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sospensione termini custodia cautelare
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La sentenza delle SSUU n 27361 del 31 marzo 2011ha stabilito la legittimità del provvedimento di sospensione del termine di custodia cautelare di fase, ex art. 304 cpp, lettera c in relazione all’art. 544 cpp, nn 2 e 3, adottato d’ufficio senza il contraddittorio delle parti. Ai sensi dell'art. 304, c. 1, lett. c), c.p.p., la sospensione del decorso dei termini massimi di custodia cautelare si verifica - oltre che negli altri casi di cui all'art. 304, c. 1, c.p.p. - durante la pendenza dei termini previsti dall'art. 544, c. 2 e 3, c.p.p., i quali disciplinano il tempo necessario al giudice a stendere la motivazione della sentenza, nei casi in cui questa non sia redatta contestualmente al dispositivo.
La norma ha creato contrasti all'interno della giurisprudenza di legittimità. Secondo il prevalente orientamento della Suprema Corte, l'ordinanza di sospensione de qua può essere adottata de plano dal giudice (Cass. pen., sez. II, n.  8358/2007 ). Secondo altro orientamento giurisprudenziale, invece, prima di deliberare la sospensione devono essere sentite le parti, a pena di nullità a regime intermedio dell'ordinanza (Cass. pen., sez. III, n. 33876/2006). Invero, benché tradizionalmente inquadrata fra le ipotesi di sospensione obbligatoria dei termini di custodia cautelare, che non implica, come tale, alcuna valutazione discrezionale ad opera del giudice, tuttavia la Corte ne ha riconosciuto la sostanziale analogia rispetto alla sospensione nel caso di particolare complessità del giudizio (cioè quelli sub art. 304, c. 2, c.p.p.), atteso che, in entrambi i casi, la sospensione presuppone una valutazione (di complessità dell'istruttoria o di complessità della valutazione) di natura discrezionale, che richiede il necessario apporto dialettico delle parti, o almeno la possibilità di tale apporto, scegliendo all'uopo le forme più opportune.
Ma la soluzione adottata dalle Sezioni Unite Penali privilegia l'orientamento giurisprudenziale prevalente. In particolare, l'ordinanza adottata ai sensi e per gli effetti dell'art. 304, c. 1, lett. c), c.p.p. integra un'ipotesi di sospensione dei termini di custodia cautelare avente natura obbligatoria, che quindi consegue di diritto al verificarsi dell'evento della pendenza dei termini di cui all'art. 544, c. 2 e 3 c.p.p. Essa è quindi disposta ex officio dal giudice, con ordinanza appellabile (ex art. 310 c.p.p.). A sostegno della propria tesi, l'estensore della sentenza in commento adduce principalmente un argomento di natura testuale: secondo la Corte, mentre nell'ipotesi di cui all'art. 304, c. 2, c.p.p., il legislatore utilizza la locuzione "possono essere sospesi” (così sottintendendo che si tratta di casi di sospensione facoltativa dei termini di custodia cautelare, perciò soggetti a valutazione discrezionale del giudice in contraddittorio fra le parti), nel caso di cui all'art. 304, c. 1, lett. c), c.p.p. è utilizzata l'espressione "sono sospesi”: ciò a riprova del fatto che la scelta discrezionale del giudice di adottare il termine differito per la stesura della motivazione esula da qualsiasi possibilità di interlocuzione delle parti nel procedimento di sospensione obbligatoria dei termini di custodia cautelare.
 
Già in precedenza, sul punto, la giurisprudenza aveva chiarito come l'ordinanza sospensiva di cui al predetto art. 304 cpp potesse essere adottata anche da giudice diverso rispetto a quello  che avesse emesso la sentenza conclusiva del grado (ex multis Cass Pen sez I n 16985 del 2009).
 
