Ricerca


banner_lungo_magitratura_esame_avvocato_2012.jpg
mod_vvisit_counterOggi1744
mod_vvisit_counterDal 12/06/096098483

domiciliazioniprevprof.jpg
magistratura_esame_avvocato_2012_2013.jpg























licenziamento per superamento del comporto e decadenza
L'impugnativa del licenziamento per superamento del periodo di comporto: l'onere dell'impugnativa giudiziale nel termine di sessanta giorni, il punto della Cassazione
 
Argomenti collegati 


Una questione, ormai superata dalla previsione generalizzata di cui al comma 2 dell'art. 32 della l. n. 183 del 2010, del regime d'impugnazione di cui all'art. 6 della l. n. 604 del 1966 a ogni ipotesi di invalidità del licenziamento, è quella che attiene all'applicazione del termine di decadenza di sessanta giorni ai licenziamenti intimati per superamento del periodo di comporto prima dell'entrata in vigore della legge n 183 del 2010.
 
Invero, la questione è stata affrontata direttamente dalla Cassazione di recente con la sentenza n 1861 del 2010 che ha affermato la non applicabilità del regime di decadenza di cui all'art. 6 della legge n 604/1966, giacchè il regime giuridico del recesso per il superamento del periodo di comporto è quello stabilito dal comma 2 dell'art. 2110 c.c. e non già quello stabilito dalla legge n 604/1966.
 
In tale prospettiva, la S.C. ha seguito un percorso argomentativo analogo a quello già seguito per sostenere l'inapplicabilità del regime della decadenza di cui all'art. 6 della legge n 604 del 1966 alle fattispecie del licenziamento delle lavoratrici madri o del licenziamento per causa di matrimonio.
 
Si deve sottolineare, peraltro, che, da una parte, la questione appare superata dal già citato art. 32, comma 2 della legge n 183 del 2010 e che, dall'altra, la giurisprudenza precedente, pur non affrontando direttamente la questione, aveva spesso implicitamente ritenuto applicabile il regime della decadenza di cui all'art. 6 della leggen 604 del 1966 alle ipotesi del licenziamento per superamento del periodo di comporto.

