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licenziamenti invalidi e inefficaci: nuove sanzioni
La legge n 92 del 2012 ha modificato radicalmente il regime sanzionatorio per i licenziamenti invalidi o inefficaci per difetto di formao perchè privi di giusta causa o giustificato motivo soggettivo
 
Prima della legge n 92 del 2012, il regime sanzionatorio previsto in caso di licenziamenti invalidi si caratterizzava per una sostanziale e marcata differenza tra i licenziamenti intimati da datori di lavoro di grandi dimensioni (in linea di massima quelli con più di quindici dipendenti)  e di piccole dimensioni (in linea di massima quelli con meno di quindici dipendenti).

I licenziamenti intimati da datori di lavoro di grandi dimensioni, ove illegittimi, comportavano la reintegra nel posto di lavoro mentre i licenziamenti intimati da datori di lavoro di piccole dimensioni, salvo i casi di licenziamenti nulli o in forma orale, anche laddove illegittimi, non conducevano alla reintegra ma ad una tutela di carattere solo obbligatorio (risarcimento o riassunzione a scelta del datore di lavoro).
 
Anche a seguito della riforma Fornero, permane, nel nostro ordinamento, una differenza di tutela del lavoratore illegittimamente licenziato a seconda delle dimensioni del datore di lavoro.
 
Le differenze risultano, però, molto più sfumate in quanto, salvo casi specificamente individuati dal nuovo art. 18 dello Statuto, anche in caso di licenziamenti illegittimi intimati da datori di lavoro con più di quindici dipendenti, spetterà solo un'indennità risarcitoria con esclusione del diritto alla reintegra.
 
La reintegra nel posto di lavoro resta, unitamente al precedente regime risarcitorio, ed a prescindere dalle dimensioni dell'azienda, in tutti i casi di nullità del licenziamento previsti dalla legge e nei seguenti casi specifici:

a) licenziamento discriminatorio;

b) licenziamento intimato in concomitanza con il matrimonio;

c) licenziamento intimato in violazione dei divieti stabiliti a tutela della maternità e paternità (d.lgs. n. 151 del 2001)

d) licenziamento orale;

In tali casi il giudice:
 
a) dichiara nullo il licenziamento;
 
b) per l'effetto ordina al datore di lavoro la reintegrazione nel posto di lavoro, anche se con qualifica di dirigente;
 
c) condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno nella misura della retribuzione globale di fatto goduta dal lavoratore dal dì del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegra ed in misura non inferiore a 5 mensilità della retribuzione globale di fatto;
 
d) condanna il datore di lavoro, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali.

A seguito dell'ordine di reintegrazione, su invito del datore di lavro, il lavoratore deve riprendere servizio entro trenta giorni altrimenti il rapporto di lavoro si risolve. In alternativa può chiedere, nel medesimo termine, un'indennità risarcitoria pari a quindici mensilità della retribuzione globale di fatto goduta in costanza di rapporto.

Ove invece il licenziamento sia intimato per giusta causa e giustificato motivo e lo stesso sia annullato dal giudice a seguito dell'impugnativa giudiziale, le conseguenze risarcitorie saranno ben diverse a seconda della tipologia del vizio riscontrato.

Se il giudice accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro (con più di quindici dipendenti), per insussistenza del fatto contestato ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei CCNL o dei codici disciplinari:
 
a) annulla il licenziamento;
 
b) condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro;
 
c) condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegra, dedotto quanto il lavoratore ha percepito per effetto di un diverso lavoro eventualmente intrapreso o quanto avrebbe potuto percepire usando l'ordinaria diligenza nella ricerca di un impiego alternativo. L'indennità risarcitoria in ogni caso non può eccedere le 12 mensilità (in precedenza non esisteva un limite massimo ed esisteva un limite minimo di cinque mensilità).
 
d) condanna il datore di lavoro al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell'effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione.
 
Nelle altre ipotesi in cui sia accertato che non sussitono gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo del licenziamento si applica un diverso regime sanzionatorio.
 
Il giudice, infatti, accertata l'illegittimità del licenziamento, dichiara la risoluzione del rapporto dalla data dell'intimato licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria omnicomprensiva determinata tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere del giudice di fornire specifica motivazione al rigurado.

Con riferimento al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, prima di approfondire il profilo relativo, alle conseguenze risarcitorie, occorre ricordare come la l. n. 92 del 2012 sia interveuta anche sulla procedura di intimazione del licenziamento prescrivendo l'espletamento di un previo tentativo di conciliazione da parte del datore di lavoro presso la DTL.
 
Nel caso di accertata manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento intimato per motivo oggettivo consistente nell'inidoneità fisica o psichica del lavoratore ovvero intimato durante il periodo di conservazione del posto di lavoro per malattia del lavoratore, è previsto l'annullamento del licenziamento e la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal dì del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione sino ad un massimo di 12 mensilità della retribuzione globale di fatto (art. 18, co. 4 e 7, l. n. 300 del 1970).
 
Dall'indennità deve essere dedotto l'aliunde perceptum e percipiendum, così come nel caso di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo.
 
Inoltre, il giudce condanna il datore di lavoro al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali per il periodo dal licenziamento alla reintegra.
Rimane la facoltà per il lavoratore di optare per un'indennità risarcitoria pari a qundici mensilità della retribuzione globale di fatto anzichè per la reintegra nel posto di lavoro.
 
Nelle altre ipotesi di licenziamento economico ingiustificato, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro dalla data dell'intimato licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria omnicomprensiva determinata tra un minimo di 12 ed un massimo di 24 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto. Nella determinazione dell'indennità risarcitoria, il giudice deve tenere conto di una serie di parametri tra i quali quello delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione, nonchè il comportamento delle parti durante la procedura conciliativa attivata obbligatoriamente prima della comunicazione del licenziamento.

