Ricerca


banner_lungo_magitratura_esame_avvocato_2012.jpg
mod_vvisit_counterOggi797
mod_vvisit_counterDal 12/06/096097536

domiciliazioniprevprof.jpg
magistratura_esame_avvocato_2012_2013.jpg























nullitą del patto di prova e/o nullitą del licenziamento
Il regime processuale e sostanziale applicabile ai licenziamenti intimati durante il corso del patto di prova apposto da un contratto di lavoro subordinato  
 
Argomenti correlati




E' principio consolidato nella giurisprudenza della S.C. quello che "a norma dell'art. 2096 c.c., e L. n. 604 del 1966, art. 10, il rapporto di lavoro subordinato costituito con patto di prova è sottratto, per il periodo massimo di sei mesi, alla disciplina dei licenziamenti individuali, ed è caratterizzato dal potere di recesso del datore di lavoro, la cui discrezionalità si esplica senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, neppure in caso di contestazione, sulla valutazione delle capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso: rilevandosi, peraltro, che detta discrezionalità non è assoluta, e deve essere coerente con la causa del patto di prova, sicchè il lavoratore, che non dimostri il positivo superamento dell'esperimento nonchè la imputabilità del recesso del datore a un motivo estraneo a tale causa, e quindi illecito, non può eccepire nè dedurre la nullità del licenziamento in sede giurisdizionale" (in termini S.C. n. 23224/10).
E' stato, però, anche precisato che "il lavoratore potra’ sempre dimostrare (senza che sia nemmeno necessario configurare un regime intermedio fra recedibilita’ ad nutum e recedibilita’ causale: cfr. SU cit; Cass. n. 402/1998) che l’atto di recesso sia stato determinato da motivi illeciti, fra i quali ben puo’ rientrare lo svolgimento della prova in mansioni incompatibili con lo stato di invalidita’ o la finalizzazione del recesso, adottato nonostante il positivo superamento dell’esperimento, alla mera elusione della disciplina sul collocamento dei disabili, dovendosi qualificare per definizione, secondo come avvertito dalla stessa Corte Costituzionale, come licenziamento in frode alla legge quello finalizzato al solo obiettivo di aggirare il sistema delle assunzioni obbligatorie (sent. n. 241 del 2000 cit).
In tale ipotesi è stata  ritenuta la nullità dell'atto di recesso ed il conseguente diritto al risarcimento del danno del lavoratore da commisurare alle retribuzioni non percepite dal momento del licenziamento sino a quello del reperimento di una nuova occupazione, con l'sclusione dell'applicazione della disciplina dell'art. 18 della l. n. 300 del 1970.
Tale approdo ermeneutico, con l'entrata in vigore della l. n. 92 del 2012, che ha previsto un rito celere e speciale per i giudizi che vertanto sull'impugnazione di licenziamenti con la richiesta di applicazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, ha conseguenze processuali di rilievo.
Infatti, l'esplicita esclusione del regime risarcitorio dell'art. 18 della l. n. 300 del 1970 dovrebbe condurre ad escludere l'applicazione del rito speciale ai giudizi che abbiano ad oggetto la nullità dei licenziamenti intimati a lavoratori assunti in prova anche laddove si eccepisca che il recesso sia stato determinato da fatti illeciti estranei all'esperimento della prova.