 
Cass Civ Sez Lav n 1861 del 2010
 
Quella del recesso del datore di lavoro per superamento, da parte del lavoratore del periodo di comporto (in una delle sue possibili varianti del comporto unitario, cosiddetto "secco", o di quello frazionato) costituisce una ipotesi del tutto peculiare di cessazione del rapporto di lavoro, non dovuta ne' ad un fatto dell'azienda, ne', propriamente, ad un fatto o colpa propri del lavoratore, ma piuttosto all'impossibilita' di quest'ultimo di assicurare con sufficiente continuita' la propria prestazione. Come tale, fin dalla normativa originaria del codice civile non e' stato regolato nel paragrafo sull'estinzione del rapporto di lavoro artt. 2118 e 2125 c.c.), ma in una norma speciale, quella dell'art. 2110 c.c., comma 2.
La giurisprudenza di questa Corte ha posto in luce questa specialita', anche rispetto alla disciplina limitativa dei licenziamenti contenuta nelle L. n. 604 del 1966 e L. n. 300 del 1970 con le loro successive modifiche, giungendo alla conclusione, ormai consolidata, che "la fattispecie di recesso del datore di lavoro, per l'ipotesi di assenze determinate da malattia dei lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbilita'), si inquadra nello schema previsto, ed e' soggetta alle regole dettate dall'art. 2110 c.c., che prevalgono, per la loro specialita', sia sulla disciplina generale della risoluzione del contratto per sopravvenuta impossibilita' parziale della prestazione lavorativa, sia sulla disciplina limitativa dei licenziamenti individuali, con la conseguenza che, in dipendenza di tale specialita' e del contenuto derogatorio delle suddette regole, il datore di lavoro, da un iato, non puo' unilateralmente recedere o, comunque, far cessare il rapporto di lavoro prima del superamento del limite di tollerabilita' dell'assenza (cosiddetto periodo di comporto), predeterminato per legge, dalla disciplina collettiva o dagli usi, oppure, in difetto di tali fonti determinato dal giudice in via equitativa, e, dall'altro, che il superamento di quel limite e' condizione sufficiente di legittimita' dei recesso, nel senso che non e' all'uopo necessaria la prova dei giustificato motivo aggettivo ne' della sopravvenuta impossibilita' della prestazione lavorativa, ne' della correlata impossibilita' di adibire il lavoratore a mansioni diverse, senza che ne risultino violati disposizioni o principi costituzionali." (Cass. civ., 7 aprile 2003, n. 5413; nello stesso senso, fra le altre, Cass. civ., S.U., 29 marzo 1980, n. 2072, n. 2073 e 2074; 24 febbraio 1982, n. 1168; 8 marzo 1983, n. 1726; 7 giugno 1983, n. 3909; 13 giugno 1983, n. 4068; 26 marzo 1984, n. 1973; 21 novembre 1984, n. 5968; 4 maggio 1985, n. 2806; 11 giugno 1986, n. 3879; 2 aprile 1987, n. 3213; 12 giugno 1995, n. 6601; 13 dicembre 1999, n. 13992; 14 dicembre 1999, n. 14065).
5. La giurisprudenza ha gia' riconosciuto che il termine di decadenza non e' applicabile necessariamente in tutti i casi di recesso da parte del datore, sottolineando che "il termine di sessanta giorni per l'impugnazione del licenziamento previsto dalla L. n. 604 del 1966, art. 6 deroga al principio generale - desumibile dagli art. 1421 e 1422 c.c. - secondo il quale, salvo diverse disposizioni di legge, la nullita' puo' essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e l'azione per farla dichiarare non e' soggetta a prescrizione. Ne consegue che, sotto questo profilo, la disposizione di, cui, al citato L. n. 604 del 1966, art. 6 e' da considerarsi di carattere eccezionale e non e' percio' applicabile, neanche in via analogica, ad ipotesi di nullita' del licenziamento che non rientrino nella previsione della cit. L. n. 604 del 1966. E' pertanto da escludersi che il suddetto termine di sessanta giorni per l'impugnativa sia applicabile ai licenziamenti previsti dalla L. n. 7 del 1963, art. 1 (sul divieto di licenziamento delle lavorataci per causa di matrimonio) e dalla L. n. 1204 del 1971, art. 2 (sulla tutela delle lavorataci madri), ai quali vanno invece applicati i principi generali di cui ai citati artt. 1421 e 1422 c.c." (Cass. civ., 30 maggio 1997, n. 4809; nello stesso senso, 27 marzo 2003, n. 3022, con riferimento al licenziamento non intimato per iscritto e percio' privo della forma richiesta ad substantiam dalla legge, nonche' 14 agosto 2008, n. 21702, per il licenziamento motivato con il superamento dei limiti di eta' ed il possesso dei requisiti pensionistici nel caso in cui il prestatore abbia esercitata l'opzione per la prosecuzione dei rapporto ai sensi della L. 29 dicembre 1990, n. 407, art. 6).
6. Esigenze logiche di coerenza sistematica impongono di estendere il medesimo principio della non applicabilita' della norma di carattere eccezionale contenuta nella L. n. 604 del 1966, art. 6 a tutte le ipotesi di recesso datoriale in cui non sia applicabile quella legge.
Anche il recesso per superamento del periodo di comporto rappresenta una forma speciale di cessazione del rapporto di lavoro, come tale non disciplinata dalla legge di carattere generale L. n. 604 del 1966, che e' non applicabile alla fattispecie, ma dall'art. 2110 c.c..
Di conseguenza deve essere applicato anche in questo caso il medesimo criterio, affermando il principio di diritto secondo cui "dato che il licenziamento per superamento del periodo di comporto non e' regolato dalla L. n. 604 del 1966, e successive modificazioni, ma dall'art. 2110 c.c., comma 2, in questa ipotesi l'impugnazione da parte del prestatore di lavoro non e' soggetta ai termine di decadenza stabilito dall'art. 6 della stessa legge".
L'impugnazione del licenziamento da parte della signora F. non era soggetta al termine di decadenza previsto dalla L. n. 604 del 1966, art. 6 ma solamente ai termini ordinari di prescrizione.
Nel caso di specie, la Corte d'Appello di Palermo ha rigettato l'impugnazione della signora F. perche' non avrebbe dimostrato che il licenziamento era stato impugnato tempestivamente entro il termine di sessanta giorni dalla comunicazione, ma, dato che il termine non si applica, e' irrilevante che la ricorrente lo abbia rispettato o meno.
 
