dal bar gestito dalla teste. Questo particolare è molto importante perchè, se fosse vero, costituirebbe un indubbio riscontro oggettivo alla dichiarazione resa dal D.N. il quale, all'udienza del 5.6.2007, aveva, appunto affermato che "...Nella tarda mattinata, nel pomeriggio incontrai al R..
Incontrai a R.F. che mi spiegò che fecero questa azione di fuoco lui e il cugino S.F.. S.F. portava lo scooter e R.F. era dietro. Andarono con uno scooter e due pistole. Fecero un primo giro dell'isolato, come dal suo racconto che mi fece, e trovarono il D.L. con altri amici al bar. Quindi aspettarono un pò fuori, girarono intorno e quando D.L.F. con gli altri che erano in compagnia sua entrarono nelle onoranze funebri entrarono in azione" (cfr pag. 25 nota 2 sentenza impugnata).
Sul punto, va rilevato che la Corte di Cassazione, nella sentenza di annullamento, aveva annullato la precedente sentenza della Corte di Assise di Appello, fra l'altro, per la errata interpretazione della testimonianza della G.. Infatti, premesso che la testimonianza indicata era stata "ritenuta di particolare importanza dal primo giudice, in quanto confermativa a suo avviso della circostanza, riferita dal D.N. (che non poteva che averla appresa dallo stesso R.), che il D.L., poco prima di essere ucciso, era stato nel bar della stessa G.", questa Suprema Corte aveva rilevato che "la Corte d'assise d'appello, che riconosce in ipotesi alla testimonianza de qua valore di autentico riscontro oggettivo alle accuse del D.N., interpreta il passaggio in cui la teste dice, in riferimento a soggetti che lavoravano nell'agenzia funebre del D.L., che erano usciti dal suo locale "pochi minuti prima di essere sparati", nel senso che trattasi di persone diverse dal D.L.. Tale lettura è basata sul fatto che la teste parla poco prima di tali soggetti come di "altre persone all'interno che lavoravano" ed è corroborata dal rilievo che i testimoni oculari del delitto, identificabili, come si ricava dalla stessa sentenza impugnata, in S.A., P.L. e D.N.G., che si trovavano nell'agenzia con il D.L. al momento della sparatoria, hanno riferito che erano intenti a seguire una partita di calcio alla televisione, facendo così riferimento a una circostanza postulante una loro prolungata permanenza all'interno dell'agenzia. La riportata interpretazione della Corte d'assise d'appello è incompatibile con il dato oggettivo delle dichiarazioni rese dalla G., in quanto nega la coincidenza, da essa posta, fra le persone che si trovavano nell'agenzia allorchè ivi si verificò la sparatoria, e che si identificano, oltre che, evidentemente, nel D.L., nei predetti S., P. e D.N. (di cui si utilizzano non esplicite dichiarazioni sul punto specifico della visita al bar ma la riferita indiretta circostanza della visione della partita, della cui "fase" e importanza nulla si sa, e che sono certamente "altri" ma rispetto al D.L., di cui la teste stava poco prima parlando, e non rispetto al gruppo di quelli, di cui il D.L. faceva parte, che si trovarono appunto in agenzia ad "essere sparati"), e quelle (ritenute diverse e in nessun modo peraltro identificate) uscite dal locale "pochi minuti prima". La coincidenza inammissibilmente negata è, invero, insita nella inequivoca espressione: "sono usciti dal mio locale probabilmente pochi minuti prima di essere sparati"".
La Corte di Assise di appello, nella sentenza impugnata, procedendo alla rivalutazione della suddetta testimonianza, alla stregua dei rilievi indicati da questa Corte nella sentenza di annullamento, ha, questa volta, confermato l'interpretazione che, originariamente, della suddetta frase era stata data dalla Corte di Assise in primo grado. La Corte territoriale, infatti, alla fine di un lungo e stringente ragionamento, condotto alla stregua di numerosi dati fattuali, logici e semantici, ha concluso che "a) le dichiarazioni della G. non consentono una interpretazione alternativa, nè tanto meno quella suggerita dai difensori dell'imputato; b) la coincidenza tra le persone uscite dal bar della G. "pochi minuti prima di essere sparati" e quelle presenti all'interno dell'agenzia all'atto della sparatoria non è stata in alcun modo esclusa dai testimoni oculari S.A., P.L. e D.N.G.".
In questa sede, il ricorrente (da pag. 18 a pag. 26), ha confutato la conclusione alla quale la Corte territoriale è pervenuta, ribadendo, in pratica, quanto era stato dedotto nel giudizio di rinvio (cfr supra parte narrativa p. 2.1.).
Al che si deve replicare che la decisione della Corte territoriale non si presta ad alcuna delle censure dedotte in questa sede atteso che:
- la decisione si è rigorosamente mantenuta entro i limiti indicati da questa Corte nella sentenza di rinvio;
- la valutazione della testimonianza, è del tutto conforme al significato semantico proprio della frase così come pronunciata dalla teste, frase pronunciata spontaneamente e, quindi, del tutto genuina;
- la conclusione alla quale è pervenuta la Corte non è smentita da alcun riscontro probatorio perchè non è vero che i testimoni oculari S.A., P.L. e D.N.G. avevano affermato di non essere mai usciti dall'agenzia per recarsi al bar: al contrario, gli elementi fattuali evidenziati dalla Corte (cfr pag. 20: incontro di calcio Foggia - Catanzaro) fanno ritenere del tutto logica e ampiamente argomentata la conclusione della Corte territoriale;
- la tesi difensiva è stata presa in esame ed ampiamente confutata (cfr pag. 15 ss della sentenza impugnata).
