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Punita la detenzione di programmi abusivi in azienda, ma non negli studi professionali.

La Corte di Cassazione penale, sezione II, con sentenza del 8 Ottobre 2010, n. 42429, ha stabilito che la detenzione ed utilizzazione, nell'ambito di un'attività libero professionale, di programmi per elaboratore privi di contrassegno SIAE non integra il reato di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 bis, comma 1.

Articolo dell'Avv. Chiara Valente

Foro di Trieste

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La Cassazione ha rilevato che non costituisce reato la condotta del legale rappresentante di uno studio di architetti che utilizzi per l’attività professionale dello studio alcuni programmi informatici contenuti in supporti privi del contrassegno Siae, annullando senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello “perché il fatto non sussiste”.
Sul punto, si osserva che ai sensi dell’art. 171-bis, comma 1, della legge n. 633/41,  è punito con la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni e con una multa da 2.582 a 15.493 euro chiunque al fine di trarne profitto, abusivamente duplichi, importi, distribuisca, venda o detenga programmi di elaborazione, a scopo commerciale o imprenditoriale, senza avere per essi la licenza SIAE corrispondente.
Sul punto, si osserva che ai fini della configurabilità del reato di riproduzione abusiva di programmi informatici, disciplinato dalla suddetta legge sui diritti d’autore, era in un primo tempo richiesto il dolo specifico del “fine di lucro”, ovvero una finalità patrimoniale, nel senso più stretto del termine.
Attualmente, invece,  a seguito della modifica apportata alla normativa dall’art. 13 della legge 248/2000, si sono ampliati i confini di responsabilità, tanto che non è più richiesto che la riproduzione dei programmi sia finalizzata al commercio, bensì è sufficiente vi sia un’attività solo economica tesa al fine di “trarne profitto”, assumendo una connotazione così estese per la giurisprudenza, da far rientrare anche l’attività finalizzata ad un uso esclusivamente dimostrativo e istituzionale ( in tal senso si ricorda: Cass. Pen. n. 2743/2005).
D'altra parte, però, i Giudice di legittimità trovatisi ad affrontare il suddetto caso, hanno operato anche un'altra importante distinzione e seguendo la scia di precedenti pronunce (Cass. 49385/09), hanno affermato che l’attività libero professionale non rientra nelle attività “commerciali/imprenditoriali”, poiché tala definizione non può dilatarsi fino a comprendere ogni ipotesi di lavoro autonomo anche non organizzato in forma di impresa, altrimenti si opererebbe un’analogia in malam partem della normativa sui diritti d’autore, contraria all’art. 14 delle preleggi.
Non ci si può esimere, inoltre, dal considerare che la suddetta Corte si sofferma anche su un altro importante principio di diritto ormai consolidato nella giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Si tratta dell'eccezione di inopponibilità ai  privati  della mancata apposizione del contrassegno Siae sui supporti non cartacei in relazione a fatti commessi antecedentemente alla comunicazione della predetta regola tecnica da parte dello Stato italiano alla Commissione Europea. Infatti, in considerazione del fatto che solo nel 2007 la Corte Europea ha statuito l'obbligo di apposizione del contrassegno, sussiste a carico dei giudici italiani l'obbligo di disapplicare le norme che prevedono tale elemento quale costituivo del reato per fatti avvenuti prima di tale data.
Per i suddetti motivi, quindi, la Suprema Corte di Cassazione, ha mandato assolto l’imputato con la formula più ampia, affermando che la duplicazione dei programmi da parte di quest’ultimo per le necessità del suo studio associato non costituisce reato, poiché seppure non corrispondente ad un uso privato ma all'esercizio di una professione intellettuale, non si può comunque ravvisare lo scopo imprenditoriale che persegue la norma in questione.
Ecco la massima della recente sentenza: “la detenzione ed utilizzazione, nell'ambito di un'attività libero professionale, di programmi per elaboratore privi di contrassegno SIAE non integra il reato di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 bis, comma 1, non rientrando tale attività in quella "commerciale o imprenditoriale" contemplata dalla fattispecie incriminatrice e non potendo essere estesa analogicamente la nozione di attività imprenditoriale fino a comprendere ogni ipotesi di lavoro autonomo, senza costituire un’applicazione della norma in malam partem vietata in materia penale (art. 14 preleggi)”.