In particolare, si è rilevato come non sussistano margini di discrezionalità sull’adozione dell’ordinanza sospensiva di natura meramente dichiarativa dell’intervenuto effetto sospensivo. Inoltre, si è sottolineato come il termine di fase si conclude con il deposito del dispositivo sicchè il concreto interesse all’adozione dell’ordinanza in questione appartiene al giudice del grado successivo il cui termine massimo di durata delle misure cautelari di fase viene conseguentemente sospeso per la durata del tempo necessario a stendere la motivazione

Cass Pen SSUU n 27361 del 31 marzo 2011

È legittimo il provvedimento di sospensione dei termini di durata della custodia cautelare, in pendenza dei termini per la redazione della sentenza, ex art. 304, comma 1, lett. c), c.p.p., assunto d'ufficio, senza il previo contraddittorio delle parti.
 
Cassazione penale  sez. I  16 aprile 2009 n. 16985

È ampiamente pacifico che alla sospensione automatica dei termini per il deposito della sentenza di primo grado possa provvedere il giudice d' appello , ai sensi dell'art. 304 comma 1 lett. c) c.p.p., quando non vi abbia provveduto il giudice di primo grado e che tale ordinanza, avendo natura sostanzialmente dichiarativa, non esige altra motivazione che il richiamo agli art. 304 e 544 comma 3 c.p.p., in cui sono già specificati ed enunciati i presupposti che consentono la dilazione dell'ordinario termine di deposito della sentenza, e correlativamente, la sospensione del termine massimo di custodia cautelare dell'imputato.

Art. 304 cpp

1. I termini previsti dall'articolo 303 sono sospesi, con ordinanza appellabile a norma dell'articolo 310, nei seguenti casi:
a) nella fase del giudizio [470 s.], durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato [477] per impedimento dell'imputato o del suo difensore [420-ter] ovvero su richiesta dell'imputato o del suo difensore, sempre che la sospensione o il rinvio non siano stati disposti per esigenze di acquisizione della prova o a seguito di concessione di termini per la difesa [108, 451, 519, 520];
b) nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato a causa della mancata presentazione, dell'allontanamento o della mancata partecipazione di uno o più difensori [105, 484] che rendano privo di assistenza uno o più imputati;
c) nella fase del giudizio, durante la pendenza dei termini previsti dall'articolo 544, commi 2 e 3;


Art. 544 cpp

1. Conclusa la deliberazione [525-528], il presidente redige e sottoscrive il dispositivo [546 1b]. Subito dopo è redatta una concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la sentenza è fondata [546 1e].
2. Qualora non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi in camera di consiglio [548], vi si provvede [154 att.] non oltre il quindicesimo giorno da quello della pronuncia [617] (1).
3. Quando la stesura della motivazione è particolarmente complessa per il numero delle parti o per il numero e la gravità delle imputazioni, il giudice, se ritiene di non poter depositare la sentenza nel termine previsto dal comma 2, può indicare nel dispositivo un termine più lungo, non eccedente comunque il novantesimo giorno da quello della pronuncia [585].