In conclusione, la censura deve ritenersi nulla più che un modo surrettizio di introdurre in questa sede di legittimità una nuova ed alternativa valutazione degli stessi elementi fattuali già valutati e decisi dalla Corte territoriale con motivazione logica, congrua e coerente con gli evidenziati elementi fattuali.
Di conseguenza, non essendo ravvisabile alcuna contraddittorietà e/o illogicità nella decisione impugnata, la doglianza va disattesa.
p. 2.3. Le dichiarazioni rese D.N.A.: è questa la dichiarazione centrale del processo.
Il D.N., nell'ambito della sua collaborazione con la giustizia, dichiarò che a commettere l'omicidio del D.L. era stato il R. insieme al cugino S.F..
Il D.N. dichiarò che a confidargli tale circostanza era stato proprio il R. e che il movente andava rinvenuto in una vendetta trasversale: infatti, il clan del quale faceva parte il D. L., aveva ammazzato poco prima tale Q. che, invece, faceva parte del clan Russo.
Alla suddetta dichiarazione, la Corte ha dato credito avendola ritenuta attendibile sia intrinsecamente che estrinsecamente.
Sotto il profilo intrinseco, la Corte ha rilevato che il D. N., sentito ex art. 210 cod. proc. pen., si era determinato a collaborare con la giustizia perchè:
- temeva per la propria incolumità;
- si era accusato di gravi reati;
- non aveva mai mostrato alcun astio nei confronti del R. tant'è che costui non aveva saputo indicare i motivi per cui il D. N. avrebbe dovuto rendere dichiarazioni calunniose nei cuoi confronti;
- D.N. e R. appartenevano allo stesso clan e si frequentavano.
Sotto il profilo estrinseco, la Corte ha riscontrato la chiamata in reità effettuata dal D.N. nei confronti del R. sotto i seguenti profili:
- il collaboratore aveva dichiarato che il R. gli aveva confidato "che fecero questa azione di fuoco lui e il cugino S. F.. S.F. portava lo scooter e R.F. era dietro. Andarono con uno scooter e due pistole. Fecero un primo giro dell'isolato, come dal suo racconto che mi fece, e trovarono il D.L. con altri amici al bar. Quindi aspettarono un pò fuori, girarono intorno e quando D.L.F. con gli altri che erano in compagnia sua entrarono nelle onoranze funebri entrarono in azione": il particolare del D.L., poco prima di essere ucciso, si trovava al bar con gli amici, era stato riscontrato dalla testimonianza della G. che aveva riferito la medesima circostanza (supra p. 2.2.); - il collaboratore aveva dichiarato, quanto alla dinamica dell'agguato che "scese R.F. dallo scooter, quasi all'entrata della porta, senza entrare, e cominciò a sparare e colpì a morte D.L.F. e voleva ammazzare anche P.L., solo che la pistola si inceppò, come mi ha raccontato, che si inceppò la pistola. Lui in pratica mi disse che la pistola lui l'aveva messa dietro sullo scooter e l'aveva persa lì, vicino alle onoranze funebri, ma nei giorni successivi, quando è successo questo fatto di questa pistola che era caduta dallo scooter ed era rimasta lì, si recò da noi un nostro affiliato, ad Orta Nova, un certo T. "(OMISSIS)" dicendo che nel suo giardino della scuola lì era stata ritrovata una pistola, che se la prendeva con F. dicendo: "Ma come mai non mi hai detto che hai buttato la pistola nel cancello?" e F. rispose: "Vedi che io la pistola l'ho persa lì al momento dell'agguato, però non so niente".
Insomma noi sospettammo che qualche affiliato del gruppo rivale aveva preso questa pistola e la buttò dentro questo recinto di questa scuola qui. Questo è quello che so, signor Presidente...": la suddetta dichiarazione aveva trovato un preciso riscontro: a) nei rilievi tecnici (refertazione e posizionamento di bossoli di una pistola cal. 9x21 e cartuccia non esplosa di una pista cal. 7,65), che facevano ritenere che la dinamica della sparatoria era avvenuta proprio come riferito dal collaborante; b) nel rinvenimento, all'interno del giardino della scuola elementare "(OMISSIS)", non lontano dal luogo del delitto, "di una pistola cal. 7,65 con matricola abrasa, con tre cartucce inserite nel caricatore e una quarta rinvenuta fuori del caricatore incastrata all'interno dell'arma, come risulta dalla consulenza balistica affidata dal PM al Commissario D.N., acquisita al fascicolo del dibattimento con il consenso delle parti. Lo stesso consulente ha accertato che la cartuccia inesplosa rinvenuta sulla soglia d'ingresso del locale (reperto n. 2) e le quattro cartucce rinvenute all'interno dell'arma "sono state camerate nell'interno della camera di scoppio della Pistola Beretta, calibro 7,65 mm Browning, con matricola abrasa, rinvenuta in data 23.4.2003, in via (OMISSIS), nel cortile della scuola elementare (OMISSIS) (cfr. foglio 11 della relazione di consulenza)": il narrato del collaborante veniva quindi confermato sotto un duplice profilo, e cioè sia per l'inceppamento della pistola, sia per il luogo dove la pistola venne abbandonata; - nelle dichiarazioni del teste C., e dei collaboranti Ca. e Ca.An. (sulle quali infra) che, in modo indipendente ed autonomo, avevano anche loro affermato di aver saputo da fonti interne e vicine al clan Russo che ad eseguire l'agguato era stato l'imputato.