Cassazione penale sez. III, 28 OTTOBRE 2010, N.  42429

CONSIDERAZIONI IN FATTO

Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Genova ha confermato la pronuncia di colpevolezza di A.M. in ordine al reato di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 bis, a lui ascritto perché, quale legale rappresentante dello Studio A. e G. Architetti Associati, utilizzava per l'attività professionale dello studio e, pertanto, deteneva a scopo imprenditoriale alcuni programmi informatici senza essere munito della relativa licenza di utilizzo.
La Corte territoriale ha respinto i motivi di gravame con i quali l'appellante aveva dedotto che la detenzione di software illecitamente riprodotto presso uno studio professionale non integra la fattispecie criminosa, mancando lo scopo commerciale o imprenditoriale; eccepito inoltre la inopponibilità ai privati della mancanza del contrassegno SIAE, trattandosi di regola tecnica non previamente comunicata alla Commissione Europea, come affermato da una pronuncia della Corte di Giustizia Europea.
Sul primo motivo la sentenza ha osservato che per integrare il reato è sufficiente il fine di trarre profitto dall'utilizzo del software e sul secondo che i programmi di cui all'imputazione erano stati riprodotti abusivamente, non essendo l'imputato in possesso della relativa licenza.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore dell'imputato, che la denuncia per violazione di legge e vizi della motivazione.

CONSIDERAZIONI IN DIRITTO

Con il primo mezzo di annullamento il ricorrente denuncia carenza ed illogicità della motivazione della sentenza.
Si  deduce, in sintesi, che la L. n. 633 del 1941, art. 171 bis richiede, nell'ipotesi di detenzione di programmi per elaboratore, che la stessa sia finalizzata a scopo commerciale o industriale, mentre la sentenza impugnata non ha affatto accertato l'esistenza del predetto scopo. Si aggiunge che la norma punisce la detenzione di supporti contenenti programmi per elaboratore privi del contrassegno SIAE e che anche in ordine al citato elemento costitutivo del reato la sentenza è del tutto carente di motivazione ovvero motivata in modo illogico.
Con il secondo mezzo di annullamento si denuncia la violazione ed errata applicazione della L. n. 633 del 1941, art. 171 bis.
Con il motivo di gravame vengono riproposte le questioni in punto di diritto già dedotte nei motivi di appello.
In sintesi, si deduce che l'attività di uno studio professionale, sia pure in forma associata (nella specie di architetti), non può essere inquadrata ne nello svolgimento di un'attività commerciale, ne imprenditoriale e, pertanto, non sussiste, nel caso in esame, la fattispecie criminosa della illecita detenzione di programmi per elaboratore contestata con l'imputazione.
Viene riproposta, poi, l'eccezione di inopponibilità della mancanza del contrassegno SIAE quale regola tecnica non previamente comunicata alla Commissione Europea.
Il ricorso è fondato.
Costituisce principio di diritto assolutamente consolidato che, a seguito della sentenza 8 novembre 2007, Schwibbert, della Corte di Giustizia CE, che ha qualificato l'apposizione del contrassegno Siae sui supporti non cartacei come "regola tecnica", da notificare alla Commissione europea in base alle direttive 83/189/CE e 98/34/CE, sussiste l'obbligo per i giudici nazionali di disapplicare le norme che prevedono quale elemento costitutivo del reato la mancata apposizione del predetto contrassegno ovviamente per i fatti commessi anteriormente alla comunicazione della predetta regola tecnica, che è successivamente intervenuta (D.P.C.M. 23 febbraio 2009, n. 31).
(cfr. sez. 3, 6.3.2008 n. 21579, Boujlaib, RV 239958; conf. Sez. 3, 13823/08 ed altre) La L. n. 633 del 1941, art. 171 bis, comma 1, prevede alternativamente come fattispecie di reato la abusiva duplicazione di programmi per elaboratore, allo scopo di trame profitto, o, ai medesimi fini, l'importazione, distribuzione, vendita, detenzione a scopo commerciale o imprenditoriale, concessione in locazione di programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla SIAE. Nell'ipotesi di abusiva duplicazione di programmi per elaboratore al fine di trame profitto il contrassegno SIAE non è elemento costitutivo del reato, sicché la pronuncia della Corte di Giustizia Europea non esplica alcun effetto sulla configurabilità di tale fattispecie criminosa. La mancanza del contrassegno SIAE è, invece, elemento costitutivo di tutte le altre ipotesi previste dal citato L. n. 633 del 1941, art. 171 bis, comma 1, con la conseguente inapplicabilità della norma ai fatti commessi anteriormente alla comunicazione della regola tecnica da parte dello Stato italiano.
Orbene, poiché all'imputato è stata esclusivamente contestata la detenzione a scopo imprenditoriale di programmi per elaboratore e la condotta è antecedente al citato D.P.C.M., nei suoi confronti non risulta applicabile la fattispecie penale di cui alla contestazione.
Per completezza di esame va osservato che anche l'ulteriore censura del ricorrente in punto di diritto è fondata.
E' stato già affermato da questa Suprema Corte che la detenzione ed utilizzazione, nell'ambito di un'attività libero professionale, di programmi per elaboratore privi di contrassegno SIAE non integra il reato di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 bis, comma 1, non rientrando tale attività in quella "commerciale o imprenditoriale" contemplata dalla fattispecie incriminatrice e non potendo essere estesa analogicamente la nozione di attività imprenditoriale fino a comprendere ogni ipotesi di lavoro autonomo, risolvendosi in una applicazione della norma in malam partem vietata in materia penale (art. 14 proteggi), (cfr. sez. 3, 22.10.2009 n. 49385, Bazzoli, RV 245716).
L'imputato, pertanto, deve essere assolto con la formula perché il fatto non sussiste (cfr. sez. 3, 19.11.2009 n. 1073 del 2010, Ramonda, RV 245758).