Cass Pen SSUU n 27361 del 31 marzo 2011

1. La questione di diritto in relazione alla quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni unite è la seguente: "se il provvedimento di sospensione dei termini di durata della custodia cautelare per il tempo di redazione della sentenza possa essere assunto d'ufficio senza che le parti debbano interloquire".
2. La giurisprudenza prevalente afferma che l'ordinanza di sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare, in pendenza dei termini per la redazione della motivazione della sentenza, può essere disposta de plano e, pertanto, può essere adottata in assenza di contraddittorio, trattandosi di un caso di sospensione obbligatoria - previsto dall'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), - il cui pronunziato ha natura dichiarativa e, in quanto tale, non esige altra motivazione che il richiamo al combinato disposto dell'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 544 c.p.p., comma 3: la determinazione dei tempi necessari per la redazione della sentenza è infatti rimessa all'esclusiva valutazione del giudice e le parti non possono in alcun modo interloquire, sicchè la decisione non è sindacabile nè modificabile, con la conseguenza di dover ritenere sostanzialmente inutile anche il contraddittorio differito (posto che l'ordinanza di sospensione è impugnabile mediante appello ex art. 310 c.p.p.). Non vi è poi alcuna analogia, con il provvedimento previsto dall'art. 304 c.p.p., commi 2 e 3, concernente la complessità del dibattimento e avente natura discrezionale (adottabile solo su richiesta del Pubblico Ministero e previa interlocuzione delle parti), nè, infine, vi è alcuna disposizione normativa che preveda espressamente le forme e le modalità della camera di consiglio per l'adozione dell'ordinanza in questione (in tal senso si ricordano, ex multis: Sez. 5, n. 40051 del 08/05/2009, Zagaria, Rv. 244744; Sez. 4, n. 42703 del 28/06/2007, Hamidovic, Rv. 237899; Sez. 2, n. 8358 del 30/01/2007, Venosa, Rv. 235833; Sez. 6, n. 29873 del 29/04/2004, Delle Grottaglie, Rv. 229675; Sez. 4, n. 5288 del 12/12/2003, Biondo, Rv. 227091).
Altro orientamento, seguito da minor numero di pronunziati, afferma, di contro, che "il provvedimento di sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare in pendenza dei termini di deposito della sentenza fissati dal giudice a norma dell'art. 544 c.p.p., comma 3, quantunque imposto dalla legge, non può essere adottato ex officio, ma va disposto, a pena di nullità a regime intermedio dell'ordinanza di sospensione, nel contraddittorio delle parti, al fine di consentire loro la verifica della particolare complessità della motivazione, che è presupposto di natura discrezionale della sospensione stessa" (cfr. Sez. 3, n. 33876 del 26/04/2006, Sheu, Rv. 34770).
Secondo quest'indirizzo il principio del contraddittorio, già affermato dalle Sezioni Unite (sent. n. 40701 del 31/10/2001, Panella, Rv. 219948) per l'ipotesi di particolare complessità del dibattimento (art. 304 c.p.p., comma 2), deve essere applicato anche nell'ipotesi di sospensione per particolare complessità della motivazione (art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), posto che "in entrambi i casi la sospensione presuppone una valutazione - di complessità della istruttoria e discussione dibattimentale o di complessità della motivazione - che non può che essere discrezionale, e come tale richiede il contributo dialettico delle parti, o almeno la possibilità del loro contributo" (cfr sent. cit.
Sheu). In tal senso anche la sentenza Abbruzzese (Sez. 1, n. 625 del 18/12/2009, Rv. 245990) e la sentenza Abouennour El Medhi (Sez. 5, n. 25877 del 30/01/2004, Rv. 229440).
3. Ciò premesso, si appalesa necessario - al fine di pervenire ad una corretta soluzione della questione proposta - il richiamo ai principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in relazione ai termini di deposito della motivazione ed ai correlati termini di impugnazione delle sentenze, atteso che la causa di sospensione prevista dall'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), risulta essere costruita per relationem mediante un rinvio alla disposizione che stabilisce i termini per la redazione della sentenza (cfr. Sez. U, n. 5878 del 30/04/1997, Bianco, Rv. 207659, nonchè, conformi: Sez. 6, n. 16825 del 08/04/2010, Aloisi, Rv. 247008; Sez. 3, n. 36549 del 08/07/2008, Monaco, Rv. 241282; Sez. 6, n. 1253 del 21/10/2003, Barella, Rv. 228414; Sez. 1, n. 5853 del 07/11/2000, Gubert, Rv. 218118).