Il ricorrente, in questa sede (da pag. 26 a pag. 63 del ricorso) ha cercato di confutare, punto per punto, la motivazione addotta dalla Corte territoriale con gli argomenti di seguito indicati (e riassunti nella presente parte narrativa supra p. 2.2.):
p. 2.3.1. allineamento postumo: la tesi difensiva riproposta in questo grado di giudizio, secondo la quale il D.N. si sarebbe allineato alla testimonianza resa dalla G. nonchè alle notizie pubblicate sui quotidiani locali, è la medesima di quella sostenuta davanti alla Corte territoriale ma da questa disattesa con ampia motivazione basata su precisi riscontri fattuali. Quanto alla testimonianza della G., la Corte (cfr pag. 26 motivazione) ha ribattuto che, quando la suddetta teste venne esaminata (udienza del 10/04/2007), il D.N. era assente. Quanto alle notizie apprese dai giornali, la Corte, dopo avere riportato per esteso quanto scritto dai giornali locali (cfr pag. 40 nota n 10), ha replicato che "il racconto del collaboratore, nella sua articolazione, autonomo rispetto alle notizie pubblicate dalla stampa locale oltre un anno prima dell'inizio delle prime rivelazioni e oltre quattro anni prima dell'esame dibattimentale, circostanza che esclude la dedotta e sospetta "rielaborazione", non potendosi non apprezzare a conferma dell'attendibilità del collaboratore anche il dato temporale".
In questa sede, il ricorrente ha replicato (pag. 27 ricorso) che la Corte non aveva considerato che il D.N. poteva avere avuto accesso ai verbali del dibattimento nonchè intrattenere colloqui con il difensore dal quale, quindi, avrebbe potuto apprendere quanto riferito dalla G..
Al che non può che osservarsi che la decisione della Corte territoriale non si presta ad alcuna censura perchè si fonda su un rigoroso dato oggettivo che non può di certo essere vanificato da una semplice ed assertoria insinuazione priva di qualsivoglia riscontro.
p. 2.3.2. ricostruzione della dinamica: sostiene il ricorrente (pag.
26 ss del ricorso) che il racconto del D.N. sulla dinamica della sparatoria, sarebbe costellato da numerose contraddizioni ed imprecisioni ed esattamente:
a) se davvero gli aggressori avessero intercettato il D.L. durante il percorso di ritorno all'agenzia, lo avrebbero attinto in quel momento e non avrebbero aspettato che entrasse nel locale;
b) il killer era entrato nel locale e non si era fermato all'entrata della porta d'ingresso;
c) il killer era dotato di una sola pistola e non di due pistole;
d) era fantasiosa la dichiarazione secondo la quale il killer, durante la fuga aveva buttato la pistola inceppata nel giardino della scuola.
In realtà, la pistola che si era inceppata era in possesso di qualcuna delle persone che si trovavano all'interno dell'Agenzia Funebre e che, vistasi aggredita reagì cercando di sparare.
Le suddette obiezioni vanno disattese non solo perchè si risolvono in una mera lettura alternativa degli atti e della valutazione della prova ma anche perchè, a ben vedere, si fondano su una ricostruzione che non trova riscontro nella motivazione della sentenza impugnata.
Ed infatti:
- quanto alla censura sub a), non risulta, dalle dichiarazioni rese dal D.N. e riportate in sentenza, che il collaboratore abbia dichiarato che i killer, pur avendo la possibilità di aggredire il D.L. fuori dal locale, aspettarono che costui vi entrasse: il collaboratore ha semplicemente riferito che i killer, avendo notato che il D.L. e gli amici erano al bar, "aspettarono un pò fuori, girarono intorno" ed entrarono in azione quando entrarono nell'agenzia funebre. La circostanza, appare pacifica, tant'è che, non risultando essere mai stata dedotta, la Corte non ne parla.
- quanto alla censura sub b): anche in tal caso, il ricorrente pretende di far dire alla Corte e al D.N. quello che non hanno mai detto: come risulta dalle testuali dichiarazioni riportate in sentenza a pag. 38 nota 7 ("scese R.F. dallo scooter, quasi all'entrata della porta, senza entrare, e cominciò a sparare (...)") il D.N. si era semplicemente limitato ad affermare che il R., sceso dallo scooter, appena arrivato all'entrata della porta incominciò a sparare: il che, come ha rilevato la Corte, trova un oggettivo riscontro nel fatto che "sul tappeto alla base del gradino di ingresso all'agenzia di onoranze funebri, allo spigolo dx, è stato rinvenuto uno dei bossoli calibro 9x21 (reperto n. 1), mentre sulla destra, a 45 cm dal predetto reperto è stata rinvenuta la cartuccia, inesplosa calibro 7,65 (reperto n. 2)". Ma nè il collaboratore nè la Corte hanno mai sostenuto che il killer, nella sua azione, si fosse limitato a sparare solamente stando vicino all'ingresso della porta;
- quanto alle censure sub c - d) si tratta delle stesse doglianze dedotte davanti alla Corte di Appello la quale, dopo averle prese in esame (cfr pag. 37 motivazione), le ha disattese con ampia ed articolata motivazione (cfr pag. 38-40 motivazione), rilevando che il racconto del D.N. era coerente, al contrario delta prospettazione difensiva "fondata su mere congetture". La Corte, poi, ha anche spiegato che il possesso delle due pistole era "funzionale a scongiurare possibili inconvenienti che possono insorgere nella fase esecutiva" ed ha chiarito che "la circostanza che il R. nel rivelare al D.N. le modalità dell'agguato si sia attribuita la paternità di entrambe le pistole, oltre che frutto di una sintesi del suo racconto, potrebbe rispondere all'esigenza di ridimensionare il coinvolgimento del giovane S.F., figlio di S. R., uno dei capi del loro sodalizio, il quale aveva "avvertito" i sodali che il figlio non doveva essere coinvolto in azioni di fuoco, come riferito dallo stesso D.N., che era stato presente alla discussione quando il V. aveva rimproverato il R. per aver coinvolto nell'agguato in contestazione il S.".