Tuttavia, con esclusione della reintegra, gli effetti risarcitori che la richiamata giurisprudenza ha ritenuto di collegare all'accertamento della nullità del recesso utilizzando quale parametro quello delle retribuzioni non percepite sino al reperimento di un nuovo impiego, sono sostanzialmente analoghi a quelli che l'art. 18 della l. n. 300 del 1970 fa  discendere dall'accertamento della nullità del recesso.
Tale analogia dei meccanismi risarcitori rende, quindi, non del tutto ragionevole l'esclusione, pur ritenuta nella giurisprudenza di merito all'indomani della l. n. 92/2012, dell'applicazione del rito speciale all'impugnativa dei recessi intimati nel corso del patto di prova, così come, ad avviso di chi scrive, non appare del tutto convincente l'esclusione, tout court, dell'applicazione del regime di cui all'art. 18 della l. n. 300 del 1970 a tali ipotesi di recesso.
Occorrerebbe, infatti, distinguere il caso in cui il motivo illecito che invalida l'atto di recesso sia idoneo a colpire solo questo dai casi, di gran lunga più frequenti, in cui tale motivo illecito abbia ad oggetto, ancora prima del licenziamento, il patto di prova stesso.
Laddove, infatti, il motivo illecito (ad esempio ritorsivo), riguardi solo l'atto di recesso, appare ragionevole l'esclusione dell'applicazione del rito speciale, ma non appare logico riconoscere un risarcimento commisurato alla retribuzioni maturate dal lavoratore dal momento del recesso sino a quello del reperimento di un nuovo impiego poichè, in tale guisa, si finisce per equiparare il rapporto di lavoro in prova con quello senza apposizione del patto, dimenticando che, nell'ambito di un rapporto di lavoro con patto di prova, la nullità dell'atto di recesso potrebbe, al più, determinare il ripristino del rapporto di lavoro in prova sino alla scadenza del patto, tenuto conto che, in tale lasso di tempo, il datore di lavoro potrebbe sempre interrompere il rapporto di lavoro ad nutum senza necessità di motivare il recesso.
Radicalmente diverso, a parere di chi scrive, dovrebbe essere il regime applicabile nel caso, di gran lunga più frequente, in cui si deduca e dimostri che l'intento fraudolento ed elusivo non abbia ad oggetto il solo licenziamento ma, a monte, il patto di prova che si combina con il successivo atto di recesso ad nutum determinando un complessivo meccanismo fraudolento.
E' evidente che, in tale ipotesi, laddove le tesi del lavoratore siano ritenute fondate dal giudice di merito, non vi sono ragioni per non applicare lo statuto ordinario dei licenziamenti in quanto la nullità del patto comporta, quale effetto, che il rapporto di lavoro va considerato subordinato e a tempo indeterminato sin dall'origine con l'ulteriore conseguenza che il licenziamento nullo, ove sussistano i requisiti dimensionali, è soggetto alla disciplina processuale di cui all'art. 1 commi 47 e seguenti della l. n. 92/2012 ed alla disciplina sanzionatoria dell'art. 18 della l. n. 300 del 1970.
D'altronde, non va dimenticato che questa è la soluzione costantemente seguita dalla giurisprudenza della S.C. in caso di nullità del patto di prova per difetto della forma scritta (cfr., tra le molte, Cass. 11122/2002) e non vi è ragione per non seguire gli stessi principi laddove la nullità del patto di prova discenda da un motivo illecito determinante quale, ad esempio, l'elusione delle norme imperative in materia di collocamento dei disabili.