A tale proposito si osserva, quanto alla possibilità di differire il termine per la redazione della sentenza ed agli effetti che conseguono dal deposito differito della motivazione:
- che "la norma affida l'esercizio del potere in esame e il dimensionamento temporale della dilazione alla discrezionalità dei giudice, in modo insindacabile ("se ritiene di non poter depositare")" (cfr. Sez. U, n. 5878 del 30/04/1997, Bianco, Rv. 207659);
- che ammettere un sindacato circa il differimento ex art. 544 c.p.p., comma 3, del termine di deposito della sentenza comporterebbe una inammissibile invasione di campo nello stesso ius dicere;
- che, di conseguenza, il differimento del termine di deposito della sentenza è subordinato alla mera indicazione in dispositivo dell'intendimento di avvalersi del termine lungo in ragione della complessità della stesura della motivazione, senza ulteriori specificazioni circa le ragioni o circostanze che determinano tale complessità;
- che solo dalla espressa indicazione del differimento del termine di deposito (per la complessità della stesura della motivazione) e dall'inserimento di tale indicazione in dispositivo conseguono determinati effetti ed, in particolare, l'operatività dell'art. 585 c.p.p., comma 1, lett. c), e comma 2, lett. c), nonchè dell'art. 548 c.p.p., commi 1 e 2;
- che tali effetti - come sottolineato dalla costante giurisprudenza ed in primis dalla citata sentenza Bianco delle Sezioni Unite - sono automatici e rigidi, sicchè "qualora il giudice ritardi il deposito della motivazione della sentenza, senza avere preventivamente indicato un termine nel dispositivo letto in udienza, ai sensi dell'art. 544 c.p.p., comma 3, il termine di impugnazione è quello di trenta giorni previsto dall'art. 585 c.p.p., comma 1, lett. b), decorrente dalla data di notificazione o di comunicazione dell'avviso di deposito della sentenza" (cfr. sent. cit. Bianco), mentre, ove il giudice abbia ritenuto particolarmente complessa la stesura della motivazione ed abbia, esplicitando siffatto giudizio di complessità, formalmente indicato in dispositivo un termine di stesura superiore a quello ordinario di 15 giorni, consegue (ma solo in siffatto caso e senza possibilità di surroga in presenza di una qualsivoglia dilazione di fatto) per l'impugnante il termine più favorevole di 45 giorni, atteso che "detto termine, con decorrenza prefissata, trova il presupposto nel provvedimento con il quale il giudice contestualmente alla lettura del dispositivo manifesta la volontà di avvalersi del potere discrezionale di prolungare il termine per il deposito della sentenza" (cfr. ancora sent. cit. Bianco).
In conclusione, ai sensi della disciplina normativa in questione, il differimento lungo del deposito della sentenza è demandato all'esclusiva discrezionalità del giudice; la complessità della stesura della motivazione assume rilievo solo a seguito di esplicita affermazione in tal senso del giudice; il provvedimento con il quale si precisa che il giudice si avvarrà del termine lungo - provvedimento redatto e sottoscritto nel segreto della camera di consiglio - deve essere inserito in dispositivo ed assume efficacia senza che il giudice abbia ad indicare le circostanze che determinano la complessità all'origine del differimento; e, infine, in virtù di tale provvedimento si determinano effetti automatici, segnatamente con riguardo ai termini per proporre impugnazione.
4. Ebbene, se si tiene presente quanto sopra e si valuta - in unione con il sottolineato stretto collegamento con la materia regolata dall'art. 544 c.p.p. - il tenore testuale dell'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), ("i termini previsti dall'art. 303 c.p.p. sono sospesi (...) nella fase del giudizio, durante la pendenza dei termini previsti dall'art. 544 c.p.p., commi 2 e 3 (..)"), significativamente difforme dal tenore del comma 2 del medesimo articolo (laddove si dispone che "i termini previsti dall'art. 303 possono essere altresì sospesi (...), nel caso di dibattimenti o di giudizi abbreviati particolarmente complessi, durante il tempo in cui sono tenute le udienze o si delibera la sentenza nel giudizio di primo grado o nel giudizio sulle impugnazioni"), deve necessariamente pervenirsi alla conclusione che il provvedimento di sospensione dei termini di durata della custodia cautelare per il tempo di redazione della sentenza può essere assunto di ufficio, senza previo contraddittorio con le parti.