Il ricorrente contesta la suddetta motivazione ma il ragionamento della Corte territoriale non mostra alcuna fallacia essendo fondata su precisi riscontri.
Quello che, infatti, il ricorrente non considera è che il D. N. non è un chiamante diretto (nel qual caso, tutte le censure dedotte avrebbero potuto avere una loro pregnanza) ma un che si è limitato a riferire ciò che il R. gli aveva confidato. Ed allora, il problema non consiste tanto nel verificare se il D. N. abbia riferito la dinamica della sparatoria in modo oggettivamente certo ed in tutti i suoi più minuti particolari, quanto nel verificare:
- se sia o meno vero che il R. gli fece quella confidenza: sul punto, la Corte territoriale ha ritenuto l'attendibilità del D. N. avendola vagliata, come si è detto, sia sotto il profilo intrinseco che estrinseco;
- se, quanto riferitogli dal R. (che, come correttamente ha rilevato la Corte, non si soffermò nel raccontare tutti i particolari della sparatoria essendosi limitato a sintetizzarli), nelle sue linee portanti ed essenziali, sia stato riscontrato. E, sul punto, non può esserci dubbio che la verifica del narrato del collaboratore, è stata condotta dalla Corte territoriale in modo minuzioso ed accurato. In particolare, quanto alla ricostruzione della sparatoria, la Corte, partendo da due riscontri oggettivi (spararono due pistole, una delle quali, la cal. 7,65 fu trovata abbandonata in un giardino), ha concluso che, a sparare con la cal.
9, fu il R. (che è rimasto attinto da molteplici riscontri) e che fu, invece, il complice, nella fase terminale dell'agguato, ad utilizzare l'altra pistola che s'inceppò e della quale, durante la fuga, i due killer si sbarazzarono gettandola nel giardino della scuola.
La suddetta ricostruzione, quindi, è del tutto logica, congrua e coerente con gli evidenziati elementi fattuali, sicchè le censure dedotte sul punto vanno ritenute null'altro che una lettura alternativa fondata, per giunta, "su mere congetture" che, quindi, non possono trovare ingresso in questa sede.
p. 2.3.3. il movente: il ricorrente (pag. 48 ss del ricorso), sostiene che neppure il movente indicato dal D.N. sarebbe vero perchè, in realtà, l'antefatto sarebbe diverso e, comunque, non era possibile che il R. gli avesse confidato di essere stato lui il killer perchè non era vero che il D.N. faceva parte della stessa compagine criminosa atteso che, in un altro processo a carico di tale L.D. (definito con sentenza passata in giudicato) egli aveva escluso di essere intraneo a quella compagine. Sennonchè, sul punto, ineccepibile dal punto di vista giuridico e fattuale, deve ritenersi quanto replicato dalla Corte territoriale, alla stregua della consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità (ex plurimis Cass. 11488/2010; Cass. 34076/2003; Cass. 12349/2008; Cass. 37327/2008) e cioè che: "risulta destituita di fondamento la pretesa dei difensori di poter fondare il giudizio di inattendibilità dei collaboratori di giustizia in questo processo ed, in particolare delle dichiarazioni rese da D.N.A., da C. G. e da Ca.An. sul giudicato già esistente in ordine alla sospetta credibilità dei predetti collaboratori in altri processi, definiti con sentenze di assoluzione dell'odierno imputato (omicidio L.D., omicidio B. e tentato omicidio di G.A.) - come emerge dalle sentenze prodotte - poichè è evidente che trattasi di giudicato interno ai processi in cui si è formato, che non può condizionare l'iter di valutazione delle chiamate effettuate dai tre collaboratori nel processo in corso, che deve essere autonomamente effettuato ex art. 192 c.p.p. in questo giudizio nel rispetto del regime di quella prova complessa che è la chiamata in reità o correità, come messa a punto dall'ormai consolidata giurisprudenza (....) Ne consegue, sotto il profilo metodologico, che il giudizio di attendibilità dei collaboratori D.N.A., C.G. e Ca.An. espresso dalla Corte di primo grado non può essere ribaltato attraverso l'inserimento di soggettive quanto parziali perplessità formulate in altri giudizi, dove peraltro non è stata mai ritenuta la falsità del narrato, risultando semplicemente adombrato il giudizio di inattendibilità dei suddetti collaboratori, fondato in definitiva sulla qualificazione di chiamanti in reità de relato agli stessi ivi attribuita - le cui dichiarazioni sarebbero utilizzabili solo attraverso la particolare procedura di cui all'art. 195 c.p.p. - e sull'assoluta mancanza di riscontri in ordine al narrato (...)".
p. 2.3.4. archiviazione S.: come si è detto, il D.N., aveva affermato che a partecipare all'agguato, insieme al R., era stato anche S.F. che conduceva lo scooter.