Cassazione civile    sez. lav n 11/11/1988 n 6096


A norma dell'art. 2096 c.c. e dell'art. 10 della l. 15 luglio 1966 n. 604, il rapporto di lavoro subordinato, costituito con patto di prova, è sottratto, per il periodo massimo di sei mesi, alla disciplina sui licenziamenti individuali ed è caratterizzato da un potere di recesso del datore di lavoro, la cui discrezionalità - avverandosi la condizione sospensiva potestativa cui è sottoposto il negozio di assunzione - si esplica senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, neppure in caso di contestazione, sulla valutazione della capacità e del comportamento professionale del medesimo. Peraltro, l'esercizio del detto potere di recesso, consentito in ogni momento, e cioè non solo al termine ma anche nel corso del periodo di prova - salvo che questa sia stata stabilita per un tempo minimo necessario -, non è caratterizzato da una discrezionalità assoluta, ma deve essere coerente con la causa del fatto, sicché il lavoratore, che non dimostri e neppure chieda di dimostrare il positivo superamento dell'esperimento, nonché l'imputabilità del recesso ad un motivo estraneo a quindi illecito, non può eccepire e dedurre la nullità di tale recesso in sede giurisdizionale.


Cassazione civile  sez. lav.  17/11/2010 n 23224


Devono anzitutto ricordarsi i principi consolidati, affermati costantemente in argomento da questa Corte (ex plurimis, Cass. n. 7644/1998), anche in relazione alla sentenza della Corte Costituzionale 22 dicembre 1980 n. 189 che, in tema di patto di prova, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2096 c.c., comma 3, e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 10, con riferimento all'art. 3 Cost., commi 1 e 2, artt. 4 e 35 Cost., e art. 41 Cost., comma 2, ha specificato nozione e contenuto della "discrezionalità" del datore di lavoro nel recedere durante l'esperimento.
Va ribadito, così, che, a norma dell'art. 2096 c.c., e L. n. 604 del 1966, art. 10, il rapporto di lavoro subordinato costituito con patto di prova è sottratto, per il periodo massimo di sei mesi, alla disciplina dei licenziamenti individuali, ed è caratterizzato dal potere di recesso del datore di lavoro, la cui discrezionalità si esplica senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, neppure in caso di contestazione, sulla valutazione delle capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso: rilevandosi, peraltro, che detta discrezionalità non è assoluta, e deve essere coerente con la causa del patto di prova, sicchè il lavoratore, che non dimostri il positivo superamento dell'esperimento nonchè la imputabilità del recesso del datore a un motivo estraneo a tale causa, e quindi illecito, non può eccepire nè dedurre la nullità del licenziamento in sede giurisdizionale.
Giova pure ricordare al riguardo che scopo dell'esperimento in prova è quello di fare acquisire alle parti sufficienti e adeguati elementi di valutazione sulla reciproca loro convenienza di addivenire a un rapporto di lavoro definitivo: valutazione che è pertanto esclusivamente rimessa al giudizio e alla libera disponibilità delle stesse, le quali sono dunque pienamente libere di ritenere od escludere siffatta convenienza. E pertanto l'avvenuto positivo superamento, da parte del lavoratore, dell'esperimento non è, di per sè solo, sindacabile in sede giudiziale, nè può, di per sè, offrire la dimostrazione, pur presuntiva o per implicito, di un motivo illecito (ex artt. 1345 e 1418 c.c.) del recesso del datore di lavoro in pendenza del periodo di prova.
Un siffatto illecito motivo, quale ragione di nullità di quel recesso, può ritenersi provato in giudizio solo quando, oltre all'avvenuto positivo superamento dell'esperimento, siano dimostrati precisi e specifici fatti concreti i quali comprovino che il recesso non era in alcun modo ricollegabile all'esperimento stesso nè al suo esito, ma era dovuto a ragioni del tutto estranee alla sua realizzazione ed alla causa del patto di prova e che integravano dunque così l'unico e determinante motivo (appunto illecito) della decisione del datore di recedere dal rapporto.
Nel caso di specie la Corte di Appello, motivando la sua decisione in maniera adeguata, ancorchè sintetica, si è attenuto ai principi ora enunciati, escludendo in particolare la illegittimità del recesso per effetto di un dedotto mutamento di mansioni ritenuto - come appena argomentato - insussistente. Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando omessa insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia relativamente alla richiesta di rimborso delle spese di trasferta e la relativa indennità (art. 360 c.p.c., n. 5)", lamenta che la Corte d'Appello, riprendendo la sentenza di primo grado, abbia erroneamente ritenuto che non gli spettasse il rimborso delle spese sostenute e, così pure sul punto, il rimborso della indennità di trasferta , richiamandosi all'art. 59 CCNL. Sennonchè la Corte di merito ha sufficientemente motivato la sua determinazione, osservando, in ordine al diritto al rimborso di detta indennità, che alcunchè spettava al ricorrente sulla base del rilievo che la norma collettiva invocata faceva riferimento ad "incarichi specifici" per prestazioni di servizio fuori della circoscrizione del Comune, mentre nel caso di mansioni di capo area erano tali fisiologicamente da comportare lo spostamento nel territorio e così nella Regione di cui era capo area (infatti, aveva, ad personam, il "bonus" di L. 1.685.000).
Osserva il Collegio che nessun vizio motivazionale emerge da siffatta argomentazione, mentre, sotto altro profilo, nessun vizio interpretativo della norma collettiva richiamata è possibile riscontrare, mancando nell'esaminato motivo ogni riferimento a violazioni dei canoni ermeneutici in materia. Analogamente, nessun vizio di motivazione è riscontrabile in relazione alla richiesta di rimborso delle "spese vive" che l' A. avrebbe sopportato durante le trasferte nel corso del rapporto lavorativo, avendo il Giudice di appello rilevato che difettavano le condizioni per detto rimborso, essendo mancata totalmente l'osservanza della procedura prevista per l'ottenimento del rimborso e cioè del "visto della Direzione vendita".

