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produzione di documenti riservati e licenziamento disciplinare
La produzione in giudizio di documenti riservati da parte del lavoratore, tra esercizio del diritto di difesa e conseguenze disciplinari e penali in relazione alle modalità di impossessamento 
 
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Un problema che sovente si pone nell'ambito della dialettica processuale è quello della produzione di documenti aziendali riservati da parte del lavoratore.

Al riguardo, la S.C. ha tracciato una distinzione tra l'attività di produzione in giudizio dei documenti aziendali riservati al fine di esercitare la difesa e l'attività di impossessamente dei documenti aziendali (eventualmente prodromica alla successiva produzione dei documenti), da valutarsi caso per caso (cfr. in termini Cass n 22923/2004).

Invero già con sentenza n 6420 del 2002 la S.C. aveva avuto modo di precisare che "Il lavoratore che produca, in una controversia di lavoro intentata nei confronti del datore di lavoro, copia di atti aziendali, e riguardino direttamente la sua posizione lavorativa, non viene meno ai doveri di fedeltà, di cui all'art. 2105 c.c., tenuto conto che l'applicazione corretta della normativa processuale in materia è idonea a impedire una vera e propria divulgazione della documentazione aziendale e che, in ogni caso, al diritto di difesa in giudizio deve riconoscersi prevalenza rispetto alle eventuali esigenze di segretezza dell'azienda".

Ciò premesso, occorre valutare la legittimità delle modalità di impossessamento dei documenti riservati atteso che tali modalità potrebbero concretare ipotesi delittuose (furto, divulgazione di segreti industriali nonchè, in ipotesi, violazione di domicilio).
 
Tali modalità, infatti, potrebbero, in astratto, con valutazione da effettuarsi però nel caso concreto, integrare la giusta causa di licenziamento per violazione dell'obbligo di fedeltà di cui all'art. 2105 c.c.

Occorre, in definitiva, separare la questione processuale della produzione dei documenti, con la prevalenza generale da attribuire al diritto di difesa e la connessa possibilità per il giudice di esaminare la documentazione prodotta dal lavoratore, dalla questione sostanziale relativa alle modalità di acquisizione della documentazione; questione che andrà valutata in un'ottica penalistica e sostanzialistica tenendo presente la possibilità di ravvisare, nell'esercizio del diritto di difesa, una scriminante della condotta posta in essere dal lavoratore.

Premessa la valutabilità dei documenti prodotti dal lavoratore ai fini dell'esercizio del proprio diritto di difesa, la condotta che gli ha consentito di impossessarsi di tali documenti può essere oggetto di attenzione datoriale sotto il profilo disciplinare.

Le coordinate tracciate dalla giurisprudenza di legittimità sono le seguenti:

"Un primo orientamento è nel senso dell'illegittimità di una tale produzione, in quanto la violazione dell'obbligo della riservatezza comporta inevitabilmente la lesione dell'elemento fiduciario e può,quindi integrare gli estremi della giusta causa (o giustificato motivo) di licenziamento (ex plurimis Cass. sentenza n. 2560 del 1993; Cass. sentenza n. 4328 del 1996; Cass. sentenza n. 6352 del 1998; Cass. sentenza n. 13188 del 2001).
Un secondo orientamento ritiene che la "produzione in giudizio di fotocopie" di documenti aziendali riservati costituisca una ipotesi di gran lunga più lieve rispetto a quella di "sottrazione di documenti", sicché, nel quadro concreto delle circostanze di fatto, il licenziamento disciplinare può essere considerato illegittimo (Cass. sentenza n. 1144 del 2000; Cass. sentenza n. 4328 del 1996).
Una variante del secondo orientamento è costituito dal più recente filone giurisprudenziale (in particolare Cass. sentenza n. 6420 del 2002 e sentenza n. 12528 del 2004), che ha riconosciuto la prevalenza del diritto alla difesa rispetto alle esigenze di segretezza di dati in possesso di enti privati o pubblici, tanto più che la stessa normativa (art. 12 della legge n. 675 del 1996 e successive modifiche ed integrazioni) in tema di tutela della riservatezza (c.d. privacy) non richiede il consenso dell'interessato nell'ipotesi in cui il trattamento sia necessario "per far valere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattali esclusivamente per tale finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento".
Ciò esposto sullo stato della giurisprudenza, questo Collegio ritiene che dalla stessa possa trarsi la fondamentale distinzione tra produzione in giudizio di documenti aziendali riservati al fine di esercitare il diritto di difesa, di per sé da considerarsi lecita (al riguardo ampie ed esaurienti sono le argomentazioni svolte nelle ricordate sentenze n. 6420/2002 e n. 12528 del 2004), e impossessamento degli stessi documenti, le cui modalità vanno in concreto verificate".