Sennonchè, la posizione di costui è stata archiviata avendo gli inquirenti ritenuto che i riscontri al narrato del D.N. non fossero sufficienti a sostenere l'accusa in dibattimento. Di tanto ne da atto la Corte a pag. 33 ss della motivazione della sentenza impugnata. Il ricorrente, sulla base di tale dato, ha sostenuto che tutto il processo a suo carico sarebbe minato alla base perchè, avendo il D.N. reso dichiarazioni accusatorie nei confronti sia del R. che del S., non si comprendeva il motivo per cui, sulla base delle stesse dichiarazioni, la posizione di quest'ultimo era stata archiviata, mentre il R. era stato condannato. Sennonchè alla suddetta doglianza è sufficiente ribattere con le seguenti ineccepibili considerazioni della Corte territoriale: "(...) La disposta archiviazione nei confronti del S., dunque, non svilisce l'attendibilità del collaboratore D.N.A., nè la genuinità del teste C. E., le cui dichiarazioni dibattimentali - rese in epoca successiva all'archiviazione - peraltro, potrebbero essere valutate per verificare se siano idonee a modificare la consistenza del quadro indiziario nei confronti del S., le cui dichiarazioni i difensori vorrebbero valutare alla stregua di quelle rese da un testimone privo di un suo particolare interesse, senza considerare che pur essendo stato già pronunciato nei suoi confronti decreto d'archiviazione, allorquando in sede dibattimentale si è proceduto al suo esame era ancora possibile la sua compromissione nel fatto oggetto della verifica processuale in conseguenza della sua deposizione, avendo egli assunto in precedenza la veste di indagato per gli stessi fatti-reato, contestati all'imputato R. F., in concorso.
La impossibilità di fondare un "giudicato" sul decreto di archiviazione, peraltro, è direttamente correlata alla natura del decreto di archiviazione, che non ha natura giurisdizionale penale, poichè non contiene statuizioni o accertamenti processualmente certi, tanto che non figura tra gli atti suscettibili dì acquisizione ai sensi degli artt. 236 e 238-bis c.p.p. (Cass. sez. 1, sentenza n. 8881 del 10.7.2000) (...)".
p. 2.4. LE dichiarazioni di C.: C., è il secondo teste (oltre alla G.) che conferma le dichiarazioni del D.N..
Il suddetto teste, come risulta dalla sentenza impugnata (pag. 29) "ha sostanzialmente confermato che:
- nel mese di luglio del 2005 era stato detenuto nella Casa Circondariale di (OMISSIS), al pari del S.F., il quale si trovava in isolamento, perchè attinto da ordinanza custodiate per i fatti-reato per i quali si procede;
- egli era un lavorante e come tale poteva accedere alla cella del S., quasi prossima alla propria cella;
- il S. gli aveva confidato di aver fatto parte del commando di fuoco, unitamente al cugino R.F., odierno imputato;
- il fuoco era stato aperto dal R., mentre il S. aveva bloccato la porta con lo scooter;
- l'arma si era inceppata e, pertanto, il P. era stato solo ferito;
- il S. gli aveva fatto tali confidenze dopo aver appreso che egli era stato in precedenza detenuto con il padre S.R., tanto che gli aveva riferito anche di altre azioni criminose realizzate dal R., indicandogli inoltre il movente dell'omicidio del D.L., ritenuto autore dell'agguato in danno di V. F., braccio destro di S.R.;
- il S. gli aveva parlato anche delle armi che deteneva e aveva occultato in campagna, fornendogli persino l'indirizzo della madre (via (OMISSIS));
- il S. si era lamentato del comportamento del R., il quale aveva riferito ad altra persona che entrambi erano gli autori dell'agguato in contestazione (cfr. verbale testimonianza C. ai fogli 21-50 del verbale di udienza del 10.4.2003)".
La Corte (pag. 30 ss) da atto che, per dimostrare l'inattendibilità del teste, la difesa aveva chiesto ed ottenuto di sentire il S. ex art. 210 cod. proc. pen..
Sennonchè la Corte ha ritenuto, motivatamente, che la versione dei fatti fornita dal S. non appariva convincente per plurime ragioni, sicchè, dopo averne spiegato le ragioni, ha concluso per l'attendibilità del teste C..
In questa sede, il ricorrente, ha dedotto, in relazione alla motivazione suddetta la censura di cui si è dato atto nella presente parte narrativa (supra p. 2.3.) e che consiste, sostanzialmente nella doglianza secondo la quale Corte avrebbe violato l'art. 191 cod. proc. pen. perchè, in realtà, aveva tratto "dalla contestazione e non dall'esame a dibattimento le premesse fattuali e dichiarative per l'asserita conferma del contributo del D.N.", tanto più che il C. aveva mostrato "di non ricordare neppure il nome del R., nè la sua partecipazione all'omicidio D.L. e ad altri episodi".
La censura, nei termini in cui è stata dedotta, è infondata.
In via di diritto, va osservato che ci si trova di fronte all'ipotesi prevista dall'art. 500 c.p.p. in quanto, a fronte dell'incertezza mostrata dal teste nel ricordare i fatti, il P.m. utilizzò, per la contestazione, le dichiarazioni rese dal medesimo il quale, nel corso delle indagini preliminari, aveva, appunto affermato che il S. gli aveva confidato che aveva partecipato all'agguato insieme al cugino R.F., che la pistola si era inceppata e che la buttarono via durante la fuga.
Va premesso che, correttamente fu effettuata la contestazione atteso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte che qui va ribadita, "nel corso dell'esame dibattimentale del testimone e delle parti private può procedersi alla contestazione delle dichiarazioni rese in precedenza tutte le volte in cui vi sia difformità con la dichiarazione dibattimentale, sia che con questa il soggetto sottoposto ad esame manifesti una conoscenza diversa, sia che riveli di non ricordare le vicende o i fatti su cui ha riferito in precedenza": Cass. 6221/2005 Rv. 233092.