Ed infatti, da un lato, ben difficilmente potrebbe raccordarsi con un procedimento di sospensione in contraddittorio la scelta assolutamente discrezionale del termine differito per la stesura della motivazione ritenuta complessa, non potendo - in via generale - il provvedimento del giudice che si richiama alla complessità della motivazione determinare di per sè effetti sul piano dei termini di impugnazione della sentenza e non avere eventualmente effetto, a seguito della interlocuzione delle parti, ai fini della sospensione dei termini di durata della custodia cautelare. Dall'altro lato, poi, non può non valorizzarsi la differenziazione, anche lessicale, ravvisabile tra il disposto dell'art. 304 c.p.p., comma 1 lett. c), ed il disposto di cui ai commi 2 e 3 del medesimo articolo, pacificamente comportante l'adozione del provvedimento sospensivo non ex officio e previa interlocuzione delle parti; la locuzione "sono sospesi" si contrappone alla locuzione "possono altresì essere sospesi" e la contrapposizione appare non certo casuale ma di univoco significato, ove si consideri che il legislatore ha utilizzato le due locuzioni in questione nel medesimo articolo e per la regolarizzazione di casi peculiari, fra loro difformi, ivi contemplati (sicchè è evidente l'intendimento perseguito di differenziare, appunto, fra loro la regolamentazione delle ipotesi previste nei primi due commi dell'articolo in questione).
Di qui la correttezza dell'interpretazione che ravvisa nelle ipotesi previste dal comma 1 dell'art. 304 c.p.p. casi di "sospensione obbligatoria", sia pure operante dopo apposita ordinanza sospensiva appellabile ai sensi dell'art. 310 c.p.p., e nelle ipotesi previste dal comma 2 del medesimo articolo casi di "sospensione facoltativa" subordinata a richiesta del p.m. ed a valutazione discrezionale del giudice previa interlocuzione delle parti.
Considerazioni di rilievo al proposito sono state svolte anche nella citata sentenza di questa Corte a Sezioni Unite, Panella, intervenuta in tema di interlocuzione della parte sulla decisione di sospensione dei termini di custodia cautelare. La pronuncia, pur concernendo specificamente l'ipotesi regolata dall'art. 304 c.p.p., comma 2, e non quella di cui all'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), riveste infatti interesse anche ai fini del problema in disamina: e ciò sia per l'ambito di operatività della regola a base della decisione, sia per le ulteriori affermazioni che, pur non costituendo il decisum, sono con esso connesse.
Ebbene la ratio decidendi che sta alla base della sentenza Panella del 2001 può sintetizzarsi nel modo che segue: la particolare complessità del dibattimento implica una valutazione di tipo discrezionale; essa è subordinata ad istanza di parte del p.m.; su detta istanza il giudice prima di decidere deve sentire la difesa.
Alla detta ratio pertanto non risultano riconducibili le ipotesi di sospensione previste nell'art. 304 c.p.p., comma 1, le quali - come afferma il citato precedente - "sono obiettivamente rilevabili dal giudice senza margini di discrezionalità", con la conseguenza che "egli procede di sua iniziativa ed è tenuto, una volta accertati i dati che la legittimano, a pronunciare la sospensione". Se è vero che tale ultima affermazione appare essere un obiter, tuttavia la connessione tra le ipotesi in questione e quella sub iudice, così come introdotta nello sviluppo dell'iter motivazionale della citata sentenza, conferisce indubbia valenza all'affermazione sopra riportata, tanto più che anche in ragione di essa la giurisprudenza formatasi in tema di art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), ha tratto dalla sentenza Panella argomenti per giungere agli opposti risultati accennati sub par. 2.
5. A conforto della soluzione qui prospettata va altresì sottolineato come alla diversità delle locuzioni usate dal legislatore nei commi 1 e 2 dell'articolo in disamina corrisponda la sostanziale diversità dei presupposti e delle valutazioni richieste nelle plurime ipotesi in tali commi contemplate.
Ed infatti la statuizione di sospensione pronunciata ai sensi dell'art. 304 c.p.p., comma 1, ha natura sostanzialmente ricognitiva e dichiarativa in quanto subordinata al mero verificarsi di una delle condizioni ivi previste, sicchè la valutazione richiesta per l'adottabilità del provvedimento rimane limitata all'accertamento della sussistenza dei presupposti richiesti (nel caso sub lett. e: la pendenza dei termini previsti dall'art. 544 c.p.p., commi 2 e 3,) e, quindi, dell'elemento fattuale, nella specie costituito dall'adozione del termine lungo per le ragioni normativamente previste, senza alcun margine per ulteriori valutazioni discrezionali, trattandosi di situazioni del tutto oggettive che, una volta verificatesi in concreto, comportano la sospensione dei termini (sia pure previa declaratoria al proposito da parte del giudice).