Cassazione civile  sez. lav.  27/10/2010 n. 21965

Hanno su tali questioni le SU di questa Corte gia’ precisato (v.
sent. n. 11633 del 2002) che se il licenziamento del lavoratore in prova (per effetto della norma di eccezione della L. n. 604 del 1966, art. 10 che prescrive che le norme limitative dei licenziamenti si applicano nei confronti dei lavoratori assunti in prova "...dal momento in cui l’assunzione diviene definitiva") rientra nell’area della recedibilita’ acausale, non per questo puo’ ammettersi che l’esercizio del diritto potestativo riconosciuto al datore di lavoro possa risolversi nel mero arbitrio del suo titolare, dal momento che l’ordinamento, comunque, assegna "garanzia costituzionale al diritto di non subire un licenziamento arbitrario" (cosi’ Corte Cost. n. 541/2000).
Ne deriva che, pur restando l’atto di recesso del datore di lavoro estraneo al regime comune dei licenziamenti, fra l’altro in punto di motivazione, oneri probatori e di sanzioni, il lavoratore potra’ sempre dimostrare (senza che sia nemmeno necessario configurare un regime intermedio fra recedibilita’ ad nutum e recedibilita’ causale:
cfr. SU cit; Cass. n. 402/1998) che l’atto di recesso sia stato determinato da motivi illeciti, fra i quali ben puo’ rientrare lo svolgimento della prova in mansioni incompatibili con lo stato di invalidita’ o la finalizzazione del recesso, adottato nonostante il positivo superamento dell’esperimento, alla mera elusione della disciplina sul collocamento dei disabili, dovendosi qualificare per definizione, secondo come avvertito dalla stessa Corte Costituzionale, come licenziamento in frode alla legge quello finalizzato al solo obiettivo di aggirare il sistema delle assunzioni obbligatorie (sent. n. 241 del 2000 cit).
In tal contesto e’ riservato al giudice di merito, il cui apprezzamento, se correttamente motivato, resta esente dal sindacato di legittimita’, verificare l’effettiva idoneita’ dei fatti allegati dal lavoratore a dar conto, anche attraverso presunzioni, del superamento dei limiti posti al potere dell’imprenditore di sottoporre a prova il dipendente invalido, che puo’ considerarsi legittimamente esercitato solo se finalizzato a riscontrare, in termini di effettivita’, l’attitudine e la diligenza dell’invalido nei limiti segnati dalla sua effettiva capacita’ lavorativa.
Nel caso in esame, ha accertato la corte territoriale che, avendo la ricorrente sin dall’atto introduttivo allegato di aver svolto correttamente tutte le mansioni affidatele, senza ricevere alcun richiamo o contestazione, tale circostanza non solo non aveva rinvenuto contestazione nelle difese dalla controparte, ma "era stata data per certa dallo stesso giudice" di primo grado; ragion per cui dalla mancata contestazione del datore di lavoro ben poteva inferirsi che il recesso non trovava altra motivazione "se non la stessa invalidita’".
E tale accertamento resiste, innanzi tutto, ai rilievi svolti nella prima parte del ricorso incidentale, dal momento che, se non e’ configurarle un dovere per il datore di lavoro di motivare l’atto di recesso (cfr. SU e successivamente, fra le altre, ad es. Cass. 1458/2004), non per questo, per come si e’ detto, e’ precluso il riscontro giudiziale delle obiettive circostanze che dimostrino la strumentalizzazione del licenziamento all’elusione della disciplina del collocamento dei disabili e la possibilita’ per il giudice, in tal contesto, di assegnare rilievo, con adeguata motivazione, anche a presunzioni argomentabili dal comportamento processuale del datore di lavoro.
Cosi’ come, in egual modo, tale statuizione resiste alle censure svolte col ricorso principale, non determinando la possibilita’, riconosciuta al lavoratore, di dar prova del positivo superamento dell’esperimento (o di altro motivo illecito) alcuna ascrivibilita’ della fattispecie normativa in esame allo statuto generale dei licenziamenti, anche per cio’ che concerne le sanzioni applicabili, che son quelle proprie della nullita’ degli atti negoziali contrari a norme di diritto (art. 1418 c.c.), e non quelle speciali dell’art. 18 dello Statuto.
Infondati, infine, appaiono anche i rilievi svolti dal ricorrente incidentale in ordine ai criteri di valutazione del danno, determinato, nel caso, con riferimento alle retribuzioni non percepite sino all’intervenuto reperimento di altra occupazione.
Escluso, infatti, che l’illegittimita’ del recesso trovi sanzione nei rimedi ripristinatori previsti dall’art. 18 dello Statuto, ben puo’, tuttavia, riconoscersi, a fronte della nullita’ del licenziamento, il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, secondo i principi comuni (artt. 1223 c.c. e segg.), e, quindi, tenendo conto anche delle utilita’ economiche che lo stesso avrebbe percepito ove il recesso non fosse stato determinato da finalita’ illecite o, comunque, fraudolente e l’esperimento avesse avuto regolare svolgimento.
Piu’ in particolare, ove si accerti, come nel caso, il positivo superamento della prova, deve ritenersi che correttamente il giudice di merito provveda a quantificare il danno con riferimento alle retribuzioni che il lavoratore avrebbe percepito ove il rapporto di lavoro avesse avuto regolare esecuzione, ricollegandosi lo scioglimento del rapporto ad un comportamento antigiuridico del datore di lavoro e determinando tale comportamento un danno risarcibile qualificabile come pregiudizio da mancata assunzione.
Pregiudizio - giova soggiungere - che, anche in considerazione del motivo illecito che lo ha determinato e degli interessi che risultano attinti dall’illegittimo esercizio del potere del datore di lavoro, deve essere, in ogni caso, suscettibile di esaustiva reintegrazione.


