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omicidio preterintenzionale: la giurisprudenza

Art. 584 Omicidio preterintenzionale

Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un uomo, e' punito con la reclusione da dieci a diciotto anni.

La giurisprudenza in materia di omicidio preterintenzionale

...sul coefficiente pricologico del delitto preterintenzionale - dolo misto a colpa, dolo misto a responsabilità oggettiva o autonomo titolo d'imputazione psicologica del fatto?

Cassazione Penale  Sez. V del  08 marzo 2006 n. 13673
In tema di omicidio preterintenzionale (art. 584 c.p.), l'elemento soggettivo è costituito, non già da dolo e responsabilità oggettiva né da dolo misto a colpa, ma unicamente dal dolo di percosse o lesioni, in quanto la disposizione di cui all'art. 43 c.p. assorbe la prevedibilità di evento più grave nell'intenzione di risultato.

L'elemento psicologico dell'omicidio preterintenzionale non è costituito da dolo misto a colpa, ma unicamente dalla volontà di infliggere percosse o provocare lesioni, a condizione che la morte dell'aggredito sia causalmente conseguente alla condotta dell'agente, il quale risponde per fatto proprio, sia pure in relazione a un evento più grave di quello effettivamente voluto; e ciò senza che, conseguentemente, debba accertarsi se l'evento morte fosse prevedibile secondo il parametro legale dettato per la colpa (negligenza, imprudenza, imperizia o inosservanza di norme), giacché nell'omicidio preterintenzionale la prevedibilità dell'evento morte è insita nell'elemento psicologico del reato contro l'incolumità fisica (percosse o lesioni) che il reo ha voluto realizzare.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 584 c. p., per contrasto con l'art. 27 Cost., in quanto l'omicidio preterintenzionale è fondato sul rapporto dell'elemento psicologico di un delitto preveduto e voluto contro l'incolumità, con l'evento morte come conseguenza per ciò stesso prevedibile della condotta. (Nella specie, relativa a morte di una donna come conseguenza di ripetuti schiaffi e calci, la Corte ha affermato che il delitto di cui all'art. 584 c. p. ha un titolo proprio ed esclusivo di responsabilità, nel quale non rileva né la responsabilità oggettiva né la colpa, bensì solo il dolo di evento minore, che assorbe la prevedibilità dell'evento omogeneo più grave).

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. FOSCARINI Bruno        -  Presidente   -                      
Dott. ROTELLA   Mario        -  Consigliere  -                      
Dott. NAPPI     Aniello      -  Consigliere  -                      
Dott. FUMO      Maurizio     -  Consigliere  -                      
Dott. DIDONE    Antonio      -  Consigliere  -                      
ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA/ORDINANZA

 

sul ricorso proposto da:
H.A.A., N. IL (OMISSIS);
avverso SENTENZA del 25/10/2004 CORTE ASSISE APPELLO di MILANO;
visti gli atti, la sentenza ed il procedimento; 
udita  in  PUBBLICA  UDIENZA la relazione fatta dal  Consigliere  Dr. ROTELLA MARIO; 
udite  le  conclusioni di rigetto del S.P.G., Dr.  Salzano  F.  e  di manifesta    infondatezza   della   questione    di    illegittimità costituzionale;
udito il difensore, avv. R. Minniti.
Premesso:

 

OSSERVA

 

