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Le vicende del rito abbreviato
Le vicende procesuali del rito abbreviato semplice e condizionato, l'evoluzione storica dell'istituto e l'attuale disciplina - un rito a favore dell’imputato con evidenti sacche di inquisitorietà che compromettono l'auspicato  prodursi dell’effetto deflattivo.
 
 
Approfondimento a cura di
 
 
 
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L’imputato può chiedere che il processo sia definito all’udienza preliminare allo stato degli atti, salve le disposizioni di cui al comma 5 del presente articolo e all’articolo 441, comma 5”.

Il rito abbreviato, come si evince chiaramente dal disposto dell’art. 438 c.p.p., è un rito speciale che può essere richiesto dall’imputato entro la formulazione delle conclusioni nell’udienza preliminare e che è caratterizzato dall’assenza della fase dibattimentale: il processo si chiude nell’ambito dell’udienza preliminare. L’udienza preliminare, dunque, da udienza di rito, quale si presenta normalmente, diviene una vera e propria udienza di merito, ove si deciderà sulla condanna o sull’assoluzione dell’imputato. Si tratta di un rito premiale, poiché l’imputato rinuncia al dibattimento ed alle connesse garanzie, accettando di essere giudicato sulla base degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del p.m.; tuttavia, in cambio di ciò, la pena applicata in caso di condanna è ridotta.

Nella struttura originaria del codice (prima cioè della modifica da parte della legge 16 dicembre 1999 n. 479, c.d. legge Carotti,) era piuttosto raro che si arrivasse ad un’assoluzione nell’ambito del rito abbreviato, in particolare per il fatto che si trattava di un giudizio reso totalmente allo stato degli atti. L’unico materiale cognitivo, insomma, era rappresentato dagli atti compiuti dal p.m., ossia, per lo più, da elementi a carico dell’imputato, che portavano come epilogo naturale alla condanna di quest’ultimo. Non si potevano, difatti, effettuare integrazioni probatorie, non si poteva arricchire il materiale cognitivo, né era possibile procedere ad una modifica dell’imputazione. Inoltre, l’imputato non vi poteva accedere mediante una sua mera richiesta, bensì era necessario il previo consenso del p.m., conferito in via del tutto discrezionale.
 
Ovviamente tali caratteristiche rendevano il giudizio abbreviato poco appetibile, con la conseguenza di un fallimento della politica deflattiva che il legislatore voleva attuare.
 
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 81 del 1991 interviene sulla disciplina del rito abbreviato e dichiara incostituzionale il combinato disposto degli artt. 438, 439, 440 e 442 c.p.p., nella parte in cui non prevedono che il p.m., in caso di dissenso rispetto alla richiesta di giudizio abbreviato, sia tenuto ad enunciarne le ragioni e nella parte in cui non prevedono che il giudice, quando, a dibattimento concluso, ritiene ingiustificato il dissenso del p.m., possa applicare all’imputato la riduzione di pena ex art. 442 comma 2 c.p.p. L’opposizione immotivata del p.m. alla richiesta di giudizio abbreviato risultava contrastante con l’art. 3 della Costituzione, poiché andava a creare un’irrazionale disparità nei rapporto tra p.m. ed imputato e tra imputato e imputato.

Non risponde, infatti, alle esigenze di coerenza e ragionevolezza una disciplina che autorizza il pubblico ministero ad opporsi non soltanto a una "determinata scelta del rito processuale", la qual cosa sarebbe pienamente "in armonia con le normali prerogative del pubblico ministero" ma anche ad una consistente riduzione della pena da infliggere all'imputato in caso di condanna, senza neppure dover esternare le ragioni di tale opposizione, così sottraendola all’obiettiva ed imparziale valutazione" del giudice. Per giunta, in un sistema, come quello del nuovo codice, imperniato sul principio di "partecipazione dell'accusa e della difesa su basi di parità in ogni stato e grado del procedimento" (v. art. 2, n. 3, della legge 16 febbraio 1987, n. 81), non dovrebbe essere consentito che i rapporti fra pubblico ministero ed imputato si sbilancino al punto che il primo, con un semplice atto di volontà immotivato e, perciò, incontrollabile, si trovi in grado di privare il secondo di un rilevante vantaggio sostanziale. Con la possibilità di un ulteriore squilibrio nel trattamento fra due imputati destinatari di un'identica imputazione e portatori di un'analoga capacità a delinquere, qualora il pubblico ministero adotti un atteggiamento consenziente nei confronti dell'uno e dissenziente nei confronti dell'altro, senza nemmeno dover esternarne le ragioni e vederle sottoposte ad un qualsiasi controllo giurisdizionale”. (v. Corte costituzionale, sentenza 30 aprile 1984, n. 120).