Il problema che pone l'art. 500 c.p.p. (e la censura dedotta dal ricorrente) consiste, sostanzialmente, nello stabilire (salvo le tre eccezioni previste nei commi quarto, sesto e settimo) se e quale valore debba darsi alle precedenti dichiarazioni utilizzate per la contestazione e deriva dal fatto che l'atteggiamento del teste può essere vario in quanto:
- può limitarsi a confermare quanto precedentemente dichiarato o a rettificare quanto affermato in dibattimento, conformandosi, quindi, alle precedenti dichiarazioni: in tale ipotesi, poichè il teste ha confermato, nel dibattimento, quanto precedentemente dichiarato (magari rettificando le dichiarazioni dibattimentali), nessuno dubita che il giudice - salva sempre ovviamente la valutazione di attendibilità - debba tenere conto delle suddette dichiarazioni proprio perchè si tratta di dichiarazioni conformi sulle quali non vi è contrasto alcuno;
- può rendere dichiarazioni contrastanti con quelle rese precedentemente: in tal caso, l'art. 500 c.p.p., comma 2 stabilisce, a chiare lettere, che le dichiarazioni lette per la contestazione possono essere valutate solo ai fini della credibilità del teste;
- infine, il teste, spesso a causa del lungo periodo di tempo dopo il quale viene chiamato a deporre, in dibattimento dichiara di non ricordare il fatto o la circostanza su cui viene esaminato ma, una volta effettuata la contestazione, afferma che, se quella circostanza o fatto che non ricorda, l'ha dichiarata in sede di indagini, allora essa è vera.
Quest'ultima dichiarazione produce due effetti: a) il teste afferma e certifica la veridicità di quanto precedentemente affermato; b) di conseguenza, la suddetta dichiarazione, essendo stata effettuata in dibattimento, diviene pienamente utilizzabile, fatta salva, ovviamente, la prudente valutazione del giudice. In altri termini, il giudice si trova di fronte ad una duplice affermazione del teste che, da una parte, dichiara che quello che ha affermato precedentemente è vero e, dall'altra, che, in quel momento, stante il tempo trascorso (o per altri motivi), non è in grado di ricordare il fatto su cui è stato esaminato. In questa situazione di non contrasto fra le due dichiarazioni (il "non ricordo", infatti, ha una valenza neutra), non può trovare applicazione l'art. 500 c.p.p., comma 2 ma solo le regole generali in ordine alla valutazione dell'attendibilità del teste sulla dichiarazione precedente resa e dallo stesso teste veicolata nel dibattimento grazie al fatto che ha dichiarato che quello che dichiarè è vero.
Sulla base di quanto appena detto, la censura dedotta dal ricorrente, in via di stretto diritto, va, quindi, disattesa alla stregua del seguente principio di diritto: "nel corso dell'esame dibattimentale del testimone e delle parti private può procedersi alla contestazione delle dichiarazioni rese in precedenza tutte le volte in cui vi sia difformità con la dichiarazione dibattimentale, sia che con questa il soggetto sottoposto ad esame manifesti una conoscenza diversa, sia che riveli di non ricordare le vicende o i fatti su cui ha riferito in precedenza. Nell'ipotesi in cui il teste dichiari di non ricordare il fatto o la circostanza su cui viene esaminato ma, una volta effettuata la contestazione, affermi che, se quella circostanza o fatto che non ricorda, l'ha dichiarata in sede di indagini, allora essa è vera, non si applica l'art. 500 c.p.p., comma 2 ma solo le regole generali in ordine alla valutazione dell'attendibilità del teste sulla dichiarazione precedente resa e dallo stesso teste veicolata nel dibattimento grazie al fatto che ha dichiarato che quello che dichiarè è vero". Pertanto, poichè nella fattispecie in esame il teste, a seguito delle contestazioni del P.M., confermò quanto dichiarato in precedenza e, comunque, confermò anche quello che, al momento, non ricordava ma che aveva dichiarato, non c'è dubbio che, correttamente la Corte territoriale era legittimata ad utilizzare le suddette dichiarazioni.
p. 2.5. le dichiarazioni di C.: C.G., secondo quanto risulta dall'impugnata sentenza, "nella fase delle indagini, aveva riferito che autore dell'omicidio del D.L. era stato R.F., precisando di aver appreso la circostanza dallo stesso R.; nel corso del suo esame all'udienza del 10.5.2007 la collaboratrice ha confermato la circostanza, aggiungendo che il R. aveva fatto irruzione presso l'agenzia di pompe funebri unitamente a S.F., ribadendo che dell'agguato il R. aveva informato il convivente B.S. in presenza di V.F.. La presenza del V. - che si tratteneva presso la loro abitazione anche durante la sua convalescenza - era stata riferita dalla C. anche nella fase delle indagini, al pari del movente, indicato nella risposta del loro gruppo all'agguato subito la mattina del (OMISSIS) da un loro affiliato, Q. M.. In ordine al movente e alla risposta del R. all'agguato indicato non può essere trascurato che la C. ha chiarito al dibattimento che dopo l'agguato al Q. vi era stata la riunione per organizzare la risposta alla quale aveva partecipato il convivente B.S. (...)".
La censura che il ricorrente ha mosso all'impugnata sentenza snoda su due punti: a) la collaborante avrebbe fatto dichiarazioni allineandosi a quelle rese dal D.N.; b) il racconto della C. sarebbe smentito dal particolare del V.. Si tratta, in pratica, delle stesse censure dedotte davanti alla Corte territoriale ma da questa valutate e disattese con ampia e logica motivazione (cfr pag. 47-48). Di conseguenza, poichè la doglianza è meramente reiterativa, non essendo ravvisabile alcun contenuto di novità e specificità avverso la motivazione addotta dalla Corte, la medesima non può che essere disattesa.
p. 2.6. le dichiarazioni di Ca.: risulta dall'impugnata sentenza (pag. 49) che costui, "esaminato alla stessa udienza del 10.5.2007 e, dunque, anch'egli prima di D.N.A., al dibattimento ha indicato come esecutore materiale dell'omicidio del D.L. il R., mentre nella fase delle indagini aveva indicato So.Le., nelle more deceduto".