Cassazione civile  sez. lav.  17/11/2010 n 23231

Questa Corte invero, con sentenza del 12 marzo 1999 n. 228, procedendo alla ricostruzione della disciplina del rapporto di lavoro in prova, alle cui argomentazioni, pienamente condivise da questo Collegio, si rinvia ha ribadito che una volta accertata l’illegittimita’ del recesso stesso (quando risulti, appunto, che l’esperimento non e’ stato consentito per l’inadeguatezza della durata della prova o per il superamento della prova per l’esistenza di un motivo illecito: cfr. Cass. n. 9304/96, in motivazione), consegue - anche laddove sussistano i. requisiti numerici - che non si applicano la L. n. 604 del 1966 o la L. n. 300 del 1970, art. 18 ma si ha unicamente la prosecuzione della prova per il periodo di tempo mancante al termine prefissato oppure il risarcimento del danno, non comportando la dichiarazione di illegittimita’ del recesso nel periodo di prova che il rapporto di lavoro debba essere ormai considerato come stabilmente costituito (v. ex plurimis: Cass. n. 233/85; n. 1250/85; n. 11934/95 ed altre).


Cassazione civile  sez. lav.  26/07/2002 n 11122


Osserva la Corte che, per quanto concerne il primo motivo, secondo il consolidato orientamento di questa Corte (v. da ultimo Cass. 14 aprile 2001 n. 5591), la forma scritta necessaria, a norma dell'art.
2096 c.c., per il patto di assunzione in prova è richiesta "ad substantiam" e tale essenziale requisito di forma, la cui mancanza comporta nullità assoluta dell'assunzione in prova e la sua immediata ed automatica conversione in assunzione definitiva, deve sussistere sin dall'inizio del rapporto di lavoro, senza alcuna possibilità di equipollenti o sanatorie, potendosi ammettere soltanto la non contestualità della sottoscrizione di entrambe le parti prima dell'esecuzione del contratto ma non anche la successiva documentazione della clausola orale mediante la sottoscrizione, originariamente mancante, di una delle parti, atteso che ciò si risolverebbe nell'inammissibile convalida di un atto nullo, con sostanziale diminuzione della tutela del lavoratore.
Ne consegue che nell'ipotesi anzidetta trovano applicazione per il rapporto di lavoro le norme in materia di licenziamento. In altri termini, dalla nullità dell'assunzione in prova, con conseguente automatica ed immediata assunzione definitiva del lavoratore, ne deriva, che lo stesso non è più licenziabile se non per giusta causa e-o per giustificato motivo, ricorrendone i presupposti di fatto. Ulteriori corollari di tale principio sono la irrilevanza dei motivi che possono avere indotto il dipendente a ritardare la sottoscrizione e la irrilevanza, altresì, sia della conoscenza dell'esistenza del patto che della manifestazione di consenso orale.
La rigorosa interpretazione della norma di cui all'art. 2096 c.c. da parte di questa Corte è dettata dall'esigenza di evitare che la normativa pubblicistica sui licenziamenti venga elusa ed aggirata dal datore di lavoro, attraverso un facile rimedio idoneo a consentire la libera recedibilità dal contratto almeno per un certo periodo anche senza giusta causa o giustificato motivo.