 
contra 
Cassazione civile    sez. lav. 01/09/2006 n 18911


Il licenziamento, quale negozio unilaterale recettizio, è assoggettato alla norma dell'art. 1334 c.c. e pertanto produce effetto nel momento in cui il lavoratore riceve l'intimazione da parte del datore di lavoro, con la conseguenza che la verifica e le condizioni che legittimano l'esercizio del potere di recesso deve essere compiuta con riferimento al momento in cui detto negozio unilaterale si è perfezionato. Pertanto qualora l'assenza dal lavoro per malattia si sia protratta per un tempo superiore al periodo di comporto, il legittimo recesso del datore di lavoro, non tempestivamente impugnato, non può essere inficiato dalla successiva affermazione in giudizio (nella specie: dopo quattro anni) della natura lavorativa dell'infortunio, qualora il datore di lavoro non sia stato chiamato nel giudizio promosso a tal fine nei confronti dell'Inail, non potendo la sentenza emessa in detto giudizio esser fatta valere nei confronti di chi a quel giudizio non abbia partecipato.  
 
 
ARTICOLO N.2110 c.c.
Infortunio, malattia, gravidanza, puerperio.

[I]. In caso d'infortunio, di malattia, di gravidanza o di puerperio, se la legge [o le norme corporative] (1) non stabiliscono forme equivalenti di previdenza o di assistenza [382 Cost.], è dovuta al prestatore di lavoro la retribuzione o una indennità nella misura e per il tempo determinati dalle leggi speciali, [dalle norme corporative,] (1) dagli usi o secondo equità [21112; 98 att.] (2).
[II]. Nei casi indicati nel comma precedente, l'imprenditore ha diritto di recedere dal contratto a norma dell'articolo 2118, decorso il periodo stabilito dalla legge [dalle norme corporative] (1), dagli usi o secondo equità.
[III]. Il periodo di assenza dal lavoro per una delle cause anzidette deve essere computato nell'anzianità di servizio [2120].

legge n 604/66 testo in GU
Art. 6.
 
Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l'intervento dell'organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso.
Il termine di cui al comma precedente decorre dalla comunicazione del licenziamento ovvero dalla comunicazione dei motivi ove questa non sia contestuale a quella del licenziamento.
A conoscere delle controversie derivanti dall'applicazione della presente legge è competente il pretore.


testo vigente


Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso (1).
L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di centottanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso. Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo (2).
A conoscere delle controversie derivanti dall'applicazione della presente legge è competente il pretore (3).
(1) Comma sostituito dall'articolo 32, comma 1, della Legge 4 novembre 2010, n. 183.
(2) Comma sostituito dall'articolo 32, comma 1, della Legge 4 novembre 2010, n. 183 e successivamente modificato dall'articolo 1, comma 38, della Legge 28 giugno 2012, n. 92. A norma del comma 39 del medesimo articolo 1, il termine di centottanta giorni si applica in relazione ai licenziamenti intimati dopo la data di entrata in vigore della suddetta Legge n. 92 del 2012 (18 luglio 2012). Per i licenziamenti intimati in data anteriore all'entrata in vigore di detta legge, il termine è di duecentosettanta giorni.
(3) Vedi l'articolo 5, comma 5, della legge 11 maggio 1990, n. 108.

Legge n 183/10 art. 32

2. Le disposizioni di cui all'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche a tutti i casi di invalidità del licenziamento.








Segnala su OK Notizie!Reddit!Del.icio.us! Facebook!
 

CERCA ANCORA IN QUESTO SITO

Ricerca personalizzata