La riforma Fornero stabilisce altresì gli effetti di un eventuale licenziamento inefficace per difetto della forma dell'intimazione.
 
In caso di licenziamento orale si applica la tutela reintegratoria e risarcitoria già vista per i licenziamenti nulli.
 
Qualora invece il licenziamento viene intimato in violazione dell'obbligo di specificazione dei motivi nella comunicazione di licenziamento ovvero senza l'espletamento della procedura conciliativa prevista per i licienziamenti economici, il giudice dichiara la risoluzione del rapporto di lavoro e la condanna del datore al pagamento di un'indennità risarcitoria omincomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di 6 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto. Se, però, il giudice, accerta che vi è anche un difetto di giustificatezza del licenziamento, applica la relativa tutela

 il nuovo art. 18 della legge n 300 del 1970
 
 
ART 18 DELLA LEGGE N 300 DEL 1970

Tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo (1) (2).
 
Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullita' del licenziamento perche' discriminatorio ai sensi dell'articolo 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, ovvero intimato in concomitanza col matrimonio ai sensi dell'articolo 35 del codice delle pari opportunita' tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o in violazione dei divieti di licenziamento di cui all'articolo 54, commi 1, 6, 7 e 9, del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternita' e della paternita', di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni, ovvero perche' riconducibile ad altri casi di nullita' previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell'articolo 1345 del codice civile, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. La presente disposizione si applica anche ai dirigenti. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennita' di cui al terzo comma del presente articolo. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perche' intimato in forma orale (3).
Il giudice, con la sentenza di cui al primo comma, condanna altresi' il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata la nullita', stabilendo a tal fine un'indennita' commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attivita' lavorative. In ogni caso la misura del risarcimento non potra' essere inferiore a cinque mensilita' della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro e' condannato inoltre, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali (4).
Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al secondo comma, al lavoratore e' data la facolta' di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennita' pari a quindici mensilita' dell'ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non e' assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell'indennita' deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, o dall'invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione (5).
Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perche' il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un'indennita' risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attivita' lavorative, nonche' quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell'indennita' risarcitoria non puo' essere superiore a dodici mensilita' della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro e' condannato, altresi', al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione, per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall'illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attivita' lavorative. In quest'ultimo caso, qualora i contributi afferiscano ad altra gestione previdenziale, essi sono imputati d'ufficio alla gestione corrispondente all'attivita' lavorativa svolta dal dipendente licenziato, con addebito dei relativi costi al datore di lavoro. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennita' sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi del terzo comma (6).
Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennita' risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilita' dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianita' del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attivita' economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo (7).
Nell'ipotesi in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'articolo 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'articolo 7 della presente legge, o della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, si applica il regime di cui al quinto comma, ma con attribuzione al lavoratore di un'indennita' risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravita' della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilita' dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi e' anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o settimo (8).
Il giudice applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del presente articolo nell'ipotesi in cui accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68, per motivo oggettivo consistente nell'inidoneita' fisica o psichica del lavoratore, ovvero che il licenziamento e' stato intimato in violazione dell'articolo 2110, secondo comma, del codice civile. Puo' altresi' applicare la predetta disciplina nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell'indennita' tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo (9).
Le disposizioni dei commi dal quarto al settimo si applicano al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze piu' di quindici lavoratori o piu' di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonche' al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che nell'ambito dello stesso comune occupa piu' di quindici dipendenti e all'impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa piu' di cinque dipendenti, anche se ciascuna unita' produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa piu' di sessanta dipendenti (10).
Ai fini del computo del numero dei dipendenti di cui all'ottavo comma si tiene conto dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unita' lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge e i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale. Il computo dei limiti occupazionali di cui all'ottavo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie (11).
Nell'ipotesi di revoca del licenziamento, purche' effettuata entro il termine di quindici giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell'impugnazione del medesimo, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuita', con diritto del lavoratore alla retribuzione maturata nel periodo precedente alla revoca, e non trovano applicazione i regimi sanzionatori previsti dal presente articolo (12).
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui all'undicesimo comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore (13) (14).
(2) Per l'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 1, commi da 48 a 68, della Legge 28 giugno 2012, n. 92, alle controversie aventi ad oggetto l'impugnativa dei licenziamenti, nelle ipotesi regolate dal presente articolo, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro, vedi l'articolo 1, comma 47, della Legge 28 giugno 2012, n. 92.
(3) Comma sostituito dall'articolo 1, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108 e dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(4) Comma sostituito dall'articolo 1, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108 e dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(5) Comma inizialmente aggiunto dall'articolo 1, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108 e successivamente sostituito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(6) Comma inizialmente aggiunto dall'articolo 1, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108 e successivamente sostituito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 11.
(7) Comma aggiunto dall'articolo 1, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108 e successivamente sostituito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(8) Comma sostituito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(9) Comma inserito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(10) Comma inserito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(11) Comma inserito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(12) Comma inserito dall'articolo 1, comma 42, lettera b), della Legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha sostituito gli originali commi da 1 a 6 con gli attuali commi da 1 a 10.
(13) A norma dell'articolo 6, comma 2-bis, del D.L. 31 dicembre 2007, n. 248 llefficacia delle disposizioni di cui al presente articolo nei confronti del prestatore di lavoro nelle condizioni previste dall'articolo 4, comma 2, della legge 11 maggio 1990, n. 108, è comunque prorogata fino al momento della decorrenza del trattamento pensionistico di vecchiaia spettante al prestatore medesimo.
 




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