Di contro, nei casi di cui al comma 2 dell'articolo citato si impone, per l'applicazione della sospensione, una valutazione discrezionale assai più ampia avente ad oggetto la condivisibilità o meno delle ragioni prospettate dal p.m. circa la complessità del dibattimento, ossia di una fase processuale alla quale partecipano attivamente la parte pubblica e le parti private e non assegnata in via esclusiva - come la pronuncia di decisione e la redazione della motivazione a sostegno della stessa- al solo giudice; da ciò consegue la necessità di un preventivo contraddittorio tra le parti.
Peraltro che l'intendimento del legislatore fosse nei sensi sopra specificati appare desumibile anche dalla Relazione di presentazione per la "conversione in legge del D.L. 1 marzo 1991, n. 60, recante interpretazione autentica degli artt. 297 e 304 c.p.p. e modifiche di norme in tema di durata della custodia cautelare", laddove si precisa che, proprio per attenuare le conseguenze (sulla durata della custodia) della modifica introduttiva della sospensione dei termini di custodia cautelare durante il tempo necessario alla redazione della sentenza, nei limiti temporali previsti dalla legge per il deposito, si è conseguentemente ridotto il termine ordinario di deposito della sentenza ripristinando il vecchio termine di 15 giorni.
In buona sostanza, secondo la esplicita volontà del legislatore, la disposizione volta ad automaticamente "sterilizzare" (il termine è quello utilizzato nella relazione in disamina), ai fini della custodia cautelare, i tempi di redazione della sentenza è significativamente accompagnata da altra disposizione che ne attenua la portata, realizzando "una non trascurabile compressione dei tempi processuali e, in relazione alla modifica in esame, una riduzione della custodia cautelare" (cfr. Rel. cit.).
6. La delineata disciplina di sospensione dei termini di custodia cautelare durante i termini indicati per la redazione della sentenza non appare in contrasto con il dettato costituzionale e le norme CEDU, ove si tengano presenti l'ambito di valenza di tale disciplina e le argomentazioni che seguono.
Innanzi tutto la previsione di un contraddittorio differito (essendo previsto anche in relazione alle ipotesi di cui all'art. 304 c.p.p., comma 1 - alla pari di quanto disposto per le ipotesi di cui al comma 2 del medesimo articolo - che l'ordinanza di sospensione dei termini di custodia cautelare sia appellabile ai sensi dell'art. 310 c.p.p.), risponde al principio per il quale in materia di provvedimenti de libertate è sempre prevista l'interlocuzione delle parti, pur rimanendo nell'ambito della discrezionalità legislativa tempi e modi di attuazione di siffatta interlocuzione.
Inoltre la disciplina di cui all'art. 304 c.p.p., riservando nei commi 1 e 2 procedure diverse quali più sopra delineate, non pare collidere con il principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 Cost., comma 1, in quanto le ipotesi contemplate in detti commi richiedono presupposti e condizioni differenti che, quindi, giustificano la diversa scelta in punto di contraddittorio (differito e preventivo).
Soprattutto va al proposito rilevato che nell'ipotesi di cui al comma 1, lett. c), la sospensione è prevista per periodi di tempo già prefissati (quelli di cui all'art. 544 c.p.p., commi 2 e 3), sicchè quel margine di discrezionalità, che pur è ravvisarle nell'antecedente giudizio di complessità della stesura della motivazione della sentenza, dal quale - soltanto - trae origine il presupposto fattuale al quale si collega la pronuncia meramente dichiarativa di sospensione, trova sufficiente contemperamento nella facoltà di interlocuzione mediante appello; di contro, nell'ipotesi di cui al comma 2, non essendo l'eventuale periodo di sospensione temporalmente predeterminato ed essendo la pronuncia di sospensione caratterizzata da alto margine di discrezionalità, si esige un controllo preventivo in modo da maggiormente contemperare la discrezionale dilazione, anche rilevante, dei tempi di custodia cautelare.
Nè la disciplina in questione appare in contrasto con il principio di inviolabilità del diritto di difesa sancito dall'art. 24 Cost. e con i principi di cui all'art. 111 Cost., essendo garantito, con la possibilità dell'appello, l'esercizio di difesa ed essendo nella specie rispettata la doverosa condizione di parità tra le parti.