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
Così deciso in Roma, nella Pubblica udienza, il 28 ottobre 2010.
Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2010.

Sull'argomento si riporta anche un'altra recente sentenza, questa volta di condanna, a conferma dei già considerati elementi costitutivi del reato de quo: Cassazione penale sez. III, 19 Dicembre 2011, n. 2804
Ecco la massima: “costituisce violazione prevista dalla prima parte del primo comma dell’art. 171-bis della legge 22 aprile 1941, n. 633” l'abusiva duplicazione di programmi da parte di un soggetto al fine di essere utilizzati su plurimi apparecchi della propria azienda”.

CONSIDERATO IN FATTO

Il Sig. M.M è stato tratto a giudizio per rispondere del reato previsto dall’art. 171-bis, primo comma, della legge 22  aprile 1941, n. 633 per avere abusivamente duplicato per fini di profitto 19 programmi per elaboratore che ha installato su più personal computer (pc) della propria azienda senza avere acquistato le relative licenze.
Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello hanno ritenuto fondata la contestazione e il Tribunale ha fissato la pena in quattro mesi di reclusione e 1.000,00 euro di multa, pena confermata in grado di appello.
 
Avverso la decisione della Corte d’Appello il Sig. M.M. ha, previsa indicazione dei quattro motivi di appello presentati contro la sentenza di primo grado, proposto ricorso tramite il Difensore, lamentando in sintesi:
 
1.     Errata applicazione di legge e vizio di motivazione ex art. 606, lett. b) ed e) c.p.p. anche in relazione agli artt. 3, 23 e 27 della Direttiva del Parlamento e del Consiglio Europeo n. 98/34/CE per avere i giudici di merito omesso di motivare in ordine all’effettivo funzionamento dei programmi installati e non considerato che la perizia è stata effettuata su copie cartacee e non sui programmi informatici;
2.     Errata applicazione degli artt. 64-bis, ter e quater della legge 22 aprile 1941, n. 633 in relazione all’art. 171-bis della stessa legge e dell’art. 1341 c.c.;  in particolare i giudici di merito hanno omesso di considerare che l’acquirente ha diritto a formare una copia di back up del programma acquistato e ha diritto ex. art. 1341 c.c. di duplicare il programma stesso, non avendo valore nei suoi confronti le clausole che egli non abbia sottoscritto con doppia firma.  Infine, la perizia non consente di affermare che per tutti i 9 programmi acquistati siano state effettuate duplicazioni.
 
La ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito conduce a ritenere che il Sig. M.M. abbia acquistato una sola copia di ciascuno dei 9 programmi informatici prodotti dalla “Microsoft Co” e di ciascun originale abbia poi effettuato plurime copie che ha installato su più computer della propria azienda.
In particolare, la sentenza di primo grado, che i giudici d’appello richiamano in punto di fatto e che questa Corte ha esaminato attesa la continuità fra le due decisioni di condanna, afferma che sui fatti contestati e asseverati dai risultati peritali il Sig. M.M. ha reso piena confessione, con la conseguenza che, alla luce delle conclusioni della sentenza di appello, tali profili debbono essere considerati fuori discussione e si rende palesemente infondata la prospettazione difensiva contenuta nel secondo motivo di ricorso sia con riferimento alla sola copia di “back up” sia con riferimento ad asserite deficienze dell’accertamento tecnico.

CONSIDERAZIONI IN DIRITTO

Così costruito il fatto, correttamente i giudici di merito hanno escluso che la contestazione attribuisca rilievo alla presenza o meno del marchio Siae e hanno ritenuto che la condotta illecita contestata e accertata consista esclusivamente nella illecita duplicazione dei programmi al fine di essere utilizzati su plurimi apparecchi;  si tratta di violazione prevista dalla prima parte del primo comma dell’art. 171-bis della legge 22 aprile 1941, n. 633.
 
Sulla base di considerazioni fin qui svolte il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., di sostenere le spese del procedimento.
Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte Costituzionale in data del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende

 P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del precedente giudizio, nonché al versamento della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il 19 dicembre 2011
Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2012.

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