1 - La Corte di Assise di Appello di Milano ha confermato la condanna inflitta ad H.A.A. dal GUP di Milano, con generiche e diminuente di rito, ad a. 4 e m. 6 di reclusione, ai sensi dell'art. 584 CP, per avere cagionato il 4.5.99 la morte di E.D. per tromboembolia polmonare massiva da frattura pelvica (sx), colpendola ripetu-tamente con schiaffi e calci in data 28.4.99.
La sentenza ricostruisce che il 28 aprile, secondo le testimonianze acquisite, l'imputata, vista la E. seduta per via su una panchina con tre amiche, si avvicinava sorridendo e, datole improvvisamente uno schiaffo, l'afferrava per i capelli e la strattonava più volte. Nel "parapiglia" seguito, per l'intervento delle altre donne, l'offesa cadeva in terra e la H. continuava a colpirla a calci, tra l'altro uno alla parte destra dell'inguine. Il movente di questo suo comportamento era dovuto all'insulto, che sosteneva di aver subito dall' E., per non aver provveduto a restituirle la somma prestatale di L. 220.000.
Alla E., trasportata in ospedale, veniva riscontrato tra l'altro il trauma di cui imputazione, che le immobilizzava l'arto inferiore sinistro. Dimessa, con prognosi di gg. 30-35, era trovata morta in casa 6 giorni dopo. Il C.T. in sede di autopsia, presente quello per l'imputata, concludeva per il nesso causale dell'embolia mortale con il trauma pelvico.
Il perito, di seguito nominato dal GIP, confermava.
Con l'atto di appello la difesa contestava l'assenza di prova che la E. fosse stata spinta in terra dall'imputata, e che la formazione trombotica, cui si rapporta il decesso, fosse dovuta al trauma fratturativo. La sentenza ha risposto che la E. è caduta a terra, a seguito della colluttazione originata dalla H., che continuato a colpirla tra l'altro con un calcio, che ha cagionato la frattura da cui è scaturito l'evento. Ha aggiunto che non era necessaria la previsione dell'evento, altrimenti rilevante ai sensi dell'art. 61 c.p., n. 3.
Il ricorso denuncia: 1^ - vizio di motivazione sul nesso causale, il trauma alla branca ileo - pubica sx è derivato dalla caduta, non dal calcio, che concerne la parte destra dell'inguine, e dunque vi è travisamento della prova decisiva; 2^ - mancata pronuncia di sentenza a norma dell'art. 129 c.p.p., posto che il più grave evento non era prevedibile, e per la configurazione del reato secondo dottrina e giurisprudenza prevalenti è necessario il dolo misto a colpa, nonostante taluna decisione di segno contrario; e solleva: 3^ - questione di illegittimità dell'art. 584 c.p. ai sensi dell'art. 27 Cost., se la norma è intesa nel senso di implicare attribuzione dell'evento più grave a titolo di responsabilità obiettiva.
Ritenuto:
1 - Il 2^ e 3^ motivo concernono la premessa normativa, e sono infondati.
1.1 - Il delitto di cui all'art. 584 c.p. ha un titolo proprio ed esclusivo di responsabilità.
L'art. 42 c.p., fondando la regola di responsabilità nel dolo, prevede quali eccezioni il delitto preterintenzionale e colposo. E infine afferma che la legge determina i casi in cui l'evento è posto altrimenti a carico dell'agente come conseguenza della sua condotta.
Va perciò escluso che l'omicidio preterintenzionale sia punibile a titolo di dolo e responsabilità obiettiva insieme. Si era ritenuto che lo fosse per dolo misto a colpa (cfr. Cass., Sez. 5^ n. 10994/1981, rv. 151265; 9294/83 - 161038; 4836/85 - 169259; 2634/93 - 194325). Ma questa Corte (Sez. 5^, n. 13114/02, P.G. in proc. Izzo, rv. 222054), giusta lettera della norma incriminatrice, afferma che l'elemento psicologico dell'omicidio preterintenzionale è costituito unicamente dalla volontà di infliggere percosse o provocare lesioni.
Per intendere la ratio normativa, va innanzitutto osservato che l'art. 43 c.p., costruisce l'elemento psicologico quale causalità morale, in parallelo a quella materiale (art. 40 c.p.), fondandola sul rapporto tra intenzione, costituita da volontà e previsione del risultato della condotta, ed evento conseguente alla stessa condotta.
Definendo il delitto doloso secondo l'intenzione, l'articolo pone la regola di responsabilità nella corrispondenza dell'evento, da cui dipende l'esistenza del reato, all'intenzione di risultato. La corrispondenza permane nel delitto preterintenzionale, nel quale è superata solo dalla maggior gravità dell'evento.
La corrispondenza è invece esclusa nel delitto colposo nel quale l'evento, seppure preveduto, è in contrasto con il risultato intenzionale. Ed è per questa ragione che l'art. 43 c.p., detta quali parametri di causalità morale ("quando l'evento ... si verifica a causa di ...") la negligenza, l'imprudenza, l'imperizia o l'inosservanza di norme da parte dell'agente.
Ciascun parametro si rapporta alla categoria logica di prevedibilità dell'evento da cui dipende l'esistenza del reato, come conseguenza della condotta, e serve a dimostrare superabile dall'agente l'inconsapevolezza dell'esigenza di diverso comportamento. Tanto basta. Perciò, se nel delitto colposo si agisce nonostante la previsione dell'evento, l'art. 61 c.p., n. 3 prevede un'aggravante:
la possibilità cognitiva è superata dalla consapevolezza.
La tassativa limitazione dell'aggravante al delitto colposo conferma che la previsione dell'evento da cui dipende l'esistenza del reato è componente necessaria e non circostanziale nel delitto preterintenzionale, come in quello doloso. Il sistema dunque significa che quanto al delitto preterintenzionale, la disposizione dell'art. 43 assorbe la prevedibilita di evento più grave nell'intenzione di risultato, per il quale parametri di negligenza, imprudenza o imperizia, men che d'inosservanza di norme sono assolutamente irrilevanti.
E' per esempio incontroverso che l'essere l'agente privo di conoscenze mediche, tali da consentirgli di prevedere l'evoluzione nell'evento morte del risultato lesivo intenzionale, non pone questione di imperizia, pur a fronte di complessa ricostruzione medico - legale del nesso causale. La ragione evidente è che chi agisce con dolo di delitto di percosse o lesioni per definizione può prevedere l'evento più grave del risultato voluto, indipendentemente dai parametri che servono a qualificare la colpa. Il rischio del verificarsi della morte è implicito nell'offesa dell'incolumità personale, tant'è che se l'agente prevede l'evento morte, il delitto è secondo l'intenzione, e va qualificato omicidio volontario.
Difatti, come si è premesso, la piena corrispondenza dell'intenzione, intesa previsione e volontà di risultato, all'evento conseguito alla condotta, integra dolo generico del delitto di cui all'art. 575 c.p.. E, secondo diritto vivente, è irrilevante che alla previsione dell'evento si associ l'opzione di risultato meno grave perchè, agendo, si vuole anche quello più grave, secondo causalità naturale della propria condotta (dolo eventuale o indiretto). Tanto, paradossalmente, riconosce proprio la giurisprudenza del doppio elemento psicologico.
L'errore ermeneutico è dunque dovuto al travisamento della categoria (idea) di prevedibilità, per la colpa (concetto), che è una specie del genere elemento psicologico. Ma se la prevedibilità va codificata in un carattere (negligenza, imprudenza, etc.) necessario del delitto colposo, perchè l'evento si verifica contro l'intenzione, questa necessità non esiste nel delitto preterintenzionale, a fronte dell'intenzione del risultato della condotta.
1.2 - A riprova strutturale, l'elemento psicologico dell'omicidio preterintenzionale è unico, perchè ad esso corrisponde un solo evento, da cui dipende l'esistenza del reato.
Tanto trova conferma, oltre che nella lettera della norma incriminatrice in rapporto al dettato dell'art. 15 c.p., nelle norme sul concorso di reati. Si ritorni alla lettera delle norma.
Secondo l'art. 584 c.p., la condotta consiste in atti diretti a commettere taluno dei delitti di cui agli artt. 581 o 582 c.p., mentre l'evento cagionato, da cui dipende l'esistenza del delitto, è la morte. Per diritto vivente (giurisprudenza costante da Cass. 13.10.64, Viti in CPMA 65,488 e v. Sez. 5^, 4793/88, CED rv. 178180) la lettera significa sufficiente il tentativo di percosse, men che di lesione, per la punibilità a titolo di omicidio preterintenzionale (se per es. ad un atto aggressivo, che non attinga il corpo dell'offeso, segua un infarto).
Orbene, se l'agente ha voluto un evento minore omogeneo, quale conseguenza della condotta ai sensi dell'art. 581 o 582 c.p., la progressività del delitto di cui all'art. 584 c.p., implica, giusta la regola dell'art. 15 c.p., assorbimento del delitto sussidiario di cui all'art. 581 o 582 c.p..
Proprio il riferimento all'art. 586 c.p., la cui disposizione parallela è tratta a conforto dalla teoria del "doppio elemento psicologico", lo conferma. L'art. 586 c.p., disciplina un delitto "contro l'intenzione", perchè l'evento mortale, o anche solo lesivo si badi (e v. oltre, dove si osserva perchè non è previsto anche il delitto di lesione preterintenzionale), è conseguenza non voluta di un delitto doloso non sussidiario.
La disposizione si fonda dunque, al contrario di quella di cui all'art. 584 c.p., sulla disomogeneità dell'evento lesivo o mortale, rispetto al risultato prefigurato e voluto dall'agente, tant'è che rinvia all'art. 83 c.p., che disciplina l'aberrazione e a sua volta stabilisce bensì che l'agente risponda a titolo di colpa del delitto qualificato dall'evento diverso, quando il fatto è preveduto come delitto colposo, ma conferma il concorso di reati, se l'agente ha cagionato anche l'evento voluto. L'art. 586 c.p., dunque, non si rifà alla regola dell'art. 15 c.p., ma a quella del concorso di reati, perchè i due eventi eterogenei, ovvero rapportabili a norme che disciplinano diversa materia, implicano ciascuno un proprio elemento psicologico.