7. Da ultimo si rileva la inconsistenza della critica sulla inutilità dell'appello (e, quindi, del contraddittorio differito) avverso l'ordinanza di sospensione dei termini di custodia cautelare prevista dalla norma in disamina, in ragione della inesistenza in essa di reali margini di discrezionalità.
Ed invero, se l'appello non può mai assumere a legittima critica il sindacato sulla antecedente scelta di differimento del termine di redazione della sentenza per la ritenuta complessità della stesura della motivazione della sentenza (cfr. paragrafo 3), non di meno deve essere certamente ammessa la censura dell'uso cantra legem (fissazione di termine eccedente il massima previsto dall'art. 544 c.p.p., comma 3) o distorto della scelta stessa (differimento collegato a ragioni organizzative dell'ufficio o personali del giudice): deve, infatti, ritenersi ammessa la sindacabilità della scelta del termine differito - ai fini della sospensione della custodia cautelare - le volte in cui sia la stessa motivazione dell'assegnazione del maggior termine a confessare l'uso distorto della facoltà di differimento del termine di deposito della sentenza perchè correlata a ragioni estranee alla complessità del momento motivazionale.
Altresì - e conseguentemente - deve precisarsi che, in caso di deposito anticipato (rispetto al prefissato termine differito) della sentenza, la sospensione dei termini di custodia cautelare sarà temporalmente limitata al periodo effettivamente utilizzato per la redazione della motivazione: la sottolineata necessità di correlazione della sospensione dei termini di custodia cautelare al corretto uso della facoltà di differimento del termine di deposito della sentenza e l'esigenza di contenere quanto più possibile l'incidenza di siffatta facoltà sulla limitazione della libertà personale impongono, infatti, di ricondurre temporalmente la detta sospensione al periodo di tempo effettivamente utilizzato e rivelatosi idoneo per la stesura della motivazione.
Nè rileva, contrariamente a quanto affermato da altra pronuncia (cfr. Sez. 1, n.38596 del 30/09/2005, Cuomo, Rv. 232604), la persistente rilevanza ai fini impugnatori del prefissato termine differito. Se è vero che l'indicazione del termine differito "da avvio a una fattispecie procedimentale che, in relazione al tempo indicato a tal fine nel dispositivo e indipendentemente da ulteriori e irrilevanti evenienze, comporta, mediante l'individuazione dello specifico spazio temporale per la celebrazione del giudizio di appello, l'immodificabile decorrenza (...) del termine per impugnare" (cfr. sent. cit.) da ciò non può, tuttavia, trarsi la conclusione per la quale siffatta immodificabilità debba valere anche ai fini della sospensione della custodia cautelare, diversi essendo presupposti ed ambito dei due istituti: da un lato il regime delle impugnazioni esige la certa ed immediata individuazione - sia in punto di iniziale decorrenza, sia in punto di durata - del termine di cui si può avvalere l'impugnante; dall'altro lato le sopra enunciate esigenze di contenimento di ogni limitazione della libertà personale, così da essere la limitazione sempre rispondente ai principi del giusto processo, impongono la soluzione ermeneutica sopra prospettata.
8. Alla stregua delle considerazioni sopra svolte va dunque affermato il principio per il quale "il provvedimento di sospensione dei termini di durata della custodia cautelare per il tempo di redazione della sentenza - ordinano o differito per le ragioni normativamente previste - può essere assunto di ufficio senza che le parti interloquiscano in proposito".
9. Alla luce del principio enunciato si impone, pertanto, il rigetto del ricorso per la infondatezza di entrambe le censure prospettate, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Da un lato, infatti, la Corte di appello di Firenze ha legittimamente sospeso - per la durata del periodo di tempo fissato dal giudice, ex art. 544 c.p.p., comma 3, per la stesura della motivazione - il termine di scadenza della custodia cautelare applicata nei confronti di E.Z.K., con provvedimento pronunciato ex officio e senza previa interlocuzione sul punto delle parti; dall'altro lato il Tribunale di Firenze ha dato corretta e sufficiente motivazione della propria statuizione di rigetto dell'appello proposto dall'imputato, con il richiamo alle disposizioni di legge ed alla pregressa insindacabile scelta del giudice di avvalersi, per la complessità della motivazione della sentenza, del termine differito.