Cassazione civile    sez. lav. 14/04/2001 n 5591


Posto che la forma scritta necessaria, a norma dell'art. 2096, comma 1, c.c., per il patto di assunzione in prova è richiesta "ad substantiam", e che la mancanza di tale requisito comporta la nullità assoluta dell'assunzione in prova e la sua immediata ed automatica conversione in assunzione definitiva, in tale ipotesi trovano applicazione al rapporto di lavoro le norme in materia di licenziamento. Pertanto, ove il datore di lavoro non comunichi al lavoratore licenziato, nel termine di sette giorni, i motivi del licenziamento, lo stesso deve considerarsi inefficace ai sensi dell'art. 2, comma 3, l. 15 luglio 1966 n. 604, rimanendo irrilevante la mancata richiesta da parte del lavoratore, nel termine di quindici giorni - termine al quale, in mancanza di una espressa previsione legislativa analoga a quella citata, non va riconosciuto carattere perentorio - dei motivi del provvedimento.


Cassazione civile    sez. lav. 16/08/2000 n 10834


Nell'ipotesi di patto di prova legittimamente stipulato con uno dei soggetti protetti assunti in base alla l. n. 482 del 1968, il recesso dell'imprenditore durante il periodo di prova è sottratto alla disciplina limitativa del licenziamento individuale anche per quanto riguarda l'onere dell'adozione della forma scritta e non richiede pertanto una formale comunicazione delle ragioni del recesso; ciò vale, a più forte ragione, nei confronti dei profughi disoccupati per i quali l'equiparazione agli invalidi civili di guerra è stata sancita dall'art. 13 della l. n. 763 del 1981 "ai soli fini delle assunzioni" previste dalla l. n. 482 del 1968 cit. In ogni caso, peraltro, la discrezionalità del recesso datoriale, dettata dall'art. 2096 c.c., si contempera con il giudizio di verifica, nel senso che il lavoratore può sempre eccepire la nullità del recesso dimostrando di aver superato l'esperimento oppure provando che il licenziamento va ascritto ad un motivo illecito.


Cassazione civile  sez. lav.  15/01/1986 200


D'altra parte, la specificità della indicazione delle mansioni nell'atto scritto assume particolare rilievo sia per la tendenziale caratterizzazione tecnica del motivo che può essere allegato dal datore di lavoro per giustificare il recesso, del quale si è affermato, anche in dottrina, il carattere non assolutamente discrezionale (v. Corte Cost. 22 dicembre 1980 n. 189; Cass. 2 giugno 1982 n. 3364), sia per la funzione stessa dello svolgimento della prova, consistente nel fissare un metro particolare e concreto della capacità del lavoratore, al quale poi il datore di lavoro resta vincolato - una volta trasformatosi il rapporto - nel valutare lo adempimento dell'obbligazione di lavoro.
Ora, nella specie, i giudici del merito hanno accertato l'esito negativo della prova, ricollegandolo formalmente allo svolgimento delle mansioni assegnate allo Scarzello al momento dell'assunzione, ma hanno descritto la natura di dette mansioni sulla base della prove testimoniali assunte e non del documento contenente il patto di prova. Nell'impugnata sentenza si afferma, nè risulta controversa, l'esistenza di tale patto in forma scritta, ma nella motivazione - la cui censurata insufficienza appare quindi evidente - non è indicato in modo specifico il contenuto della clausola in questione nè risulta compiuto il dovuto controllo della rispondenza in concreto dell'esperimento con il contenuto della dichiarazione "solenne", ma è anzi fatto un significativo cenno alla indicazione, nel patto scritto, di una categoria non corrispondente alle mansioni effettivamente svolte nel periodo di prova. Ne deriva che l'affermazione del Tribunale, secondo cui la non corrispondenza tra mansioni di fatto e mansioni contrattuale potrebbe eventualmente fondare soltanto una rivendicazione di qualifica superiore, non può essere sottovalutata siccome "ad abundantiam", ma deve anzi essere considerata come indicativa della possibilità - che, peraltro, a causa della lacunosità della sentenza, non è dato in questa sede verificare - che l'assunzione sia avvenuta per lo svolgimento di mansioni inferiori a quelle costituenti oggetto dell'esperimento, e che pertanto il patto di prova abbia avuto solo apparentemente forma scritta, ma nella sostanzia sia viziato dalla nullità prevista per l'ipotesi di mancanza "tout court" di forma, con le conseguenze rilevate dalla citata sentenza della Suprema Corte a Sezioni Unite.





Segnala su OK Notizie!Reddit!Del.icio.us! Facebook!
 

CERCA ANCORA IN QUESTO SITO

Ricerca personalizzata