La Corte, pur avendo spiegato le ragioni che avevano determinato Terrore nell'indicazione dell'autore dell'agguato ("avendo il collaboratore chiarito al dibattimento perchè egli non aveva partecipato alla riunione organizzativa la mattina in cui era stato eliminato Q.M., precisando di aver appreso le notizie relative ai fatti indicati nei giorni successivi e aggiungendo che in uno degli altri interrogatori resi dopo aver iniziato la collaborazione aveva già rettificato la circostanza, avendo ricordato meglio i fatti") e, pur escludendo che il collaboratore si fosse allineato alle dichiarazioni rese dal D.N. in quanto costui fu esaminato successivamente, non ha, peraltro, dato eccessiva rilevanza alle suddette dichiarazioni, trattandosi di informazioni "di "seconda ma no" e per giunta il collaboratore si muoveva con cautela, essendo stato scarcerato solo il precedente 31.3.2003, lo stesso giorno dell'agguato in danno del V., ragion per cui dopo il grave ferimento del Q. si era recato nei pressi dell'Ospedale, senza però avvicinarsi" (pag. 50 sentenza impugnata).
In questa sede, il ricorrente (da pag. 88 a pag. 96 del ricorso), si affanna a spiegare le ragioni per le quali il Ca.An. non sarebbe attendibile censurando così la motivazione addotta sul punto dalla Corte territoriale.
Questa Corte, osserva, però, che la questione deirattendibilità del Ca. è stata depotenziata dalla stessa Corte territoriale che, proprio perchè ha considerato le suddette dichiarazioni di "seconda mano", è del tutto evidente che non ha fondato, su di esse, la sua decisione avendole solo utilizzate come elemento di contorno che, proprio perchè tali, nulla tolgono e nulla aggiungono all'esaustività del quadro probatorio a carico del ricorrente.
p. 2.7. l'alibi: l'imputato, nel corso dell'interrogatorio reso all'udienza del 18/06/2007, sostenne che, nella giornata del (OMISSIS), si trovava, contrariamente a quanto ritenuto dai collaboratori di giustizia, in luoghi diversi da quelli in cui furono realizzate le fasi preparatorie ed esecutive dell'omicidio di D. L.F. e del grave ferimento di P.L..
La Corte territoriale, ha, da una parte, ampiamente dimostrato (cfr pag. 41 della sentenza impugnata) la falsità del suddetto alibi essendo stato smentito da colui che avrebbe dovuto confermarlo ( M.R.) nonchè dal teste D.N.B., e, dall'altra, ha confutato la tesi difensiva secondo la quale non si trattava di alibi falso ma di alibi che l'imputato non era riuscito a provare stante il lungo lasso di tempo trascorso come dimostrato dal fatto che un qualche riscontro era stato trovato.
In questa sede, il ricorrente (pag. 96 ss del ricorso), ripercorre, pedissequamente la sua tesi difensiva (cfr supra parte narrativa p. 2.6.), nulla opponendo, in pratica, a quanto argomentato dalla Corte territoriale in ordine alla falsità dell'alibi: il che comporta che la doglianza deve ritenersi generica ed aspecifica e, quindi, non scrutinabile. Le conseguenze, in punto di diritto, del comportamento tenuto dal ricorrente sono state puntualmente evidenziate dalla Corte che ha rilevato, sulla base della giurisprudenza di questa Corte di legittimità - che qui va ribadita - che "in tema di valutazione della prova, l'alibi falso, in quanto sintomatico, a differenza di quello non provato, del tentativo dell'imputato di sottrarsi all'accertamento della verità, deve essere considerato come un indizio a carico il quale, pur di per sè inidoneo, in applicazione della regola dell'art. 192 cod. proc. pen., a fondare il giudizio di colpevolezza, costituisce tuttavia un riscontro munito di elevata valenza dimostrativa dell'attendibilità delle dichiarazioni del chiamante in correità, ai sensi dell'art. 192 cod. proc. pen., comma 3"": Cass. 5060/2005 - Cass. 11840/2004.
p. 3. violazione degli artt. 56-575 c.p.: la Corte territoriale, in punto di fatto ha premesso che: "I rilievi balistici attestano che:
a) anche se lo sparatore ha sparato la maggior parte dei colpi dalla porta d'ingresso verso la parte destra del focale, in direzione della zona in cui si trovava il D.L., non ha risparmiato la direzione del P., come risulta confermato dal rinvenimento dell'ogiva deformata verosimilmente per pistola calibro 9x21, rinvenuta sul pavimento nel vano retrostante a cm. 130 dalla tenda e a cm. 20 dalla stufa, in prossimità di chiazze di sostanza ematica, sicuramente appartenenti al P. che nel vano indicato aveva trovato riparo (cfr. verbale di sopralluogo e foto nn. 25, 26, 27, 28 e 29 del fascicolo fotografico); b) i colpi erano orientati ad uccidere, poichè esplosi ad altezza d'uomo, come risulta confermato dal foro provocato dall'ogiva di un proiettile esploso, rilevato su una striscia della tenda in stoffa, apposta alla porta di accesso al vano indicato, a cm. 108 dal pavimento. Inoltre, dal referto medico di Pronto Soccorso del (OMISSIS) risulta che (....) Il proiettile è fuoriuscito dalla spalla, penetrando nel braccio destro, come risulta dalla diagnosi formulata presso la Divisione di Ortopedia e Traumatologia degli Ospedali Riuniti di Foggia in pari data ("...
ferita trapassante arma da fuoco braccio destro con lesione dell'arteria omerale e dei nervi mediano e ulnare") (...)".