Cassazione civile  sez. lav.  07/12/2004 n 2292


MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con l'unico motivo del ricorso il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2105, 1175, 1375, 2119 Cod. Civ., degli artt. 1 e 3 della legge n. 604 del 1966, 2697- 1° comma - Cod. Civ., art. 12, h), della legge n. 675 del 1996, artt. 2, 3, 4, 24 e 36 Cost., 165, 169, 414 n. 5 C.P.C., 36 e seguenti e 87 disp. att. C.P.C.; nonché omessa e contraddittoria motivazione sui punti decisivi della controversia (il tutto in relazione all'art. 360 n. 3, n. 4 e n. 5 C.P.C.).
Sotto il profilo del vizio di motivazione dell'impugnata decisione il B.S. sostiene che il Tribunale, sul semplice accadimento meramente processuale, consistito nella produzione di documenti di provenienza aziendale nell'ambito di procedimento di impugnativa di trasferimento, ha fondato le uniche ragioni dell'intimato recesso immediato, erroneamente individuandovi l'insanabile violazione da parte del lavoratore dei doveri di riservatezza, di correttezza e di buona fede ed, in una parola, l'insanabile violazione del principio generale della lealtà.
Lo stesso ricorrente aggiunge che il giudice di appello ha ritenuto emergenti dalla documentazione prodotta i punti relativi: a) alla natura interna dei documenti in questione; b) alla loro piena disponibilità da parte della società datrice di lavoro con esclusione di una eventuale legittima diffusione all'esterno del contesto aziendale; c) alla disponibilità di alcuni di detti documenti da parte del B.S. non in ragione del proprio ufficio, trattandosi di atti con data successiva alla cessazione del rapporto.
Da tali premesse, ad avviso del ricorrente, lo stesso giudice ha tratto conclusioni immotivate con riguardo alla violazione dei doveri di correttezza e lealtà da parte del dipendente e al conseguente venir del vincolo fiduciario necessario tra impresa e lavoratore.
Sotto il profilo dell'errar in iudicando il B.S. afferma che l'impugnata sentenza ha ritenuto erroneamente legittimo il licenziamento comminatogli dalla società per il deposito nel giudizio ex art. 700 C.P.C., in corso tra le parti, di alcune copie fotostatiche di documenti riguardanti la prosecuzione dell'attività lavorativa negli uffici di Roma di esso ricorrente, anche dopo il suo trasferimento a Milano.
A sostegno delle sue argomentazioni il ricorrente richiama l'orientamento espresso da questa Corte circa la liceità della produzione in giudizio di documenti riservati, stante la preminenza del diritto di difesa rispetto all'esigenza della riservatezza.
2. Le censure esposte meritano di essere condivise nei limiti che di seguito si indicano.
Va premesso che dall'esame comparativo della giurisprudenza di questa Corte la "quaestio iuris" se la produzione in giudizio di documentazione aziendale riservata costituisca giusta causa di licenziamento risulta decisa in modo non uniforme.
Un primo orientamento è nel senso dell'illegittimità di una tale produzione, in quanto la violazione dell'obbligo della riservatezza comporta inevitabilmente la lesione dell'elemento fiduciario e può,quindi integrare gli estremi della giusta causa (o giustificato motivo) di licenziamento (ex plurimis Cass. sentenza n. 2560 del 1993; Cass. sentenza n. 4328 del 1996; Cass. sentenza n. 6352 del 1998; Cass. sentenza n. 13188 del 2001).
Un secondo orientamento ritiene che la "produzione in giudizio di fotocopie" di documenti aziendali riservati costituisca una ipotesi di gran lunga più lieve rispetto a quella di "sottrazione di documenti", sicché, nel quadro concreto delle circostanze di fatto, il licenziamento disciplinare può essere considerato illegittimo (Cass. sentenza n. 1144 del 2000; Cass. sentenza n. 4328 del 1996).
Una variante del secondo orientamento è costituito dal più recente filone giurisprudenziale (in particolare Cass. sentenza n. 6420 del 2002 e sentenza n. 12528 del 2004), che ha riconosciuto la prevalenza del diritto alla difesa rispetto alle esigenze di segretezza di dati in possesso di enti privati o pubblici, tanto più che la stessa normativa (art. 12 della legge n. 675 del 1996 e successive modifiche ed integrazioni) in tema di tutela della riservatezza (c.d. privacy) non richiede il consenso dell'interessato nell'ipotesi in cui il trattamento sia necessario "per far valere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattali esclusivamente per tale finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento".
Ciò esposto sullo stato della giurisprudenza, questo Collegio ritiene che dalla stessa possa trarsi la fondamentale distinzione tra produzione in giudizio di documenti aziendali riservati al fine di esercitare il diritto di difesa, di per sé da considerarsi lecita (al riguardo ampie ed esaurienti sono le argomentazioni svolte nelle ricordate sentenze n. 6420/2002 e n. 12528 del 2004), e impossessamento degli stessi documenti, le cui modalità vanno in concreto verificate.
Sulla base di tale impostazione la decisione impugnata mostra delle lacune, atteso che in relazione alle premesse circa l'utilizzazione di documenti aziendali riservati per finalità difensive, ritenuta non conforme a correttezza e buona fede, la sentenza stessa ha trascurato di verificare se le modalità di acquisizione di tali documenti da parte del dipendente - dopo la sua fuoruscita dalla sede di Roma - fossero quelle indicate nella comunicazione della società del 21.1.1991 (introduzione senza autorizzazione in azienda o induzione di qualcuno ad asportare i documenti per suo conto).
Sotto tale aspetto generica appare la motivazione, laddove si limita ad osservare ad abundantiam che l'appellante ha avuto la disponibilità di alcuni di detti documenti non in ragione del proprio ufficio, trattandosi di atti con data successiva alla cessazione del rapporto, elemento questo di maggiore "estraneità" della documentazione dai compiti propri e normali del dipendente che ne faccia un uso divulgativo.
3. In conclusione in base alle precedenti considerazioni e nei limiti suindicati il ricorso va accolto e per l'effetto la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Corte di Appello di Roma.
Il giudice di rinvio procederà alle verifiche evidenziate in precedenza con riesame dell'intera vicenda anche in relazione alla procedura di trasferimento.
Lo stesso giudice provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione ai sensi dell'art. 385 - ultimo comma - C.P.C.
 
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