Viceversa l'art. 584 c.p., non richiede un ulteriore elemento psicologico oltre il dolo di delitto sussidiario, perchè l'evento da cui dipende l'esistenza del reato progressivo è unico.
1.3 - Per concludere sul perchè la prevedibilità non assurge a carattere distinto dell'omicidio preterintenzionale, è necessario verificare il rapporto con la realtà fenomenica.
Orbene, si è visto, l'esperienza dimostra che il rischio di evento omogeneo più grave è insito nel danno o pericolo che si arreca alla persona fisica. E nel sistema l'interesse primario, che accomuna i beni essenziali della persona, è complessivamente tutelato in ragione dell'idea (categoria) di inevitabilità dell'evento più grave, conseguente al processo naturale attivato con la condotta umana. Si tratta della stessa idea per cui la legge afferma in via generale che la causalità umana non è esclusa da cause concorrenti precedenti, simultanee o sopravvenute, indipendenti dall'azione (art. 41 c.p.).
Su questa premessa si rifletta innanzitutto sul perchè la legge non prevede il delitto di lesione preterintenzionale: il delitto di percosse e quello di lesione concernono oltre che lo stesso interesse, lo stesso bene incolumità. Perciò se, percuotendo una persona, dalla condotta scaturisce un processo morboso (per es. da trauma), il delitto va qualificato ai sensi dell'art. 582 c.p., e, in ipotesi di maggior gravità, progressivamente aggravato ai sensi dell'art. 583 c.p.. La ratio di questa disciplina è incontestata sul piano obiettivo e psicologico.
Ma la vita, che si rapporta bensì allo stesso interesse, costituisce quel bene diverso ed omogeneo, sulla cui tutela s'incentra tutto il sistema penale. E, fermo che se si usa violenza fisica alla persona per cagionare sofferenza o malattia, non si è per definizione in grado di potere escludere che cause indipendenti dalla condotta, seppure ignote al momento di agire, possano concorrere a cagionare la morte, è evidente perchè il sistema, per sorreggere la disciplina dell'unica ipotesi di delitto preterintenzionale di cui all'art. 584 c.p., disciplina una specie autonoma di responsabilità morale nell'art. 43 c.p..
E' questa la ragione per cui, in caso di omicidio preterintenzionale, il giudice non deve verificare se l'evento morte fosse prevedibile secondo un parametro legale, dettato per la colpa, ma solo se l'agente ha agito con il dolo di cui all'art. 581 o 582 c.p..
La prevedibilità dell'evento più grave è assorbita nell'intenzione di risultato del delitto contro la persona fisica, mentre la speculazione teorica del doppio elemento psicologico, pone la disciplina normativa fuori della realtà.
1.4 - E' pertanto singolare che la motivazione della sentenza impugnata concluda che la previsione dell'evento non è necessaria, altrimenti nella specie sarebbe stata contestata l'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 3 esclusa in concreto. In tal modo travisa che l'aggravante si applica solo ai delitti colposi, e non può essere applicata all'omicidio preterintenzionale, ed autorizza l'argomentazione infondata del ricorso.
All'evidenza era sufficiente la risposta già resa che la H. aveva di certo voluto offendere l'incolumità personale della E., per dimostrare corretta l'inferenza della sua responsabilità a titolo di omicidio preterintenzionale per la morte cagionata.
2 - Il ricorso è infine giunto a contestare l'illegittimità dell'art. 584 c.p., in rapporto all'art. 27 Cost.. La verifica dell'equivoco dialettico, in cui è già incorso in passato questo Giudice di diritto, a cui altrimenti si rifà altrimenti il ricorso, dimostra la manifesta infondatezza della questione.
Questa Corte aveva difatti già ritenuto manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale, proprio con l'affermazione che la giurisprudenza configura la preterintenzione come dolo misto a colpa (Cass. Sez. 5^, n. 2634/93, rv. 194325, cit).
Sennonchè la difesa non ha osservato che, motivandola, tradisce l'equivoco spiegando che l'evento non si rapporta a responsabilità oggettiva, ma ad una prevedibilità di minimo profilo. In tal modo ammette implicitamente che non si è in presenza dei parametri posti dall'art. 43 c.p., circa il delitto colposo, che concernono l'intenzione diretta ad altro risultato della condotta, perciò contro l'evento. Ma non trae l'implicazione realistica che la prevedibilità dell'evento più grave è in caso di delitto preterintenzionale categoria irrilevante per la struttura dell'elemento psicologico, assorbita nel dolo di percosse o lesioni.
Orbene, l'art. 27 Cost., non trascura affatto che il disvalore del reato è segnato oltre che dal nesso di causalità tra condotta ed evento (art. 40 c.p.), dal rapporto dell'elemento psicologico con lo stesso evento (art. 43 c.p.).