Successivamente, con la sentenza n. 23 del 1992 la Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 438, 439, 440 e 442 c.p.p. nella parte in cui non si prevede che il giudice, all’esito del dibattimento, ritenendo che il processo poteva essere definito allo stato degli atti dal g.i.p., possa applicare la riduzione della pena ex art. 442 comma 2 c.p.p.  La Consulta conclude con la sentenza n. 442 del 1994, in cui sollecita un necessario intervento legislativo per ricondurre l’abbreviato a piena coerenza con i principi costituzionali. L’obiettivo da perseguire è quello di avere la possibilità modificare il quadro probatorio e modificare l’aspetto di cristallizzazione delle prove.
 
Ed ecco che l’intervento auspicato viene effettuato dalla legge Carotti, n. 479 del 1999. Si interviene, in particolare, sull’accesso all’abbreviato e sul ruolo del p.m. Quest’ultimo non può più intervenire sulle scelte dell’imputato, anzi si può dire che ora l’imputato abbia un vero e proprio diritto a chiedere l’abbreviato, quale proiezione diretta del suo più ampio diritto di difesa ex art. 24 Costituzione.

Ci sono due tipologie di richiesta che l’imputato può effettuare: richiesta pura e semplice (l’instaurazione dell’abbreviato è un atto dovuto), o richiesta condizionata all’integrazione probatoria, ai sensi dell’art. 438 comma 5: “L’imputato, ferma restando l’utilizzabilità ai fini della prova degli atti indicati nell’art. 442 comma 1 bis, può subordinare la richiesta ad una integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione. Il giudice dispone il giudizio abbreviato se l’integrazione probatoria richiesta risulta necessaria ai fini della decisione e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del procedimento, tenuto conto degli atti già acquisiti ed utilizzabili”. Si tratta di una valutazione astratta molto pericolosa; il parametro di ammissione delle prove è diverso da quello generale del 190 comma 1 in materia probatoria, ove non c’è nessun riferimento alla necessità, ma si parla solo di prove che non siano vietate dalla legge, ma che siano rilevanti e non manifestamente superflue, aspetti questi che vanno considerati, senza dubbio, anche nell’ambito del rito abbreviato. In buona sostanza, ex art. 190 comma 1 c.p.p., l’accettazione della prova è collegata, quale principio generale, alla sua attinenza e pertinenza rispetto all’accusa, non già all’effetto che essa potrà avere in relazione alla sentenza che si emetterà. Al contrario, la scelta di finalizzare l’ammissione dell’integrazione probatoria alla decisione del giudizio abbreviato appare una condizione del tutto illegittima, perché importa a carico del giudice una preventiva ed incidentale penetrazione del merito delle risultanze processuali. Siamo, pertanto, in presenza di due criteri di ammissibilità della prova, tra loro configgenti, pur se attinenti a fasi omologhe, siccome definitorie un grado di giudizio di merito. Tale evidente discrasia, determina una lesione del principi di difesa e di uguaglianza.

Se il giudice accoglie la richiesta di abbreviato, si terrà tale giudizio con tutte le prove che sono state indicate dall’imputato, per il caso di richiesta condizionata, e fermo restando che il p.m. può richiedere l’ammissione di prova contraria e che, qualora il giudice ritenga di non poter decidere, può assumere, ex comma 5 dell’art. 441, ulteriori prove d’ufficio, circostanza questa che rappresenta un’altra novità introdotta dalla legge Carotti: “Quando il giudice ritiene di non poter decidere allo stato degli atti assume, anche d’ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione. Resta salva in tale caso l’applicabilità dell’art. 423”.
 
Il giudice, dunque, è dotato di poteri istruttori d’ufficio, cioè può assumere l’iniziativa in materia probatoria. Quindi, in caso di richiesta pura e semplice l’imputato non sarà tranquillo, nonostante abbia presentato la richiesta di abbreviato in quanto le indagini gli erano favorevoli poiché il giudice potrebbe implementare il materiale probatorio, sostenendo di non poter decidere allo stato degli atti. E di certo, se lo farà, sarà solo per assumere prove a carico. Il giudice, se fosse convinto dello scarso peso delle prove d’accusa, dovrebbe limitarsi ad applicare la regola di giudizio in dubio pro reo; dovrebbe limitarsi, cioè, a registrare il fallimento dell’ipotesi accusatoria ed applicare automaticamente la regola in dubio pro reo; se quindi il giudice valuta come scarse le prove presentate dall’accusa e decide di implementare il materiale probatorio è perché non vuole applicare la regola di giudizio ex art. 530 c.p.p., ma fornire una “stampella” al pubblico ministero.