Da questi fatti, la Corte ha desunto che la condotta posta in essere nei confronti del P. era orientata ed idonea a cagionare la morte atteso che:
- il D.N. lo aveva indicato come obiettivo del commando di fuoco unitamente al D.L.;
- "la presenza del foro di ingresso alla spalla destra sconfessa la prospettazione del consulente del P.M., dott.ssa T., che ha ipotizzato che le lesioni riscontrate al braccio destro del P. possano "rappresentare un risultato causale, legato ad esempio a movimenti reciproci della vittima e/o a reazioni di difesa della stessa", interpretando il colpo d'arma da fuoco rilevato "alla stregua di una lesione da difesa passiva"";
- l'arma utilizzata aveva caratteristiche micidiali, essendo stato il P. attinto da un proiettile provenienti? dalla pistola cal.
9x21 utilizzata per esplodere altri numerosi colpi mortali in rapida successione contro il D.L.;
- "la circostanza che il P. sia stato attinto da un solo proiettile non esclude che egli sia riuscito a schivare altri colpi, a nulla rilevando che egli abbia dichiarato che il killer iniziò a sparare contro il D.L. dopo averlo individuato tra i presentì, poichè risulta accertato che l'obiettivo principale era proprio il D.L.";
- "il tentativo del P. di attribuire al suo ferimento carattere accidentale risponde alla precisa esigenza del teste di dichiararsi estraneo ai circuiti criminali e ai contrasti tra clan rivali, in lotta tra loro per la conquista del territorio".
In questa sede, il ricorrente (pag. 113 ss del ricorso) ha censurato la suddetta motivazione rilevando che:
- le dichiarazioni rese dallo stesso P. erano state chiare nel senso che era stato colpito in modo del tutto accidentale sol perchè si trovava di fronte al killer quando costui era entrato in azione;
- la dott.ssa T., C.t. del P.m., era stata chiara nel concludere per la non idoneità degli atti a cagionare lta morte del P..
La suddetta doglianza è infondata.
Infatti, quanto alle dichiarazioni del P., la Corte, con motivazione del tutto logica e congrua ha spiegato le ragioni per le quali le medesime non potevano essere ritenute attendibili.
Quanto alle conclusioni del C.T. del P.m., se è vero che, dal punto di vista medico legale, le suddette conclusioni sono condivisibili (e la stessa Corte non le mette in discussione), è anche vero che, dal punto di vista giuridico, quanto opinato dalla Corte territoriale è ineccepibile.
Questa Corte, infatti, come ha ricordato la Corte territoriale, in ordine al tentato omicidio ritiene che, per la configurabilità del tentativo, si debba dare prevalenza ai criteri di natura oggettiva come la natura del mezzo usato, la parte del corpo attinta e la gravità delle lesioni.
Sul punto, quindi, la conclusione alla quale è pervenuta la Corte territoriale non si presta ad alcuna censura, perchè, oltre che basarsi sulle dichiarazioni di D.N., ha correttamente valorizzato quegli elementi oggettivi (arma da fuoco di potenza micidiale; foro di ingresso alla spalla destra con lesione dell'arteria omerale) che, unitariamente considerati, fanno ritenere che, in quella determinata situazione di fatto, il killer avesse l'intenzione di uccidere anche il P..
p. 4. aggravanti della premeditazione e della L. n. 203 del 1991, art. 7: la Corte territoriale (pag. 55 della sentenza impugnata) ne ha rilevato l'inammissibilità trattandosi di motivi nuovi.
In questa sede, il ricorrente (pag. 116 ss del ricorso), si è limitato a dolersi del merito delle questioni senza nulla osservare sulla rilevata inammissibilità: la doglianza, quindi, è inammissibile per mancanza di specificità.
p. 5. trattamento sanzionatorio: la Corte territoriale ha negato la concessione delle attenuanti generiche in considerazione di: "a) l'assoluta gravità dei reati per i quali è stata confermata l'affermazione di responsabilità dell'imputato in questo giudizio di rinvio; b) le gravi modalità di esecuzione degli stessi reati, aggravati dalla premeditazione e realizzati in una guerra di mafia tra associazioni criminali in lotta per la conquista del territorio;
c) il ruolo di primo piano assunto dall'imputato e il suo elevatissimo spessore criminale, desunto anche dai precedenti penali gravi e reiterati esistenti a suo carico (plurime condanne per i reati di furto tentato e consumato; di ricettazione, estorsione, violazione della legge sulle armi, associazione per delinquere di stampo mafioso), nonchè dall'applicazione nei suoi confronti della misura di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La mancanza di qualsiasi segno di resipiscenza (...)".
La censura (cfr supra parte narrativa p. 6.) va ritenuta manifestamente infondata in quanto la motivazione addotta dalla Corte territoriale deve ritenersi congrua e logica avendo dato conto degli elementi scelti per la formulazione del giudizio globale (gravità del fatto, modalità di esecuzione, ruolo dell'imputato e capacità a delinquere): di conseguenza, essendo stato correttamente esercitato il potere discrezionale spettante al giudice di merito in ordine al trattamento sanzionatorio, il relativo esercizio si sottrae ad ogni censura di legittimità, in quanto anche un solo elemento che attiene alla personalità del colpevole o all'entità del reato o alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente per negare o concedere le attenuanti stesse, non essendo il giudice obbligato a motivare anche sulle ragioni per le quali ritiene irrilevanti gli eventuali elementi a favore dell'imputato.
p. 6. In conclusione, l'impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
 
P.Q.M.
 
RIGETTA il ricorso e CONDANNA il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 21 febbraio 2012.
Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2012





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