E' quanto si evince dall'ordinanza 152/84 e dalla sentenza 364/88 del Giudice di legittimità (menzionate da Cass. 13114/02, cit.). In questi provvedimenti si afferma che l'art. 27 Cost., comma 1, propugnando il principio di responsabilità personale, esclude quella per fatto di terzi (e perciò stesso già riconosce come centrale del sistema penale il rapporto causale dell'evento con la condotta dell'agente) e non contiene tassativo divieto di responsabilità oggettiva (art. 42 c.p., comma u.), perchè il precetto va combinato quello di cui al comma con il 3 (che si occupa dell'emenda del reo).
Per quanto interessa la responsabilità morale ai sensi dell'art. 584 c.p., quest'ultima non rileva come concessiva perchè, conclude il Giudice di legittimità, è l'insieme degli elementi costitutivi di ciascun reato a significarne la ragione di incriminazione ed il metro di punibilità.
Spetta dunque a questa Corte, per il suo compito nomofilattico, volto alla realizzazione del diritto vivente, spiegare la ragione di incriminazione, e affermare che nel caso non entra minimamente in giuoco la responsabilità obiettiva, men che la colpa, bensì solo il dolo di evento minore, che assorbe la prevedibilità dell'evento omogeneo più grave.
La ratio dell'art. 584 c.p., risulta insomma conforme al dettato costituzionale, in quanto si fonda sul rapporto dell'elemento psicologico di un delitto preveduto e voluto contro l'incolumità, con l'evento morte come conseguenza perciò stesso prevedibile della condotta.
3 - Passando alle questioni di premessa di fatto della sentenza impugnata, il 1^ motivo è infondato, al di là della lettera della motivazione, che pure afferma: "la frattura è derivata non dalla caduta, ma dal violento calcio inflitto alla vittima già per terra".
Questa frase a prima vista collega gratuitamente il trauma pelvico fratturativo, che immobilizzava l'arto inferiore sinistro della E., da cui è scaturita la morte, al calcio da lei ricevuto in terra a destra nell'inguine, come pure riferito (pg. 2).
L'asserto denuncia un travisamento, che è bensì evidente, ma irrilevante.
La frase difatti va letta nel contesto ricostruttivo, che riassume nella frase precedente a quella censurata, quanto esposto in dettaglio dalla sentenza di 1^ grado, con il rilievo che se la donna (di età avanzata) "è caduta a seguito del parapiglia, tale parapiglia è stato cagionato dall'imputata". Ed è incontestato dal ricorso che la H. l'aveva repentinamente percossa, afferrata per i capelli e strattonata, ed ha continuato nella sua azione violenta con calci, tra cui quello all'inguine, quando è caduta in terra nel parapiglia, seguito al tentativo delle altre donne presenti di fermarla nella sua azione violenta.
Ne segue per quanto interessa che la caduta, men che rapportabile a fatto di terzi, non è ritenuta estranea alla condotta dell'imputata dai Giudici di entrambi i gradi di merito, bensì dovuta proprio all'azione incriminata. Essi non hanno perciò rilevato alcun elemento di segno contrario idoneo ad escludere il nesso causale, posto che l'anziana persona offesa, prima di essere aggredita con violenza da lei e di cadere durante il "parapiglia" sorto per fermarla, ovvero consecutivo all'azione, era seduta e sicura sulla panchina.
Pertanto il ragionamento complessivo si sottrae alla censura di manifesta illogicità (contraddittorietà o mancanza di motivazione che si voglia).
Resta l'ultima questione, secondo la quale la Corte di merito individuando, quale causa dell'evento, un tipico atto diretto a ledere (art. 582 c.p.) e non invece, come correttamente avrebbe dovuto fare, un insieme di atti diretti ad indurre un altro soggetto a desistere da una condotta già oppressiva dell'offesa (art. 610 c.p.), ha ritenuto sussistente il reato di cui all'art. 584 c.p., in luogo della fattispecie prevista e punita dall'art. 586 c.p..
L'argomento è non consentito per l'implicazione di valutazione alternativa che prospetta in questa sede. Secondo la ricostruzione di fatto delle sentenze, l'intento offensivo dell'incolumità sino a livello di lesione è dimostrato dall'insieme della condotta violenta contro la persona, attestato a partire dallo schiaffo e dell'afferrare la donna per i capelli a finire proprio con quel calcio peraltro non unico, quale che fosse il movente della condotta.
Ed è anche manifestamente infondato. Se i Giudici di merito avessero ritenuto che l'agente aveva anche lo scopo rilevante di costringere l'offesa ad un non fare, si sarebbero trovati in presenza di concorso di reati, non alla necessità di qualificare diversamente lo stesso fatto, insopprimibili gli estremi di delitto di lesione in rapporto al più grave evento cagionato. Il richiamo all'art. 586 c.p., posto a suffragio dal ricorso, perciò implica altro travisamento degli estremi di reato, stavolta non avallato da alcuna giurisprudenza.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
Così deciso in Roma, il 8 marzo 2006.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2006