A seguito dell’integrazione probatoria può emergere la necessità di modificare l’imputazione e, a tal proposito, l’art. 441 bis prevede che, qualora il p.m. contesti un fatto diverso, un reato connesso od una circostanza aggravante, l’imputato ha la possibilità di attivarsi e di chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie; il giudice, su istanza dell’imputato o del suo difensore, assegna un termine a difesa non superiore a 10 giorni. Nel caso di richiesta di procedersi con rito ordinario, il giudice provvede alla revoca dell’ordinanza con cui ha disposto l’abbreviato e fissa l’udienza preliminare o la prosecuzione di essa; le prove assunte nel rito abbreviato hanno la stessa efficacia di quelle acquisite nel corso dello svolgimento eccezionale dell’udienza preliminare. Electa una via non datur recursus ad alteram, quindi una volta intrapresa la strada nel rito ordinario, non si potrà più procedere con l’abbreviato. Se, invece, l’imputato non ha chiesto lo svolgimento del rito ordinario, il procedimento proseguirà nelle forme del rito abbreviato. Il comma 5 dell’art. 441 bis prevede la possibilità dell’imputato di chiedere l’ammissione di ulteriori prove, in relazione alla nuova contestazione e, in tal caso, non opereranno i limiti ex art. 438 comma 5, relativamente alla richiesta condizionata.

Se il giudice rigetta la richiesta di rito abbreviato, pronuncia un’ordinanza motivata ex art. 438 comma 4, la quale, tuttavia, è insindacabile. Se la richiesta è incondizionata, essa deve necessariamente essere accolta dal giudice, a meno che non sia inammissibile. L’eventuale rigetto sarebbe un provvedimento abnorme, come stabilito dalle Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza 27 ottobre 2004. La richiesta condizionata regala al giudice più margini di discrezionalità. Secondo alcuni l’unica via percorribile è quella di impugnare in appello la sentenza dibattimentale emessa all’esito del giudizio ordinario cui si procede quando la richiesta di abbreviato è stata rigettata: forzatura. Per altri si può esperire ricorso per cassazione ex art. 606 lettera d) c.p.p.: “mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta anche nel corso dell’istruzione dibattimentale limitatamente ai casi previsti dall’art. 495 comma 2”. Soluzione debole perché la parte dovrebbe dimostrare che la prova era decisiva. Il 495 comma 2 prevede il diritto alla controprova, quindi la prova alla cui ammissione è stata condizionata la richiesta di abbreviato, dovrebbe essere una controprova, ossia qualcosa che va ad insistere su altra prova. Il 438 comma 2 attribuisce il diritto alla prova contraria al pm, non all’imputato. Questo significa che la prova oggetto della richiesta condizionata non può che essere una prova diretta, quindi non si può applicare il 606 lett d), tenendo anche presente che i motivi di ricorso in Cassazione sono tassativi e non estensibili in via interpretativa.

Una volta accolta la richiesta di abbreviato, la parte civile ha due possibilità: può non accettare tale rito e, dunque, se il giudice pronuncia l’assoluzione dell’imputato, tale sentenza non avrà efficacia di giudicato e la parte civile potrà esercitare l’azione risarcitoria innanzi al giudice civile, senza dover subire la sospensione del processo ex art. 75 comma 3. Oppure può accettare il rito in modo espresso ovvero implicito: se il giudice pronuncia l’assoluzione, allora la parte civile subirà la sospensione del processo civile eventualmente promosso, fino alla sentenza penale irrevocabile e subirà altresì la relativa efficacia del giudicato di assoluzione.
 
La decisione di condanna, invece, ha efficacia di giudicato, salva l’ipotesi in cui la parte civile che non abbia accettato il rito si opponga a tale efficacia.
 
Si può riflettere su come l’avviso di conclusione delle indagini ex art. 415 bis c.p.p. possa influire sulla scelta dell’imputato di chiedere il giudizio abbreviato. In sede di avviso di conclusione delle indagini, infatti, ai sensi del comma 3 dell’art. 415 bis, l’indagato può chiedere al pm di svolgere altre indagini o di essere interrogato. Se l’indagine sollecitata in sede di avviso di conclusione delle indagini dà risultati a lui vantaggiosi, converrà richiedere il rito abbreviato perché garantisce la possibilità di essere assolto o, quantomeno, di ottenere una riduzione della pena. Se, al contrario, l’indagine sollecitata non porta esiti favorevoli all’indagato, gli conviene optare per l’udienza preliminare, perché in essa la regola di giudizio è favorevole all’imputato: ex art 422 il G.U.P. può ammettere prove ex officio solo in vista di sentenza di non luogo a procedere, quindi solo se esse servono a chiudere l’udienza.

L’abbreviato, insomma, sembra costruito come rito a favore dell’imputato, ma presenta sacche di inquisitorietà che inducono l’imputato a non chiedere tale giudizio e che impediscono così il prodursi dell’effetto deflattivo.




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