Cassazione penale  sez. I  16 aprile 2009 n. 16985

Occorre premettere che è ampiamente pacifico, in base ad una giurisprudenza ormai consolidata, che alla sospensione automatica dei termini per il deposito della sentenza di primo grado possa provvedere il giudice di appello, ai sensi dell'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c), quando non vi abbia provveduto il giudice di primo grado e che tale ordinanza, avendo natura sostanzialmente dichiarativa, non esige altra motivazione che il richiamo all'art. 304 c.p.p. e art. 544 c.p.p., comma 3, in cui sono già specificati ed enunciati i presupposti che consentono la dilazione dell'ordinario termine di deposito della sentenza, e, correlativamente, la sospensione del termine massimo di custodia cautelare dell'imputato (v. per tutte Cass. 23.9.2003 n. 36396; rv. 227091; rv. 228445; rv. 217483; rv. 226386; rv. 227091; rv. 233966). Nè può dirsi che la attribuzione al giudice di appello della competenza a disporre la sospensione automatica del termine per il deposito della sentenza di primo grado, quando non vi abbia provveduto il giudice di primo grado, comporti una indebita efficacia retroattiva della norma, considerato che la fase di primo grado, ai fini dei termini di custodia cautelare per la fase, si conclude con la pronuncia della sentenza e non già con il suo deposito, per cui si potrebbe sostenere specularmente che sia il giudice di primo grado ad invadere i termini della fase di secondo grado quando provvede sulla sospensione dei termini una volta che quelli per la fase di sua competenza sono già scaduti.
La soluzione giurisprudenziale della Corte di legittimità appare quindi quella più corretta e rispondente alla ratio legis, nel senso che alla sospensione automatica del termine di cui si tratta provvede il giudice che ritenga di applicarla in relazione alle esigenze concrete, considerato anche che l'unico giudice interessato ala sospensione de qua, e quindi motivato alla sua dichiarazione, non può che essere quello dell'impugnazione, ove si consideri che i termini di fase diminuiti del periodo di tempo necessario per la redazione dei motivi della sentenza di condanna di primo grado sono proprio quelli della fase dell'appello, per cui il giudice di appello non può non avere un interesse preminente a recuperare quel periodo di tempo aggiungendolo a quello restante per la pronuncia della decisione di sua spettanza.
Non rileva poi il momento in cui il giudice di appello provvede, purchè ciò avvenga prima della scadenza del termine di fase (il che non è in discussione nel caso in esame) poichè la natura dichiarativa della ordinanza comporta che può intervenire in qualsiasi momento compreso fra la trasmissione degli atti al giudice dell'appello e la scadenza del termine di fase. Quanto alla possibilità di valutazione della motivazione del provvedimento di sospensione dei termine, è principio altrettanto consolidato quello per cui, essendo la legge ad indicare i presupposti che consentono la dilazione dell'ordinario termine di deposito della sentenza, e, correlativamente, la sospensione dei termini di custodia cautelare, non vi è necessità di ulteriori esplicitazioni da parte del giudice.
Correttamente quindi il Tribunale del riesame ha rilevato che non potevano essere messi in contestazione i motivi della sospensione del termine. Si può in parte condividere il rilievo difensivo per cui, se la ordinanza di sospensione dei termini non era stata ancora notificata, non poteva essere impugnata prima della richiesta di riesame del provvedimento di rigetto di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare, però, a parte la circostanza che la ordinanza non è stata neppure impugnata direttamente ed autonomamente - come ha rilevato il provvedimento impugnato -, tale motivo resta assorbito in quanto è decisivo il rilievo del provvedimento impugnato per cui non vi era necessità di alcuna esplicitazione argomentativa da parte del giudice una volta che la sospensione dei termini avveniva ai sensi dell'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. c) e art. 544 c.p.p., comma 3 (v. Cass. sez. 4 n. 15145 del 2006, rv. 233966; rv. 214966; rv. 227091).
Il ricorso deve essere in definitiva rigettato perchè infondato sotto tutti i profili addotti, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
La cancelleria provvederà all'adempimento previsto dall'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 bis.





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