...E' necessario almeno il tentativo di lesioni e percosse per l'integrazione del delitto di omicidio preterintenzionale?

 

Cassazione Penale  Sez. VI del 28 novembre 2005 n. 16528

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE


Composta dagli Ill.mi Magistrati:                                   
Dott. LEONASI   Raffaele -  Presidente   -                          
Dott. SERPICO   Francesc -  Consigliere  -                          
Dott. COLLA     Giorgio  -  Consigliere  -                          
Dott. DOGLIOTTI Massimo  -  Consigliere  -                          
Dott. CARCANO   Domenico -  Consigliere  -                          
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
B.B.;
avverso  decreto  del  GIP  Tribunale di Pisa  16/12/02,  relativo  a  S.T.;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Dogliotti;
letta  la  requisitoria del Pubblico Ministero che  ha  concluso  per l'annullamento.

FATTO E DIRITTO

Con ricorso per Cassazione, B.B. impugnava il decreto del GIP Tribunale Pisa 16/12/2002, di archiviazione degli atti di procedimento attivato contro S.T., assumendone l'invalidità per non essere stata notificata alla persona offesa l'avviso di richiesta di archiviazione ex art. 408 c.p.p., comma 2.
Il ricorso merita accoglimento. Emerge dagli atti che la persona offesa non era stata citata prime della decisione, ciò che costituisce palese violazione del principio del contraddittorio; ne deriva la legittimazione al ricorso della B. - prescindendosi dall'osservazione dei termini - e la fondatezza dello stesso per violazione degli artt. 408, 409 c.p.p. (cfr., riguardo, Cass. Pen. Sez. (Ndr: testo originale non comprensibile) 14/02/1996).
Va dunque annullato il decreto impugnato, con rimessione agli atti al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pisa.

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio il decreto impugnato e dispone trasmettersi gli atti al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pisa.
Così deciso in Roma, il 28 novembre 2005.

Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2006

 

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Corruzione di minorenne

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Violenza privata

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